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Bibliografia

VITTORIO SANTINI:   Maestro - Direttore / Ispettore Didattico

L'ANTENATO DI CASA TABARIN

 

Indice analitico

 

Il nonno Tabarin

Il salottino

BartolinoDall'Orcio

Battezzato con mosto

Bartolino 13enne

Adolescenza

Diventato grosso

Fratello Beltrano

Sposò la più bella

MonnaLisa di Gaifa

La prima notte

Vita coniugale

Salva il Ducato di Urbino

Conclusione

 

 

ANTENATO DI CASA TABARIN

 

Racconto storico fantasioso del "Nonno Tabarin" (cioè, nonno di Anna Tabarini moglie dell'Avv. Santini Arturo Sr. e madre di Vittorio) sulle gesta di Messer Bartolino dall'Orcio, antenato di casa Tabarini, vissuto ai tempi del grande Federico da Montefeltro. Il racconto ha il carattere di una epopea rusticana in prosa del tipo La Brombolona,  in versi, di Luigi Nardini, ripubblicata nel 2015 dall'Associazione Pro Urbino in edizione artistica della Scuola del Libro di Urbino con 18 xilografie originali di Mario Gambedotti e ricordata in questa 18 edizione di V'l'arcont in dialett. (nde)
 

 

PREMESSA
 

Questa storia me la raccontava il nonno Tabarin nelle notti d'inverno accanto al fuoco mentre fuori, tra vento e neve, folleggiavano le streghe che han persa la strada di Benevento.

E' la storia di messer Bartolino Dall'Orcio che, battezzato con mosto di vernaccia, a tredici anni scoprì la sua vera vita.  Diventato grosso come una montagna resse le tenute dei conti Della Scure e sposò la più bella del paese, passando ai posteri per aver salvato il ducato di Urbino con una sbornia popolare.

 

                                                                        

 INIZIO PAGINA

IL NONNO TABARIN

L'anima umana e un omnibus nel quale

siedono le ombre dei nostri antenati.

(O.  W.  Holmes)

 La storia del grande antenato me la raccontava sempre il nonno Tabarin davanti al fuoco che ardeva nel camino della sua fumosa cucina.

Era una gran storia, la storia-extra, il suo cavallo di battaglia e quando lo inforcava non c'erano santi; poteva anche bruciare la casa ma si doveva star lì tutti in silenzio ad ascoltarlo.  Propria tale quale a quel suo fratello, l'arciprete di Montesoffio che per non far scappare la gente dalla chiesa, quando predicava ordinava al sacrestano di chiudere la porta a chiave.

Chi andava a trovare il nonno doveva sottostare a quel sopruso che egli esercitava tirannicamente come una tassa di pedaggio.

Come me la ricordo con nostalgia la mia vecchia casa di campagna affogata fra le acacie tra il Tufo e San Cipriano, dove il vento giorno e notte faceva gemere le imposte come anime in pena.

Nel grande camino della cucina il fuoco ardeva tutto l'anno, d'inverno e d'estate, sorvegliato dalla nonna Tabarina con fervore da vestale.

La cappa era sempre piena di fuliggine che nessuno si ricordava mai in tempo di far togliere e si pensava il fuoco stesso, regolarmente ogni lustro, a farla divampare e riempiendo la casa di boati paurosi che parevano volerla schiantare in pezzi.  Era però un fuoco che durava poco: bastavano quattro secchie d'acqua e tutto finiva in un frigolio lamentoso e in un odor d'arrosto dimenticato sul fuoco.  Quando di lontano si vedeva comignolo avvolto da un nuvolone di fumo nero sciabolato da lingue di fiamma, i contadini dei casolari vicini dicevano: «Va a fuoco il nonno Tabarin.» e non si scomodavano.  Sapevano che bastavano i due vecchi a domare le fiamme.

I contadini giuravano che quell'anno le viti di moscatello avrebbero dato pochi grappoli secchi e traditori, ma il poco vino che se ne traeva lo si poteva mettere in bottiglia per le grandi occasioni perché era falso e prepotente come un gesuita.

Nonno Tabarin, dunque, mi raccontava spesso la storia dell'antenato.  Me la raccontava sprofondato nella grande poltrona di pelle di quel cinghiale maremmano che prima di essere ucciso gli aveva lacerato il bicipite destro con la zanna.

