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XVIII°  Concorso  2019

SEZIONE ANTOLOGICA:  VITTORIO SANCHINI

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Bibliografia

Bibliografia

Genealogia/Indice Analitico

Chi scrive: origini

Le scuole di Urbino fra 1800 e 1900

Antenato di casa Tabarin

Io maestro di scuola e istrione dilettante

Frutti acerbi e fiori...

Casta Susanna, infedeltà...

Eterni fidanzati

Fausto evento

L'affare del fazzoletto

Dolcezza amara dei ricordi

Borgo, il più bell paese...

Grosse spese di un piccolo Stato

Personalità urbinati

Il minestrone

Avvenimenti cittadini

Monumento a Raffaello
Aneddoti su Raffaello

Preti urbinati

Due sacerdoti particolari

Madonna dell'Homo e
Madonna dell'Olmo

In partibus et in pectore

Piron Tanacca

Piazza di Urbino - Due popolani

 

 

 

 

 

 

Notizie biografiche

 

Santini Vittorio (Aristide, Gaspare) nacque ad Urbino in Via dei Maceri il 20 Settembre 1888; data che ricordava come 18° anniversario della presa di Porta Pia, avvenuta nel 20/09/1870.  Fu figlio naturale di Arturo Santini, ventiduenne studente in Legge all'Università degli Studi di Urbino, e di una donna nubile, Clelia Pieretti,ventitreenne massaia e sarta.  Vittorio fu legittimato nel 1892, quando aveva compiuto 4 anni, in seguito al matrimonio dei genitori naturali.  Dati gli assillanti impegni di studio del padre e domestici e di sarta della madre, guida dei suoi primi anni fu la nonna materna: «La mia nonnina dal viso scarno mi voleva un bene dell'anima, parlava con me di cose serie come fossi un adulto… Quando morì potevo avere 5 anni… (v. Chi scrive)». Il padre Arturo, nato nel 1866 ottenuta la laurea in Legge dopo il matrimonio, esercitò poi in modo esemplare la professione di avvocato nel Foro di Urbino [1 clicca], quando Vittorio aveva già superato la fanciullezza. Perciò Vittorio nelle scuole inferiori si trovò nel gruppo dei poveri non paganti amaramente escluso dai privilegi riservati ai ricchi e benestanti.

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Notizie su Arturo Santini Sr. tratte da: "L'ordine degli avvocati di Urbino fra passato, presente e futuro" di Maria Morello e Paola De Crescentini , Ed. Ciampichelli, 2009:

"Non può passare sotto silenzio a tal proposito (cioè, ricordando i professionisti della sinistra storica, ndr) la figura di un avvocato molto amato e ancora vivo nei racconti della popolazione urbinate, Arturo Santini (1866-1921) (alcuni fra i cittadini più anziani lo ricordano dal vivo come l’avvocato con il fiocco in luogo della cravatta), anarchico combattivo e difensore dei più poveri. L’immagine di questo professionista è indubbiamente curiosa e poco consona con il prototipo dell’avvocato di fine Ottocento. Egli viene infatti descritto con l’andatura zoppicante, appoggiato ad un bastone nodoso, il fiocco nero ed il tabarro fin quasi ai piedi. Di lui viene ancora ricordata la bontà e l’efficacia con la quale difendeva nelle aule del Tribunale di Urbino i più umili, riuscendo spesso a penetrare l’animo dei giurati e ad ottenere l’assoluzione dei suoi assistiti. La Frusta, quindicinale anarchico degli anni Venti, dedicò al professionista un’ampia celebrazione in occasione della sua morte, avvenuta nell’ottobre del 1921, ricordando come l’avv. Arturo Santini si fosse sempre dedicato alla professione legale per difendere, durante le  turbolenze di fine secolo, quanti avevano “la sola colpa di lottare per la sopravvivenza”, anche quando i suoi clienti non avevano nulla da offrirgli per retribuzione.

Benché da queste parole possa effettivamente emergere l’immagine di un professionista sui generis, Arturo Santini fu un avvocato degno di nota e certamente stimato dai colleghi dell’Ordine di Urbino, tanto che tra il 1904 e il 1912 lo troviamo in qualità di membro del Consiglio di Disciplina dei Procuratori di Urbino e nel 1919 membro del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Urbino".

