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Carlo Ceci

CARLO  CECI  (1917-2013) Ricordato a 10 anni dalla morte
Oratorio di San Giovanni di Urbino: Lettera di Paolo Volponi

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Carlo Ceci, protagonista nel teatro vero di Urbino

 

Al mio carissimo Carlo,

protagonista nel teatro vero di Urbino,

dove agisce con sapienza,

amore e bravura,

per tenere in piedi le ragioni

della nostra amicizia,

pregandolo di aspettarmi

per una lunga nuova stagione

                                                   Paolo

(Paolo Volponi Urbino 1975)

 

Ricostruire l’unità di un tempo e di uno spazio nella molteplicità del vissuto, quella singolare confluenza di energie, ricca di voglia di novità, che fu il periodo del secondo dopoguerra nella nostra città e risentire vivo quel bisogno di speranza nell’uomo, nella terra, nella natura e nella bellezza.

Questo, in sintesi, l’intento dell’itinerario “microstorico”, da noi recentemente intrapreso, nel quale si colloca questa piccola esposizione dedicata — nel decennale della scomparsa — a Carlo Ceci, che fu non solo un raffinato artista, ma anche una delle personalità più peculiari che vi operarono; quasi una narrazione nata nel segno del ricordo e dell’affetto dei tanti che lo hanno conosciuto e che, con entusiasmo e partecipazione, hanno fornito le opere e la documentazione in mostra permettendoci di scattare una fotografia a tutto tondo dell’uomo e del maestro in quella che lui elesse da subito come sua città d’adozione, Urbino.

Inizia infatti qui nel 1932, con l’approdo all’Istituto per la Decorazione e Illustrazione del Libro, la sua avventura artistica plasmata, soprattutto nella fase iniziale, dalla forte impronta di Francesco Carnevali,  suo maestro prediletto che affettuosamente lo ricorda  «…un ragazzino in calzoni corti e con un visetto tondo….. che però, fin dai primi giorni, diede prova di così amorosa cura nel disegnare a punta di matita anche i più lievi passaggi chiaroscurali, da attrarre l'attenzione degli insegnanti…» (1) , già allora eccellente tra quegli allievi che  «….nati in un clima unico in Italia, nel clima monumentale ed eroico del Palazzo Ducale di Urbino, a contatto di un umanesimo continuamente in vita si dedicano proprio ad un'attività che per ispirazione è così vicina ai caratteri più squisitamente umanistici della nostra medesima razza. In questo Palazzo Ducale, Reggia meravigliosa del nostro Rinascimento, in cui la vita dell'Istituto trova effettivamente le ragioni medesime della sua essenza.» (2)

Illustrazione e Litografia, le materie preferite, lo accompagneranno al diploma nel 1937 e verranno rapidamente integrate ed arricchite dalla frequenza a Milano del corso di Decorazione sotto la guida di Giuseppe Palanti all’Accademia di Belle Arti di Brera fino al 1941. L’esperienza milanese, nella città italiana “più europea” degli anni Trenta, e l’assiduità con personalità di rilievo, sia in campo artistico che letterario,  gli permisero di ampliare gli orizzonti e di superare gli ovvi limiti provinciali. Si trattò certamente di un vissuto importante, soprattutto per la sua formazione culturale, che arricchì quell’iniziale bagaglio di passioni — la musica, il teatro, il cinema — che già gli apparteneva e contribuì ad affinare ulteriormente le sue capacità critiche. Quale migliore impulso verso quell’apertura mentale che lo contraddistinguerà poi, negli anni a venire, una volta rientrato definitivamente ad Urbino ad insegnare nella stessa scuola che lo aveva visto giovane e timido alunno?

Ecco quindi che, nonostante la proposta del ruolo di assistente alla cattedra di Decorazione avanzata dallo stesso Palanti, Carlo Ceci accetta l’invito di Francesco Carnevali tornando come docente di  Litografia all’Istituto D’Arte “Scuola del Libro” di Urbino dove rimarrà praticamente tutta la vita.  Abbandonata quasi completamente la pittura — che riprenderà solo con un equilibrio poetico ed un rigore estetico esemplari dopo la metà degli anni ’70 — la sua produzione artistica sembra quasi interrompersi per lasciare spazio alla tanto amata attività didattica «... e Ceci mi dice che formare allievi è bello come dipingere un quadro, scrivere una poesia, come vedere crescere una quercia ….. Visto nel laboratorio di litografia, la palandrana nera addosso, aggirarsi tra le file silenziose dei giovani allievi intenti alla pietra litografica, l'occhio vigile, i gesti bruschi, scattanti, la parola rapida, fluente che ammonisce, corregge, sprona o consiglia, egli appare quale desidera essere: semplicemente un maestro…». (3)

