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   M° ANTONIO BATTISTINI: docente artista e poeta
MOSTRA ALLA CASA DI RAFFAELLO URBINO 2009

A. Battistini &
G. C. Baiardi
Rodolfo Tonelli Adriano Clavalle Enrico Capodaglio Album della Mostra

L’anima delle piante

Le acqueforti di Antonio Battistini

di Enrico Capodaglio

 

Il paesaggio non è mai sfondo nella incisione marchigiana, come non lo è nella poesia e nella letteratura, ma un personaggio effusivo ed onnipresente, che intride una sensibilità artistica fin dall’infanzia, come una religione naturale, alla quale attingere in modo inconscio, nella dolcezza severa dei suoi colli e nelle lingue libere dei suoi fiumi.

Nel caso dell’opera grafica di Antonio Battistini questo culto sponta­neo della natura si compenetra con una fede forte e onesta, con una percezione cristiana dell’Italia umile, dei sentieri inermi in mezzo alle boscaglie, degli alberi scarni e solitari con i quali lo immagino dialoga­re nei suoi passaggi lungo i clivi e gli svolti delle campagne intorno a Fermignano e dalle parti di Orciano. Una familiarità con le querce e i ciliegi che arriva a dare a ciascun albero una sua personalità e un suo nome, per mettere alla prova il tempo che passa, e spesso distrugge con centri commerciali, condomini e palestre (indispensabili, ma per l’artista della natura minacciosi) la poesia fragile di uno scorcio o di una casa isolata.

La natura infatti non è il vuoto di una civiltà ma la civiltà stessa com­penetrata neH’anima vegetale di un luogo. Tanto più se, come capitò nella metà dell’Ottocento a Theodor Fechner, che scrisse Nanna o l’anima delle piante, si è convinti che esse godano di una psiche com­piuta, soprattutto nella sensibilità alla luce, che le rende molto simili agli artisti, e in particolare al nostro incisore. Il quale riesce a rendere la luminosità evanescente dell’ora e del giorno anche con l’acquafòrte, col suo caratteristico uso del bianco, con il quale sagoma le piante soltanto attraverso i contorti oppure rende la luce che a chiazze intride un bosco. Così il suo nero non è un fondale cupo, ma è quasi sempre disegnato, o fiotta come un sangue lucido e vitale.

Ciò è conferma del suo talento originale ma attesta anche l’inconscia definizione della letizia e del dolore come entrambi concorrenti a una vita piena. E forse anche la sua misura del bene e del male che, nel gioco mobile delle apparenze, concorrono a uno stesso piano, che Battistini sente di fonte divina.

Le sue acqueforti non sono volte alla contemplazione, ma ti chiamano dentro l’opera, sia quando fa cantare una quercia spoglia (Calpino vecchia), sia quando ti avvolge nelle curve sinuose di una natura rigogliosa (Ca’ i frati), sia quando l’occhio passeggia nei posti in cui forse è nato il Bramante (Ca’ Meli).

Il  percorso di questa esposizione, che va dal 1976 al 2005, è esem­plare, perché poi Battistini non avrà fatto in vita sua più di cento inci­sioni, seguendo il ritmo del suo dettato d’amore, e non saprebbe inci­dere senza un impulso nativo, una confidenza storica con i paesaggi che conosce a memoria e che sono diventati per lui luoghi deN’anima. Con un sentimento di rischio e di delicatezza egli ha così acquarellato alcune sue acqueforti, tra le quali spicca quella intitolata Limeria, dove è riuscito a rendere la luminescenza del paesaggio dopo il temporale, quando l’aria è intrisa ancora di acqua e una luce liquida e trasparente nutre la natura.

Battistini si è misurato anche con la natura morta, che preferisco chiamare, all’inglese, vita silente, come nel ritratto dei cardi e dei medaglioni del papa, resi evidenti con mano ispirata e dettagliata. O incidendo le radici, quasi mani e braccia recise, sull’unico sfondo tutto nero, che è in realtà un blu profondo. La sua ricerca ha raggiun­to in ogni campo risultati di gran pregio, anche nella tecnica a matita (o a vernice molle) come in La Pieve di San Cassiano o nell’acquaforte acquatinta, soprattutto in L’isola, che non solo si fa ammirare per la sua beltà solitaria ma ti mette a parte di un segreto molto più spirituale che turistico.

Soltanto in tre incisioni l’artista ha sconfinato dalle Marche, dedican­dole alle Dolomiti, che Antonio ben conosce grazie alla sua esperienza di scalatore, nelle quali rivela una sintesi espressiva potente, come in La bocca di Tosa, dove la lingua del nevaio guizza tra le rocce brune, forse memori del Bellini, tutte inventate dal vero.

 

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MOSTRA ALLA CASA DI RAFFAELLO URBINO 2009