Dal giornale La Frusta, quindicinale anarchico, Fano 31 ottobre 1921:

“Quelli che se ne vanno: è morto ad Urbino, sua città natale, Arturo Santini, il vecchio internazionalista, l’anarchico impenitente, tra il compianto universale. Era di professione avvocato, ma non di quelli che sotto il manto di un’idealità nascondono la speculazione professionale. L’opera sua mirava sempre al bene dell’umanità. Quando si avvide che il suo fertile ingegno poteva essere utile a molti e non poteva nuocere a nessuno [...] si diede con accanimento degno di maggior encomio a strappare dal silenzio e dal dolore della galera quanti vi incapparono. La sua vasta dottrina, la vivacità del suo ingegno, l’appassionata parola ne fecero il principe del foro urbinate [...].                                 

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Nel 1892-93 Vittorio frequentò il primo anno all'Asilo Valerio sotto la guida di una pessima direttrice ma brave maestre e, nello stesso asilo, nel 1894-95 frequentò la prima elementare con esame di verifica finale perchè era scuola privata annessa alla statale. Dopo le elementari il padre lo iscrisse al Ginnasio, della allora Scuola Secondaria Inferiore, ma si ammalò seriamente. Ripresosi dalla malattia si trasferì nella meno impegnativa Scuola Tecnica.

«Questa scuola - racconta il Santini -  ora quasi del tutto scomparsa, allora aveva la sua brava importanza; il corso aveva la durata di tre anni.  Vi si insegnava oltre alle materie tradizionali, la computisteria, il francese, il disegno e la calligrafia e; la licenza che vi si conseguiva dava adito all'Istituto Tecnico (ragioneria, fisico-matematica, agrimensura), alla Scuola Normale, oggi istituto Magistrale, e il diploma in se ammetteva a piccoli impieghi statali, comunali, di enti pubblici… Ormai la antipatia per lo studio si era fatta strada nel mio sangue ragion per cui nelle "tecniche" fui tutt'altro che un modello di scolaro.  Ogni anno ero rimandato regolarmente agli esami di ottobre e in questa sezione ottenevo le promozioni sebbene poco studiassi durante le vacanze.  E pensare che i professori mi bocciavano a fin d'anno proprio, dicevano essi, per costringermi a studiare durante le ferie estive... (v. Chi scrive)».

«Licenziato dalle tecniche avevo tre vie avanti a me: o piantarla con gli studi, o entrare nell'Istituto Tecnico o in quello Magistrale (detto anche Scuola Normale).  D'accordo coi miei, scelsi quest'ultima via anche per non allontanarmi da Urbino che qui l'Istituto Tecnico non c'era come non c'é nemmeno oggi…(v. Chi scrive)» Nelle Magistrali "B.Baldi" di Urbino finalmente trovò la comprensione del Direttore e di altri bravi insegnanti, tanto da fargli esclamare: "Maestro, un buon maestro io voglio diventare!"  Questa sua aspirazione fu poi pienamente realizzata, iniziando dal 1906 dopo il conseguimento del Diploma Magistrale.

Nel 1906 Vittorio iniziò la professione di maestro in un piccolo comune di Reggio Emilia, indicato nei suoi scritti come tipico comune emiliano e con le stesse caratteristiche di Brescello di Don Camillo e Peppone descritto da Guareschi. Molto probabilmente come traspare dagli scritti è il comune di Montecchio Emilia. Senza difficoltà si amalgamò con gli emiliani partecipando alla vita del luogo e prendendo parte come primo attore in commediole di colore locale.  Queste imprese sono descritte nei minimi particolari nei racconti "Io maestro di scuola e istrione dilettante" e "Frutti acerbi e fiori olezzanti". Fu questo il periodo più bello della sua vita ottenendo grandi riconoscimenti in tutti i campi: professionale, sociale e sentimentale.

Il 27 luglio 1917 sposa l'urbinate Tabarini Anna di Pietro e di Piacesi Maria.  Il "Nonno Tabarin" del racconto "L'antenato di casa Tabarin" vissuto nella prima metà del 1800, che abitava in un rustico fra il Tufo e San Cipriano, fu verosimilmente il nonno della moglie Anna; quest'ultima nacque ad Urbino il 06-11-1887 e ivi morì vedova il 27-06-1972.  

Il 10 settembre 1917 nacque  a Reggio Emilia Arturo, suo unico figlio, che muore in giovane età ad Urbino il 22 aprile 1947.  Di Arturo Santini Jr. non si hanno altre notizie; molto probabilmente è l'autore  delle sei poesie in vernacolo urbinate in seguito qui riportate e di un breve racconto, "Alcuni vizi capitali" nella raccolta "Il minestrone".