E anche quel cinghiale aveva una storia.  Era quello, un piccolo verro, scuro e asciutto di grande ferocia, circondato dall'aureola misteriosa di tutti gli esseri diversi dagli altri.  Si narrava che fosse discendente di quel verro del dugento che passò il Tirreno a nuoto per andare in Sardegna a fare la corte ad una cinghialessa di Gallura, figlia di re, bianca come il latte e con un ricciolino d'oro cesellato fra i prosciutti al posto della coda.  Per averla dovette vincere in torneo, al chiaro di luna su di uno spiazzo erboso tra il mare e la savana, i più forti campioni del mondo cinghialesco: il barone di Sarcidano, piccolo tozzo e nero come il demonio; un nobile calabrese signore della Sila; ed infine il bel principe di Macedonia dai terribili colpi segreti.  Vinto il torneo e goduto il trionfo, il verro maremmano del dugento si era portata a casa la cinghialessa, bianca figlia di re, tutta sospirosa fra il lardo e le setole per via di un gentile cavaliere di Gallura, che, per non essere di sangue reale, non aveva potuto aspirare alla sua zampa...

Andavo a trovare il nonno Tabarin ogni anno alla vigilia di Natale, quando la santa Festa delle famiglie ci richiamava all'ovile da ogni parte del mondo.  Per arrivare lassù su quella collinetta devastata dalla tramontana dovevo pestare nella neve delle impronte profonde mezzo metro e più.  Lo trovavo sempre al suo posto avanti al fuoco che rodeva scoppiettando un grosso ciocco imbraciato, uno di quei santi ciocchi si quercia che alla vigilia di Natale rimangono accesi tutta la notte per riscaldare il Bambinello che sta per nascere.

Il nonno era sempre lì, affogato nella sua poltronaccia spelacchiata dalle cuciture della quale usciva l'anima di stoppa.  Ogni anno la cucina mi appariva più fumosa e nera ed i suoi contorni sempre più indecisi.  Solo la batteria di rame appesa al muro mandava lampi d'oro perchè la nonna Tabarina la lucidava con la pomice e la sabbia di fiume. 

Sulla cornice del camino accanto alla cassettina degli zolfanelli, in un dito di polvere, si allineava una schiera di pipe di tutte le razze e dimensioni: da quelle eleganti di spuma ingiallita dal tempo e dalla nicotina, a quelle grosse e massicce di radica; pipe piccole, medie, enormi; rotonde come botticelle del vin santo; pipe dai fornelli consunti e con le cannucce smozzicate dal mordicchiare di tanti anni.  Ce n'era persino un paio cinesi che il figlio minore, ufficiale di marina gli aveva assicurato di aver comperato a Canton e che servivano per fumarci l'oppio, ma che in realtà provenivano da un emporio levantino.

 Poi sulle pareti oscure erano appesi attrezzi di ogni sorta; da cucina, da lavoro, da caccia: Padelle larghe e untuose per la crescia sfogliata, che facevano pensare all'agonia lenta e lamentosa dell'olio, e padelle dal fondo bucherellato per le caldarroste.  Zappe dal taglio lucente e dal manico nero come l'ebano per il lungo uso.  Badili dal giro in cancrena e seghe.  Coltelli da caccia, vecchi schioppacci ad una canna, tromboncini ad avancarica con cani giganteschi e traforati e, al posto di onore, la doppietta damascata con il cane interno, maestosa come una regina, troneggiava su di una fulva cartucciera ed un carniere di seta verde dalla lunga e ricca frangia.  Sulla madia c'era sempre qualcosa di buono: o un galletto nudo con le zampette stecchite all'insù ed il pancino gravido di ripieno, o un prosciutto che già mostrava il salso dell'osso, o un leprottino tenero tenero uscito da poco dalla macchia.

All'inverno c'era sempre un monte di castagne da castrare: solo arrosto gli piacevano e diceva che tra le castagne arrosto e quelle lesse corre la stessa differenza che c'è fra una femmina dei campi, ardente procace e selvatica, ed una signorina di città, anemica insipida e dipinta.  Le castagne le castrava lui stesso con il lucido temperino d'acciaio e ne lasciava sempre qualcuna vergine per il gusto mattacchione per sentirle scoppiare come mortaretti sotto la cappa.

