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La luce della pittura di Castellani Floriano De Santi I. Universalità di visione
La cultura del nostro secolo
vive in Europa di rimandi, di influenze, di incontri in una
trama spessa, aggrovigliata, tenuta insieme dagli apporti più
diversi e di provenienza la più lontana. Ma su questo terreno
fecondo, da questa matrice comune e contaminata sorgono alcuni
grandi artisti che riassumono tutto lo spirito del tempo nelle
loro opere, tuttavia alimentandolo e rinnovandolo. Tra di essi
c'è senz'altro Leonardo Castellani (1), con quella nitida
tékhne grafica e pittorica che tanto più partecipa di tale
unità, quanto più in essa vivono, disciolti, gli archetipi
figurativi e poetici della
Il riconoscergli una dimensione spirituale non solo nazionale porta già, nei confronti di Castellani, ad impostare il discorso su un'interpretazione della sua produzione (dall'acquaforte alla pittura, dal disegno alla scultura, dall'acquerello alla ceramica) di tipo non formale. Poiché per l'assolutezza dei risultati, per le caratteristiche dello stile (3), per l'eliminazione in essa di ogni scoria vitalistica, per l'estrema sobrietà dei motivi iconografici, tale produzione si è prestata a giustificare talvolta un'ermeneutica, che, pur facendo gran conto dei supremi raggiungimenti linguistici, agevolata dalla sua apparente non coincidenza con le «avanguardie» che si sono via via succedute nella storia dell'arte del '900, tende ad isolarla in una cristallizzazione classica, da cui viene eliminata ogni intrusione della vita. Ma a parlare, per l'opera castellaniana, di purezza, di eliminazione dei contenuti, si rischia di compiere una pericolosa operazione di chiusura che la soffoca in uno spazio senz'aria. Invece quella koiné figurativa va interpretata e conosciuta in un ambito di rapporti, di relazioni, d'immersione nel mondo. Nessuno vorrà più credere (come per troppo tempo, del resto, si è pensato per Morandi) all'intimismo, al crepuscolarismo, all'astrattezza di Castellani; ma piuttosto si pensa all'interiorità, alla poesia delle cose, all'esistenza profonda, alla solitudine, che sono tutti modi veri di avere connessioni con gli uomini. Ha scritto in proposito Pascal: «L'homme qui n'aime que soi ne hait rien tant que d'être seul avec soi» (4). La capacità di solitudine di Castellani è stata il segno, il sigillo della sua apertura umana e culturale (5). In effetti nei suoi dipinti e nelle sue acqueforti la misura regolata, precisa e monotona delle ore, dei giorni, delle stagioni diventa una ricchezza piena di avventure esistenziali. Come Proust (6), Castellani si trova nel cuore dell'arte contemporanea e nel cuore del tempo. In oltre settant'anni di documentato lavoro ha creato un mondo di immagini, frammenti sublimi di una realtà sentimentale ed estetica, che più vario, fecondo e lirico non potrebbe darsi: opere a volte isolate, autonome, folgoranti; a volte sequenze di variazioni, come su una «frase» o su un tema fioriscono, in Mozart, onde fantastiche di mistero; a volte veli sommessi, movimenti appena percettibili di uno spirito intenso, sprofondato, malinconico. Questo universo - e la maniera con cui la visione viene catturata, invischiata nel lampo oscuro della conoscenza, resa testimone e partecipe di una rèverie cosmica nella quale ragione e sentimento non potrebbero ormai più differenziarsi - si regge su un'invenzione di linguaggio che, facendo retrocedere quasi in una sorta di preistoria gli inizi cézanniani, futuristi e neoquattrocenteschi, esplode improvvisa e splendente, a determinare «l'azzurrina levità dei luoghi dell'anima» (7) e la trama sottile dei suoi rapporti all'interno della pittura. È il cosiddetto «luminismo» di Castellani: «quella particolare luce di cicala nel silenzio dell'estate, che lo esalta e lo perseguita» (8), si può dire, da sempre.
(1) Dopo quasi
otto anni dalla morte, è difficile dar conto della verità umana
e artistica di Castellani facendo astrazione dalla minuziosa
indagine del carattere e della vita, che hanno indubbiamente
pesato sulla fortuna - non pari al merito - della sua
produzione. Vorrei ricordare gli ultimi anni in cui tenne la
cattedra di Calcografia all'Istituto del Libro di Urbino. Allora
fui sorpreso dalla sobrietà degli atteggiamenti, dall'ordine e
dal decoro che vigevano nella sua sezione. Indisputabilmente
l'arte stava in consonanza con la limpidezza della mente e dei
sensi, eccettuate da ogni trufferia di immagini, da ogni
dispersione e volatilità dell'io. A questo è da
aggiungere la sfortuna: la progettata mostra alla Galleria
Nazionale d'Arte Moderna di Roma, fissata per l'autunno dell'83,
saltò all'ultimo momento a motivo dell'impianto d'illuminazione
non utilizzabile per le note traversie; e dopo che Dario Durbè
fu rimosso dall'incarico di Direttore per l'opinabilissimo e
poco onorevole Diktat del ministro, svanì la possibilità
dì aggiornare la stessa antologica all'anno appresso. (2) Paolo Volponi. Introduzione al catalogo della mostra personale presso il Centro d'Arte Sintesi, Milano, 1977. (3) Il segno di Castellani «che ha varie intensità e vibrazioni, che certe volte si sfalda naturalmente come un'arenaria d'estate, che altre volte si gonfia come un'argilla o trema come una foglia o cola come una luce. Ed è questo segno che tesse le orditure poetiche di Castellani, che ne dispone le regole e ne organizza ì rapporti. Può perfino diventare brano esso stesso, materia, punto di confronto, quando l'impazienza amorosa e critica tira il giudizio e la mano di Castellani, rimbalza tra un piano e l'altro, insegue una luce o una regola nuova per quella cosa che deve essere costruita. Questo segno è lo stile di Castellani, percepibile nei quadri ad olio come nelle litografie» (Paolo Volponi, op. cit.). (4) Per Castellani i Pensieri di Pascal erano un livre de chevet. Tuttavia, mettere a fianco della poesia castellaniana, così come abbiamo fatto da un lato Leopardi, dall'altro Pascal, vuol dire stringere quella supremazia della forma tra un'angoscia dell'infinito e un'angoscia del nulla. (5) Che Castellani fosse un temperamento solitario non v'è dubbio, ma è altrettanto vero che dalla sua casa-studio di Urbino (dove iniziò, maturò e concluse la sua esperienza umana ed artistica) egli teneva ben spalancata una finestra sull'Europa. Nulla di essenziale mai gli sfuggì che potesse nutrire nel profondo la sua arte e farlo, quindi, più sicuro di quanto andava cercando, così come attinse all'insegnamento dei grandi del passato. L'iter estetico di Castellani si effettua dentro lo specifico del linguaggio, senza cedimenti letterari o trasgressioni contenutistiche e collima, fino ad identificarvisi, con il più interiore cammino dell'artista dentro la propria coscienza. (6) Lo scrittore parigino s'intrattiene nel 1985, in una pagina memorabile della sua petite étude de philosophie de l'art dedicata a Chardin e Rembrandt, su alcuni temi poetici che sembrano evidentemente coincidere con quelli di Castellani. (7) Floriano De Santi, Leonardo Castellani, Milano, Fabbri Editori, 1986, pp. 15-16. (8) Neri Pozza. Le acque/orti di Leonardo Castellani (1948-1961), introduzione al catalogo della mostra alla Casa del Palladio, Vicenza, 1962,
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