Dopo la nascita del figlio Vittorio si trasferì dalla provincia di Reggio Emilia ad Urbino sempre come maestro elementare.

Nel 1934, a 46 anni, diventò per concorso Direttore Didattico e successivamente Ispettore scolastico, professioni che esercitò in Urbino se si esclude un breve periodo a Recanati.

Circa nel 1955 maturò la pensione di anzianità.  Negli anni successivi per rompere la monotonia della sua giubilazione gli è venuta l'uzzola di ricordare la vita della sua città, lasciandoci un faldone di dattiloscritti e manoscritti ancora allo stato di bozza, con numerose correzioni e rifacimenti e quindi non ancora pronte per la pubblicazione.

Il 09/10/1964 morì ad Urbino in via Salvalai n. 14. L'abitazione in via Salvalai, abitata dalla moglie Tabarini fino alla sua morte avvenuta nel 1972,  fu donata alla Curia di Urbino e fu abitata prima da don Gogliardo e poi da Stefano Mancini Zanchi. Quest'ultimo trovò detto faldone di  dattiloscritti e manoscritti che consegnò alla Pro Urbino. L'Associazione nella persona del dott. Giuliano Donini in data 31/05/2016 deposita detto materiale nell'Archivio di Stato di Urbino con il titolo "Fondo Santini" .

 

BIBLIOGRAFIA

I seguenti sono stati pubblicati nel XVIII Vol. di "V'L'arcont in dialett":

 

Chi scrive,  racconto autobiografico che descrive il periodo dalla nascita ai 17 anni, quando consegue il diploma Magistrale. Vengono descritti costumi e persone tipici del ventennio 1890 - 1910.

Preti, ricordo di sacerdoti caratteristici esercitanti nell'urbinate nel periodo 1890 - 1910.

I pesci e la mosca di Raffaello. Due aneddoti sull'innato genio pittorico del Divino.

Borgo, il più bel paese del mondo. Terzo racconto di "Il minestrone" dove vengono elencati pregi e difetti di Borgo ovvero di Urbino e dei suoi abitanti.

Leggenda della Madonna dell'Homo, estratto dal racconto Frutti acerbi e fiori olezzanti.  Si tratta della leggenda attribuita alla chiesetta omonima in Urbino, mentre il Santini l'attribuisce alla chiesa della Vergine dell'Olmo in Montecchio Emilia.  Questa confusione dei nomi e dei luoghi è frequente in tutti gli scritti del Santini; coscientemente ricercata per dare la massima discreta riservatezza a persone, luoghi e fatti.

Io maestro di scuola e istrione dilettante, racconto autobiografico sui primi anni di didattica in un paesino in provincia di Reggio Emilia. Qui l'autore parla dei suoi primi successi di attore in commediole in voga in quei luoghi e in quei tempi, più che delle prime esperienze come educatore.

L'antenato di casa Tabarin. Racconto storico fantasioso del nonno della moglie del Santini sulle gesta di Messer Bartolino dall'Orcio, antenato di casa Tabarini, vissuto ai tempi del Duca Federico II da Montefeltro. Ha il carattere di una epopea rusticana in prosa del tipo La Brombolona  in versi di Luigi Nardini, ripubblicata nel 2015 dall'Associazione Pro Urbino in edizione artistica della Scuola del Libro di Urbino con 18 xilografie originali di Mario Gambedotti.

I due popolani e Piazza di Urbino.  Due brevissime commedie in dialetto urbinate..

Vernacolo urbinate. Sei simpatiche poesie a carattere amoroso del figlio Arturo in dialetto urbinate.

 

Completano la raccolta i seguenti scritti, che vengono aggiunti ai precedenti in queste pagine web:

 

Frutti acerbi e fiori olezzanti.  Racconta gli amori e i successi di un giovane maestro in Montecchio Emilia (prudentemente chiamato Colleverde). Anche se l'Autore fa riferimento a nomi e fatti apparentemente non attribuibili a se stesso, il racconto ha molto di autobiografico. E mostra come i primi anni di insegnamento (1906-17) vissuti in Emilia furono i più felici della sua vita, ottenendo meritati successi professionali, sociali (in occasione di un incendi salvò due bambini) e sentimentali. Diciottenne ebbe una intima relazione con una signora di trentotto anni e nel contempo coltivò un dolcissimo amore platonico verso una alunna tredicenne. Questo felice periodo emiliano si concluse nel 1917 con le giuste nozze con l'urbinate, Anna Tabarini, (con la quale fu fidanzato per oltre 10 anni da quando era giovane studente ad Urbino, 1904-06), con la nascita del figlio e infine il ritorno definitivo ad Urbino.