La sua è una didattica aperta, multiforme, modernamente interdisciplinare, e lascerà un segno profondo nei suoi allievi trasmettendo loro, con sensibilità e determinazione, non solo la tecnica litografica, ma anche, e soprattutto diremmo, una forma mentis, una tensione verso l’arte libera da vincoli, aperta alle contaminazioni. Il generale apprezzamento e la stima personale porterà Carnevali ad assegnargli nel '55 anche la cattedra di  “Stilistica, Storia del Costume e del Teatro” per gli alunni del biennio di Perfezionamento, che Ceci manterrà fino al 1975. «… Davvero memorabili e non facilmente ripetibili furono quelle lezioni condotte sulla immagine storico-artistica (proiezioni), accompagnata per lo più dall'audizione di brani musicali dell'epoca oltre che dalla lettura di testi letterari; affinché il “costume” ed il “teatro”  non apparissero effimere esteriorità di moda o fatti meramente transitori, bensì espressioni di un costume anche etico e prodotti di una cultura appartenente a un determinato momento storico.» (4) Indimenticabile, per chi ha avuto la fortuna di assistervi, il fascino di quelle lezioni in cui il “costume” diviene visione del mondo e la storia dell’abbigliamento si fonde con la storia più intima e complessa dell’evoluzione civile dell’umanità. «In senso più lato il costume significa costumanza, consuetudine, modo di vita, ed acquista addirittura un valore essenzialmente morale.  Perciò il costume va inteso prima come modo di vivere e di vestire, poi come risultante di un modo di vivere o meglio di un modo di essere e al tempo stesso come specchio di una volontà trasformatrice di valori di una determinata civiltà. » (5)

Grazia, raffinatezza, sensibilità, ricerca estetica e poetica diventano stimoli per quel dialogo permeato di un’umanità di fondo che lo ha reso tanto amato e ricordato da coloro che lo hanno conosciuto e frequentato. Di carattere riservato e discreto, apprezzato per la sua ironia, spesso autoreferenziale, riuscì a trasmettere empatia, condivisione e senso di convivialità, qualità che lo resero, insieme alla sua vasta e poliedrica cultura, uno dei protagonisti più ricercati della vita culturale della città. Oltre ad impegnarsi come Presidente del  primo Cineclub cittadino all’inizio degli anni ’50, svolse un ruolo fondamentale, insieme ai colleghi Pietro Sanchini e Renato Bruscaglia,  nell’organizzazione delle ambite feste scolastiche dell’Istituto d’Arte e delle rappresentazioni del Teatro rinascimentale di Corte che,  tenutesi nel cortile d'onore del Palazzo ducale dal '52 al '75, videro convenire registi di fama, attori di richiamo, studiosi, critici ed un pubblico vasto ed eterogeneo; senza dubbio uno tra gli eventi di maggior prestigio culturale del periodo. Ceci non lesinò mai la sua preziosa consulenza e partecipò attivamente, anche negli anni successivi, a numerosi eventi organizzati dall’Assessorato al Turismo e dalla Pro-Urbino, ma riteniamo che  le maggiori soddisfazioni gli siano giunte dai Corsi Estivi Internazionali di Incisione, fonte di una fitta e proficua rete di contatti con artisti italiani e stranieri che ravvivarono le estati della grafica urbinate dal 1967 al 1991.

La sua visione di ampio respiro e la sua natura fortemente poetica —  talvolta appena venata di una malinconia lontana, trattenuta, privata —  lo avvicinarono inoltre a diversi poeti e letterati del periodo, solo per citarne alcuni: Tonino Guerra, Marisa Zoni, Valerio Volpini, Carlo Bo, Germana Duca, ma certamente in primis Paolo Volponi, amico di una vita; preziose frequentazioni di cui troviamo ricca testimonianza nei numerosi testi da lui stesso minuziosamente raccolti e resi pubblici in diverse occasioni.

Un’osmosi dunque certamente virtuosa tra un artista e la sua città, una dedizione ricambiata dalle opere ancora lì,  affisse alle pareti domestiche di tante case, dai biglietti di auguri e dalle lettere conservate con cura a  memoria di un artista, un maestro, un uomo speciale.

 _________________________________________________ 

1) AA.VV. “Dalle carte di Carlo Ceci” Urbino (fuori commercio) Francesco Carnevali 1986

2) Pasquale Rotondi “Il Regio Istituto di Belle Arti delle Marche in Urbino

     Editore Felice Le Monnier Firenze 1943                                        

3) Arnoldo Ciarrocchi “Io incisore” a cura di L. Sciascia, Caltanissetta: Edizioni S.Sciascia. 1955

4) Franco Mazzini, “Itinerario di un artista, un maestro un uomo” saggio introduttivo del catalogo

     della mostra “CARLO CECI Le tempere e le litografie (1936-1989)” Urbino Palazzo Ducale

     (18 marzo – 31 maggio 1990) Editore Quattroventi 1990  

5) Carlo Ceci “Stilistica: storia del costume e dell’abbigliamento” per gli alunni del I° e II° corso di Magistero

     dell’Istituto di Belle Arti per la decorazione e la illustrazione del libro. Urbino” a cura di Luigi Bravi e

     Marta Bruscaglia  Editore Accademia Raffaello Urbino 2023

 

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