Poi sull'arola c'era il micione.  In casa dei nonni ho visto cani di tutte le razze, ma sempre lo stesso gattone grigio con gli occhi fessi di una tigre reale, accovacciato tra i piedi del nonno a ronfare tutto il giorno.  Quando spalancava i suoi occhiacci pareva che fuori il vento soffiasse più rabbioso e quando li richiudeva il fuoco perdeva un poco del suo fulgore.  Quanti anni aveva quel gattaccio? molti di certo perchè il nonno diceva di averlo trovato quando io bazzicavo per casa ancora in gonnella.  Io lo odiavo per un misterioso istinto che me lo diceva nemico o forse per una repulsione derivata da una graffiatura infantile ormai dimenticata.  Si chiamava Il Frate e neppure lui amava me, ma certamente egli non amava nessuno all'infuori della casa, dell'arola e delle pantofole del nonno Tabarin.  Era freddo ed egoista.  Tutte le gattine dei dintorni avevano fatto pazzie per lui in gioventù: gli andavano a miagolare dalle siepi vicine delle serenate così strazianti che facevano venire i crampi allo stomaco.  Lui le degnava appena ed il suo favore lo concedeva con la dignità di un monarca.  Era il solo maschio per il raggio di un chilometro: in gioventù Il Frate aveva voluto essere il solo padrone dell'harem, nella vecchiaia insisteva a mantenere il suo reale decoro macchiandosi di odiosi crimini verso i malcapitati che invadevano il suo pascolo...

Quando mi vedeva, il nonno mi faceva un cenno leggero con la testa e seguitava a tirar su dalla sua pipa volute di fumo.  Era quello il suo benvenuto e chi non lo conosceva avrebbe potuto pensare che io fossi per lui l'ultima persona di questo mondo.

Bisognava capirlo.

«Tabarina - diceva poi alla moglie - questo ragazzo deve aver sete».

La nonna Tabarina sospirava guardandolo e diceva malignamente:

«Date da bere al prete che il sacrestano ha sete».

e spariva armata di una chiave che pareva una clava tanto era grossa.  Era una chiave famosa non solo nella famiglia ma in tutto il circondario.  Pesava un chilo e quattrocento grammi: la chiave più grossa esistita a memoria d'uomo in tutta la zona.  Era venuta fuori da uno scavo cent'anni prima ed al padre di mio nonno era tanto piaciuta che aveva fatto fare una serratura apposta riservandole la funzione più preziosa: quella di chiudere la porta della cantina.

Il vecchio mi chiedeva anzitutto come stava di salute la mia mamma, poi che cosa avessi imparato di bello in quell'anno ed infine quando mi sarei sposato con la cuginetta di Fano, chè lui aveva quella benedetta fissazione ed aveva fretta di diventare bisnonno.  Poi quando la nonna portava il vino nella boccaletta in terracotta fiorata, egli la posava sull'arola accanto al gatto perchè si intiepidisse un poco.

Fuori la tramontana spazzava l'aia bruciando gli stecchi intirizziti delle piante che si torcevano doloranti nel buio biancore della gelata.  Gli usci e le imposte cigolavano inquieti.  Fischi ed urli laceranti si udivano nei macchioni infossati nei calanchi dove il vento s'incuneava forsennato come una sarabanda di streghe a cavalcioni delle loro vecchie scope di saggina.

E c'erano davvero le streghe nei dintorni, me lo assicurava anche la nonna che, devota com'era, quando nominava streghe diavoli e spiriti, si segnava coscienziosamente guardando, come per chiedere perdono, il Gesù attaccato ad un trave del soffitto con un lumino accanto tra un fascetto di spighe ed una palma benedetta.