 

Dolcezza amara dei ricordi. Ormai pensionato (giubilato) il Santini ricorda velocemente i suoi insegnanti, alunni, colleghi, maestri in subordine… In particolare ricorda una maestrina vivace e bellina dalle trecce bionde abitante nelle prime case di via Delle Mura in Urbino. La segue e consiglia nelle varie tappe del sua vita: supplenze, assegnazione di classi rurali, ruolo alla Pascoli di Urbino, aiuto segretaria, fidanzamento, nozze, figli… I figli lo chiamavano "nonno" suscitando in lui gioia e dolore; dolore per non avere nipoti data la morte prematura del suo unico figlio.

 

In partibus et in pectore.   Racconto fantasioso di due prelati modestissimi, come si trovavano nella campagna urbinate; uno buono, pio e serafico che i parrocchiani chiamavano San Pietro invece del corretto Don Pietro; l'altro, Don Polifemo, non era terribile come il ciclope suo omonimo, anzi era allegro, scanzonato, caritatevole sì, ma anche dispensatore di pesanti cazzotti, specie quando qualcuno diceva male in sua presenza della chiesa, dei preti o del papa.  Questi si recarono a piedi a Roma per adempiere ad un voto. Il caso volle che in Vaticano si svolgessero da molti giorni le estenuanti riunioni del concistoro per eleggere un nuovo Papa. Per porre fine alle incertezze, i cardinali ordinarono al Governatore del Conclave di cercare fra i prelati che officiavano nella cattedrale di San Pietro quello adatto al caso. La scelta cadde sul nostro Don Pietro degno, a sua insaputa, di salire sul maestoso soglio.

 

Il Minestrone. Quadretti vivaci sulla vita e personaggi urbinati. Per tener fede alla massima riservatezza, Urbino viene chiamato Borgo e i nomi dei personaggi sono di fantasia o storpiati. La raccolta comprende tredici Titoli:

1- In cui hanno inizio le storie della piccola città di Borgo: parla di caccia e di spacconate di cacciatori locali; 2- Come fu che Gaetanaccio ed io diventammo amici; 3- Borgo, il più bel paese del mondo; qui vengono decantati bellezze e stonature della città di Urbino e vizi e virtù dei suoi abitanti; 4- Povero Giacomino: Giacomino mezzadro gran lavoratore generoso e ingenuo viene beffato e tradito da un vantato amico molto legato alla sua cantina e a sua moglie; 5- Pascià: storia di uno sfruttatore e della sfruttata Rossa, donna napoletana a tariffa; 6- In cui una modesta poesia dialettale fa sorgere il caso Salvator Rosa: il maresciallone napoletano di Borgo arresta l'autore di una poesia in dialetto urbinate. L'arrestato si giustifica dicendo che i suoi versi derivano da una poesia del poeta napoletano Salvator Rosa (Napoli 1615 - Roma 1673). Allora il Maresciallo dubbioso in attesa di prendere informazioni dice solennemente: «Questa poesia sembra un po' meglio della vostra. Ad ogni modo adesso mi direte dove abbita questo Rosa Salvatore, che ce vorrà 'na tirata d'orecchie»; 7- In cui mi si vede ad un pranzo di nozze in campagna: il Santini invitato da un amico partecipa ad un pranzo di nozze dove non conosce nessuno e dove viene ingozzato fino a perdere conoscenza; 8- Il primo amore non si scorda mai: un padre urbinate dei primi del novecento impone alla figlia di sposarsi con un paesano benestante. In seguito la sposa, sentimentalmente legata da un solo bacio a un giovane e piacente maniscalco del Mercatale, riceve in casa il giovane quando il marito quasi tutte le sere se la spassa giocando a carte al Circolo Cittadino; 9- Intermezzo filosofico: necrologio per un passerotto ucciso con nel becco il pasto pei i suoi passerottini; 10- Il palio dei biroccini: una vecchia edizione urbinate della corsa dei biroccini, sul ripido percorso da Pian del Monte al Mercatale, organizzata male e finita con numerosi feriti; 11- Peccati capitali: Avarizia, Gola e Lussuria: illustrati da storie locali, sempre scrupolosamente anonime . Sono firmate, A. Santini (Arturo Santini Jr.); 12-Da grigio-verde: Viaggio nel meridione  - Servizio di picchetto: il Santini, nel 1943, a 55 anni viene richiamato alle armi in una caserma militare a Molfetta; 13- Il buon brigante Simone: Simoncino un giovane orfano rachitico, che visse in una frazione dell'urbinate lavorando tutto il giorno per inadeguate ricompense, venne deriso da una ragazza alla quale aveva dichiarato il suo timido amore dopo un lungo ripensamento e dopo aver messo da parte un po' di risorse. Allora il deluso Simone acquista l'attrezzatura da bandito e si dette alla macchia, diventando il bandito Simonaccio. Alla sua prematura morte naturale parteciparono con dolore molte persone, perché anche da bandito fu più il bene del male che fece.