C'erano le streghe ma non erano più quelle di una volta quando si radunavano sotto i tigli del Mercatale d'Urbino per sibilare tutte insieme lo scongiuro: 

Sopra all'acqua

sotto al vento

andiamo sotto la quercia di Benevento

 L'adunata delle streghe sotto la quercia di Benevento (chissà se c'è ancora? era stata profanata una notte dalla incauta servetta di una strega d'Urbino che abitava sotto il secondo torrione di San Polo in una spelonca da gufi.  Curiosa come tutte le serve, aveva spiato la padrona nei suoi misteriosi maneggi con la colleghe.  La manfrina le era piaciuta ed aveva voluto provare anch'essa.  Si era messa a cavalcioni della scopa ad aveva pronunciato lo scongiuro con voce che all'ultimo momento aveva tremato, confondendo le parole: 

Sotto all'acqua

sopra al vento

andiamo sopra la quercia di Benevento

 Era giunta senza fiato per l'infernale corsa nello spazio, zuppa di pioggia, sbattuta dalla procella ed era piombata fra i rami della quercia maledetta come in una selva di spade.

 

INIZIO PAGINA

 

IL SALOTTINO

Il pittor di ritratti è, come lo scrivano, obbligato a copiare un manoscritto sbagliato senza poterlo correggere.  (A.  Manzoni)

 Nel salottino (la nonna lo chiamava così, ma era più vasto di una piazza d'armi) io, bambino, ci potevo entrare di rado.  Era il santuario della famiglia.  Là si facevano i grandi pranzi di nozze, i ricevimenti mondani, le fastose camere ardenti.  La ci si era battuto in duello un bisnonno dell' 800 iper gli occhi romantici di una pallida contessina del Montefeltro.  Là aveva sostato Garibaldi esausto dalla lunga marcia verso la libertà e dal suo verone aveva guardato disegnarsi nel cielo di Romagna le tre punte della Repubblica, aguzze come spade.

Chi da fuori vedeva la nostra casa di campagna non la credeva certo capace di contenere un salone cosi importante.  Tutto era buio e polveroso la dentro.  Vi appariva la luce e vi scompariva la polvere soltanto alla vigilia delle grandi occasioni, di quelle occasioni cioè per le quali il nonno imprecava selvaggiamente perchè doveva mettersi l'abito nero ed il colletto duro e vagava da una stanza all'altra in mutande, schiumando contro i bottoni da collo, i gemelli e le scarpe di coppale, seguito a ruota da Frate Micio irritato anche lui dal trambusto.

Secoli di storia, dormivano quietamente in quel salone fra i mobili di noce, bucherellati come se avessero servito da bersaglio a scariche di fucileria, ed i tendaggi di broccato ingialliti come incunaboli.  Vi banchettavano allegramente i tarli, le tarme ed era il regno incontrastato del Topo Gigante, legato anch'esso ad una secolare tradizione ed al quale non si dava la caccia perchè in esso e nei suoi discendenti riviveva lo spirito balzano di un triplo bisnonno del XVIII° secolo.  Quel topo fu l'incubo della mia infanzia; non mi si impauriva con i carabinieri, gli orchi e i frati, per me s'invocava il Topo ed io smettevo subito di fare i capriccetti, vittima di quella superstizione della quale erano stati vittime mia madre, mio nonno, il bisnonno e i trisavoli della famiglia.

Ciò che dava decoro alla stanza erano i quadri.  Quanti ce n'erano! e tutti belli, vecchi e cadenti, lustri e neri come cotiche di maiale in una zuppa di fagioli.  Vi era una grande quantità di marine placide ed in burrasca, campagne arcaiche, castelli turriti; tutto un mondo meraviglioso nel quale i colori non rispondevano più alla realtà ed avevano assunto dei toni assolutamente arbitrari, ma erano ugualmente belli, almeno per me. 

Che costumi buffi portavano gli uomini e le donne di quell'epoca felice, pareva che tutti avessero una gran passione per i colori violenti; era gente, quella, che non faceva certo la cura del sole e soffriva di fegato a giudicare dalle facce di zafferano e dalla piega dolente dalle bocche.  Poi vi erano visioni pastorali popolate di fauni e di ninfe, vestiti i primi di pelli di capro, le seconde di nulla, danzanti attorno ad un satiro in atto di suonare la cornamusa, un satiro bricconcello dalla barba bianca ma dagli occhi di adolescente voglioso.

Erano quelle delle visioni proibite per me, ma a torto perchè nelle rare e furtive occhiate che potevo darci non mi ispiravano alcun desiderio peccaminoso ma soltanto curiosità e non di rado ilarità come il ritratto della Gentildonna Urbinate alla quale il tempo aveva fatto l'ingiuria di uno strappo proprio sotto le ascelle.  Io la chiamavo la Dama stracciona e pareva che il suo stesso volto rispecchiasse inquietudine e disappunto.  Non erano questi però i quadri dei quali il nonno andava fiero.  Li valutava appena come inutile cianfrusaglia che non si poteva relegare in soffitta per motivi storico-sentimentali.  Del resto, gli artisti che li avevano dipinti non erano dei maestri.

Il quadro che invece formava l'orgoglio del nome era quello dell'Antenato.  Guai a chi glielo toccava.  Nemmeno spolverarlo si poteva perche con quattro secoli di vita sul groppone non era in grado di sopportare neppure il piumino più soffice.  Faceva venire ogni anno apposta un esperto per lavargli la faccia e fargli delle iniezioni di un liquido ricostituente per ritardarne la disgregazione.  II quadro, che rappresentava l'illustre antenato messer Bartolino Dell'Orcio, era opera del Riccio da Montelabate detto il Guercione perche era guercio da un occhio e da quell'altro ci vedeva poco.  Per questo motivo, copiando un modello era costretto ad avvicinarglisi tanto da strusciargli il naso sulla faccia e buon per lui se il modello era una bella donna o non aveva l'alito cattivo.  Era quello il capolavoro del Guercione ed era anche il suo unico parto perchè lo cominciò che aveva vent'anni e lo portò avanti tra canti e baldorie per ben mezzo secolo e non appena lo ebbe finito morì spossato dalla grande fatica.

 

INIZIO PAGINA

 

IL QUADRO DI MESSER BARTOLINO DALL'ORCIO

 

Si dice che in Francia nessun oggetto ode
più sciocchezze di un quadro  (A.  Bucci)

  

Messer Bartolino dell'Orcio, che godè fra il XV° e il XVI° secolo, sorrideva con aria bonacciona dalla tela e pareva volesse dire:

«Guardate se vi e possibile trovare una pancia come la mia.»

E dove infatti era possibile trovare una pancia simile? pancioni del genere erano prerogativa dei due secoli a cavallo dei quali visse l'illustre messere.  Pareva un mappamondo tanto era grossa e tonda e non si riusciva a guardarla tutta in una volta.  Ci si chiedeva come potesse stare dentro quei vestiti che gli aderivano addosso come un guanto.  Veniva fatto di pensare che si vestisse di elastico e che non si potesse prendergli un lembo di stoffa senza dargli un pizzicotto. 

Era seduto a gambe larghe per via di quello smisurato pancione che s'incastrava nel mezzo, su di uno scanno fatto certo su misura.  Un bel parruccone inanellato incorniciava la faccia del più perfetto gaudente che sia mai apparso sotto la cappa del cielo.  Aveva gli occhi piccini piccini affogati nei lardelli che facevano la guardia ad un naso del più fulgido paonazzo sul quale il color rosso era rappresentato in tutti i suoi toni, sottotoni e sfumature, tipico naso del vignaiuolo che lavora in proprio e tiene tutto per sè il prodotto.  Era un naso che pareva un cardinale, anzi il monumento a un cardinale.  Sotto questo naso prelatizio volteggiavano, capricciosamente arricciati come un codino di porco, due baffetti alla moschettiera che si intonavano con il pizzetto dartagnanesco appeso al labbro inferiore di una boccuccia carnosa di donna meridionale.  Il mento non si vedeva e faceva un tutt'uno con una pappagorgia di dimensioni spaventose.  Era un sottogola di lardo nè doppio nè triplo, semplicemente immenso, che dava l'impressione di un altro stomaco appiccicato sotto la gola per aumentare la capacità di quell'altro stomaco situato al posto comune di tutti i mortali.

La mano dalle dita rotonde e carnose come salsicciotti sbucava da un ricco manicotto di trina per impugnare saldamente un boccale di ceramica fiorata pieno di vernaccia con la quale l'illustre antenato creava un simbolo della propria personalità ed alleviava la noia delle lunghe ore di posa davanti il pittore.