 

Il museo degli scandali: l'autore immagina un museo del futuro dove vicino ai classici busti del Duca Federico, Raffaello, Barocci ecc. si trovano in stridente contraddizione e in evidente polemica i busti di Claretta Petacci ed di una serie di gerarchi di Urbino passati al "disonore" della storia.

 

Casta Susanna, un record d'infedeltà coniugale: matrimonio di interesse fra Giannino Berzi o Solari, collega e conterraneo del Santini, e la proprietaria terriera emiliana, Susanna o Magda Cerioli, ricca di dote ma di greve bellezza rusticana.; La sposa, conscia della venalità del marito che le si avvicinava solo per bussare cassa, si consolò concedendosi ad ogni uomo che conosceva, iniziando già poco dopo lo sposalizio con i due testimoni, uno dei quali era il nostro Santini, citato con lo pseudonimo Vittoriano o Vittorino o Vito Fantini; questi amoreggia anche con la madre di Susanna dotata di fattezze e appetiti non diversi dalla figlia.. Dopo dieci anni, nei quali Giannino inutilmente cercò di spillare quattrini alla suocera e l'insaziabile Susanna persisteva nei suoi appetiti extraconiugali, lo sposo tradito trascinò la sposa legata al collo con una corda fino alla stalla, dove la legò vicino alle altre vacche ripudiandola ufficialmente e riconsegnandola ai genitori. Il Santini nel frattempo sposa la fidanzata urbinate e ritorna alla natia Urbino (ndr).

 

Eterni fidanzati o Un matrimonioa scoppio ritardato: l'ingenuo e sempliciotto Spiridione Sciapilon (Sciaplon) si innamora della coetanea e tenerissima Silva Rosa, detta Mechioppa, perché era così grassa da pensare che scoppiasse da un momento all'altro (me chioppa, cioè mi scoppia). A diciotto anni la dichiarazione: "Quando ci si vuol bene e non si è sposati, ci si deve sposare". "Faccia lei" rispose la Mechioppa. Ma Sciaplon si vergognava di chiedere la mano ai genitori dell'amata e sua madre non sarebbe stata contenta di condividere la casa con un'altra donna.. Così si sono incontrati, con sole neve acqua o vento, tutti i giorni per circa mezzo secolo: lui dalla strada diceva:"Buonasera Silva Rosa del mio cuore". Lei rispondeva:"Altrettanto a voi, Spiridione mio. Come state?". E lui: "Bene quando vi vedo". Alla morte della mamma, Sciaplon a 55 anni sposa la sua Mechioppa. Al momento di riposarsi nel talamo nuziale, Silvarosa si mette a frignare: "Non vengo, mi vergogno, è peccato…". Il buono Sciaplon non insistette e dormirono separati la prima notte e quelle successive. La vita coniugale trascorreva così in pace e serenità. Finchè una amica bigotta mise in guardia Mechioppa che così non andava bene, Dio aveva ordinato: "Crescete e moltiplicatevi, perciò devi andare a letto con tuo marito". Allora Silvarosa quella sera a notte inoltrata si alzò dal letto in camicia da notte, andò sul terrazzino che separava le camere e qui si fermò a lungo titubante presa dal pudore e dalla vergogna. Erano giorni d'inverno molto freddi e dopo quattro sere di quei tentativi, Silvarosa fu presa da un febbrone per una brutta polmonite. Pochi giorni dopo morì: aveva consumato 47 giorni di matrimonio dopo 47 anni di fidanzamento. Sciaplon affranto disse: "Addio Silvarosa del mio cuore" e poco tempo dopo morì d'infarto.