Su di un tavolinetto accanto, pieno di libri che stavano a dimostrare che messer Bartolino si piccava di lettere, si reggeva aperta e diritta, per un inspiegabile fenomeno di equilibrio, una pergamena ricca di bolli, di nastri e di caratteri gotici, sulla quale si poteva leggere:

 

MESSER BARTOLINO DALL'ORCIO

CHE BATTEZZATO FU CON MOSTO DI VERNACCIA

DIVENTO' GROSSO COME UNA MONTAGNA.

MINISTRO DEL CONTE ARNOLFO DELLA SCURE

SPOSO' LA PIU' BELLA DEL PAESE

E CON SBORNIA POPOLARE SALVO' IL DUCATO DI URBINO

 

Messer Bartolino era cinto di spada dall'elsa riccamente adornata, ma la spada al fianco di quell'uomo non faceva certo pensare ad un'arma ma piuttosto ad uno spiedo per rosolarci, ben pilottati, schidionate di tordi, pezzi di montone o di cinghiale.  Era assicurata al suo fianco per mezzo di un cinturone di cuoio rosso che aveva certamente anche lo scopo di reggergli la pancia, senza del quale si poteva pensare che sarebbe straripata irrimediabilmente all'intorno come una palla di burro accanto al fuoco.

Non possedeva due gambe, ma due prosciutti che si affogavano in un paio di stivalacci da dragone, simili a torricelle ghibelline.  Davanti a quel quadro si pensava subito a pranzi pantagruelici, a sbornie colossali, ad orge frenetiche e a botti piene di quello buono.  Davanti a lui si aveva l'esatta impressione della grandiosità del monumento, della esaltazione della salute e del buon umore, della goduria e del maiale da 1° premio alla mostra zootecnica.

 

INIZIO PAGINA

 

...  CHE BATTEZZATO CON MOSTO DI VERNACCIA,

A TREDICE ANNI SCOPRI' LA SUA VERA VITA...

  

Si può, riflettendo bene, bere vino per cinque motivi:

primo, per far festa, poi per calmare la sete, poi per evitare

di aver sete dopo, poi per far onore al buon vino,

e finalmente per ogni motivo.  (F.  Ruchert)

Bertolino venne alla luce durante la pigiatura dell'uva nei poderi di Arnolfo Della Scure.  Era l'anno in cui il soave Poliziano compose la "Favola di Orfeo" su incarico del cardinale Francesco Gonzaga in occasione delle feste che si tenevano in Mantova per la venuta del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza. 

Sull'aia i piedacci nocchiaruti dei villani pigiavano allegramente nelle vaste tine l'uva nera dai chicchi duri e turgidi come mammelle delle donne picene.  La madre di Bartolino, moglie del ministro dei conti, era molto golosa del mosto.  Gliene fu portata una tazzona che inebriava al solo profumo ed essa ne bevve a lungo con la bocca assetata e febbrile per il travaglio del parto ma le sue mani deboli tremarono ed un lungo getto denso e tiepido inondò il neonato dalla testa ai piedi.

Padre Ludovico, l'allegro fratone zoccolante che non diceva messa se il vino non era superiore ai quindici gradi, il quale era venuto per assistere la sorella durante il parto, nel vedere il piccolino zuppo di mosto lo segnò devotamente e lo battezzò che così, tanto che c'era, non si perdeva il tempo e si rubava una funzione a quello spilorcio del parroco con il quale era in lite per via dell'usufrutto di una vigna.

«Ma ci vorrebbe l'acqua santa...» azzardò la nonna di Bartolino scandalizzata dallo spiccio sistema.

«Più santo il vino che è il sangue di nostro Signore! Madre mia tutto è in regola» e Bartolino Dall'Orcio si leccò le labbruzze con la linguetta rossa da gattino dimostrando di gradire perfettamente quel genere di battesimo.

Fuori i villici cantavano pancia all'aria, ruttando di tanto in tanto senza perdere il tempo, e accompagnando con il ritmo le zampacce villose dei pigiatori che ballavano nelle tine una furlana indiavolata.  Il padre di Bartolino, ignaro del lieto evento, dormiva briaco fradicio dietro un pagliaio a pancia all'aria stringendo amorosamente fra le braccia un orcio vuoto scolato fino al fondo.  Sognava di quell'orcio come di una splendida femmina dalle anche rotonde e lo baciava con ardore.  Non gli passava neppure lontanamente per l'anticamera del cervello di sentirsi padre, quasi fosse consapevole (e chissà che non lo fosse) che il sangue del novello era più dei Della Scure che il suo.