 

Fausto evento: Il tronfio commendatore Cacce Cacacce, inspiegabilmente Presidente di Tribunale a solo 40 anni e con carriera aperta verso più elevati traguardi, aveva solo il grande cruccio di non avere un figlio maschio, al quale il facoltoso zio Stanislao vedovo e senza figli avrebbe lasciato in eredità tutta la sua milionaria fortuna. A pensare che si era dato da fare in ogni maniera con voti, tridui, novene … dirette a tutti i santi, con il desolante risultato di aver messo al mondo ben dieci belle e sane femminucce. Al decimo evento sia lui che la procace signora dissero basta, basta e basta! Ma fu solo una pausa, l'ingordigia sua e l'insistenza dello zio lo spinsero verso un altro tentativo. Questa volta, come mai prima aveva fatto, si rivolse ad una strana fattucchiera napoletana. Il risultato fu straordinario! Nacquero in un solo parto tre bimbe magnifiche. La passeggiata dei due genitori ancora in verde età con al seguito le tredici figlie era uno spettacolo meraviglioso e commovente. Si commosse pure lo zio e rasserenò tutti dicendo che la sua fortuna divisa per 13 avrebbe fornito doti ancora ragguardevoli.

 

L'affare del Fazzoletto ovvero Avventure galanti di Mardocheo Culipeppi:  La personalità del protagonista era all'altezza del suo nome probabilmente affibbiatogli da uno spiritoso impiegato del brefotrofio cittadino. Adottato da una coppia di sposi sterili si laureò in legge a stento a trent'anni suonati.  Poi nella professione acquistò la fama di "avvocato delle cause perse". Lui amava tutte le donne, ma sfortunatamente le donne non amavano lui: nessuna del gentil sesso se la sentiva di diventare una Culipeppi. Inaspettatamente una gentil signora nobile e ricca si interessò a lui fino ad invitarlo ad un ricevimento a casa sua. Il Mardocheo che non stava più nei panni dette sfogo a tutta la sua eloquenza dissertando malamente sulla relatività, sul moto perpetuo e sull'entelechia. La signora lo ascoltava maneggiando nervosamente un fazzolettino ricamato e benedetto dallo zio cardinale, finchè il fazzoletto, in una delle nervose acrobazie al quale era sottoposto, cadde non visto da entrambi, sulla patta dell'avvocato. In seguito, quando l'avv. Culipeppi abbassando lo sguardo vide la stoffa bianca ricamata posata sulla sua pancia, rimase di sasso pensando alla fuoriuscita della camicia dai pantaloni; confuso si guardò furtivamente intorno e ficcò velocemente nel pertugio il fazzolettino. La nobil signora accortasi della perdita del benedetto fazzolettino chiese a Culipeppi e agli altri invitati se l'avessero visto. Culipeppi nega innocentemente e si fa in quattro per ritrovarlo. Tuttavia un servo in livrea, al quale non era sfuggita la furtiva manovra dell'avvocato, dietro autorizzazione della signora estrasse il fazzolettino dall'indecente nascondiglio. Mardocheo fu cacciato dal palazzo spinto a ruzzoloni per le scale e da quel giorno non amò più le donne.

 

Grosse spese di un piccolo Stato: Riporta una breve storia di San Marino con accenni alla vicina San Leo: due centri storici sviluppatesi dai romitaggi dei rispettivi santi. Verso il 1860 nel piccolo stato di San Marino sorge un grosso problema: giustiziare "civilmente" un omicida. I Capitani Reggenti deliberano di affittare la ghigliottina dalla vicina delegazione riminese dello Stato Pontificio; ma la chiesa molto venale richiede la favolosa cifra di "l'un sopra l'altro in fila scudi cinquantamila", unità di misura locale già stabilita dal Passatore, ma esorbitante per le modeste risorse del piccolo Stato. Esaminarono senza successo numerose altre soluzioni e infine decisero che la soluzione più conveniente era di  graziare il condannato. La grazia fu accettata con sgomento dall'omicida, che ormai conscio della gravità del suo delitto, era rassegnato a essere giustiziato.

 

Piron Tanacca:  Breve commedia fra un contadino e vari cittadini esponenti di partiti politici. "So iè, Gvann Piron, quel chi digghen Tanacca, staggh vers San Ciprian, un chilometre piò in sò del Tuff, ma Chel Brega. Alora iè c'avria la mi vacca ch'en se vol fa mugna, com un 'i s'avvicina tira i calc, com ho da fè?  Iè ho da portè el latt ma le post e quella en s'vol fa mugna…"  Il furbo contadino con questo quesito mette alla prova i cacciatori di voti che son molto bravi a parlare ma incapaci a risolvere anche semplici problemi.