Uno scirocco dolcissimo inondava di sudore i torsi nudi dei villani, sudore che gocciando si mescolava al mosto dandogli quel sapore agretto e salsedinoso che lascia nell'ugola il desiderio di bere ancora.  Passavano per l'aia le femmine formose con i capelli avvolti nei ruvidi fazzoletti colorati, con le gonne rialzate fino alla cintura e con le gambe violacee di mosto e di pizzicotti.  Andavano a pigiare ancora che l'uva sembrava non dovesse terminare più e le loro gambe nude lasciavano nel mosto l'ardore amoroso che sempre accompagna l'ebbrezza del vino.  Sculettavano procaci fra i maschi facendo ondeggiare i larghi seni che a volte nel fervore della danza vendemmiale scaturivano prepotenti dai corsetti slacciati.

Peccato che la pigiatura avvenisse una sola volta all'anno ma i contadini ne approfittavano per farsi delle ingorde indigestioni di mosto e d'amore.  Poi nelle lunghe veglie invernali, davanti ai camini larghi e profondi nei quali ardevano delle mezze querce per volta, si beveva il vino novello e qualcuno diceva maliziosamente:

«Questo lo pigiò certo la Maddalena, e come lo pigiò forte...  aveva tutte le cosce bagnate...»
e la Maddalena, le maddalene, arrossivano sino agli occhi perchè all'infuori del tempo di vendemmia e di battitura e di qualche solennità parrocchiana, le donne di allora erano pudiche e oneste e sapevano fare coscienziosamente la quaresima dell'anima dopo lo sfrenato carnevale dei sensi.

  

INIZIO PAGINA

 

BARTOLINO DALL'ORCIO A TREDICI ANNI

 

L'infanzia appare come un giardino meraviglioso

scintillante di fiori e di fruttima di cui le siepi e gli

alberi portano quest'avviso: è vietato cogliere i fiori;

è proibito mangiare i frutti   (F.  D.  Croisset)

 

All'età di tredici anni l'esistenza del piccolo Bartolino cambiò radicalmente di tenore.  Sino allora la sua vita era trascorsa placida e serena tra le favole meravigliose delle donne di casa e gli ammaestramenti di Bertrando, il fratello maggiore, che fungeva da precettore.  Di quelle favole meravigliose conservò sempre lo sfondo di sogno fastoso che caratterizzò tutta la sua esistenza da satrapo ed invece degli insegnamenti di Bertrando gli rimase ben poco: l'inchino cortigiano con gli occhi languidi e la mano sul cuore ed il leggere e scrivere.  Però siccome che con l'andar del tempo diventò tanto mastodontico, l'inchino dovette limitarlo ad un cenno della testa; in quanto al leggere e scrivere bastava che udisse il suono delle parole stampate che subito cadeva in sopore.  In quanto allo scrivere gli rimase solo la facoltà di fare la firma e neppure toppo bene e per farla, anzi, era necessaria una tal serie di preparativi faticosi da fargli passare la voglia di farne un'altra a breve distanza.

Di Bartolino fanciullo sappiamo soltanto che era flessibile come un giunco quasi la natura avesse voluto fargli assaporare un po' di agilità prima di farlo diventare elefantesco.  Sapeva dunque fare l'inchino cortigiano, rispondere grazie e prego ed era parco come un eremita, il che per l'epoca era già molto.  Passava gran tempo a fare graziosi altarini e a bazzicare per le sacrestie tanto che si pensò di farlo frate come lo zio.  E che bel frate sarebbe diventato! uno di quei fratoni goderecci che amavano più la tavola dei lunghi riti quaresimali. 

Ma come si è detto a tredici anni la sua vita ebbe una svolta decisiva dopo di che il buon Bartolino seguì la sua vera vocazione.  In quell'età in una sola notte accaddero due fatti grandiosi: per la prima volta, dopo il suo originale battesimo, si ubriacò e si innamorò.  Ecco come successe il fatto.  Al padre, che avrebbe più facilmente lasciata la moglie in una caserma di lanzichenecchi piuttosto che lasciare incustodita la chiave della cantina, una sera capitò proprio di andarsene a letto lasciando quella famosa chiave sul tavolo.  Bartolino che aveva allora allora terminata la sua novena in onore di San Bartolo suo patrono, la vide e fu tentato di sciogliere il mistero della giornaliera felice ebbrezza paterna.  Esitò un poco, ma poi il richiamo di quel sangue battezzato col mosto lo decise.  E mentre con il cuore in subbuglio si avviava verso la cantina passò davanti la camera della serva.  In sotto l'uscio usciva la luce della lanterna.  Per la seconda volta in quella sera Bartolino venne meno alla buona educazione inculcatagli da Bertrando e cedette nuovamente alle tentazioni del demonio adirato contro di lui per i suoi esercizi spirituali.  Decisamente quella era la notte in cui il fanciullo aveva deciso di allargare le sue cognizioni sui misteri della vita.

Accostò l'occhio al buco della chiave (che allora erano enormi e che quindi avevano delle toppe nelle quali entrava una mano) e guardò a lungo la serva che si svestiva per andare a letto.  E con quel caldo d'agosto anche la camicia da notte era superflua.  Davanti a quel mistero che andava sciogliendosi, la seconda natura di Bartolino ondeggiò nuovamente nel dubbio, ma di nuovo il suo sangue gagliardo ebbe la vittoria.  Due misteri in una notte sola sono troppi per un fanciullo.  Quale dei due doveva studiare? La serva che gli appariva come l'aveva fatta madre natura (e l'aveva fatta molto bene) era una tentazione toppo grossa ma d'altra parte anche il mistero della cantina era altrettanto eccitante.  Davanti al dubbio che costò la vita all'asino di Buridano, il nostro Bartolino ebbe una soluzione più pratica: scese in cantina.  Tornò su con un orcio di barbera e quindi senza neppur bussare (tanto ormai per quella sera la sua buona educazione era andata a farsi benedire), spinse la porta della serva ed entrò.  Quello che successe poi passò alla storia.  A mezzanotte tutta la casa si svegliò dal gran baccano che facevano quei due ebbri di vino e d'amore.

Successe uno scandalo.  La serva fu cacciata di casa in malo modo e il ragazzo fu spedito in convento dallo zio a far penitenza, ma ormai non c'era nulla da fare.  Bartolino aveva preso gusto ai misteri.  Padre Ludovico lo rispedì dopo una settimana alla sorella con una letterina di accompagnamento che in poche parole diceva molte cose.  La pace del convento era turbata.  I novizi eccitati dal piccolo indemoniato gozzovigliavano come soldati di ventura e nelle loro rapaci incursioni notturne mettevano in grande pericolo la stabilità della cantina conventuale.  Bartolino era diventato improvvisamente un ribelle ed il suo sangue non voleva più ritornare a dormire.  Non vi era cella dalla quale non fosse capace di evadere per far più danno di prima.  I frati rinunciavano al merito di ricondurre all'ovile quella pecorella smarrita pur di conservare la propria pace.

Questo fu il tenore della lettera dello zio di Bartolino e ce n'era abbastanza per giustificarsi, ma avrebbe potuto aggiungere dell'altro e se non lo fece fu per rispetto, pudore e ipocrisia fratesca, scusata però con la severità della regola monastica.  Infatti Bartolino con i giovani fratini, sacrificando al dio Amore, aveva osato pasturare nella riserva di caccia dei venerabili anziani e c'era gran scandalo per le campagne attorno al convento.

  

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ADOLESCENZA

 

 Periodo della vita umana intermedia fra l'idiozia dell'infanzia e la follia della giovinezza: a due passi dal peccato della virilità e a tre passi dal rimorso della vecchiaia.  (A.  Bierce)

 Attorno a Bartolino adolescente si formò in Urbino una piccola corte di gaudenti del suo stampo.  La gente li chiamava i Lazzeroni.  Le guardie ducali avevano i loro indirizzi e quando di notte succedeva qualche cosa il capitano della gendarmeria mandava i suoi alabardieri in fretta e furia a fare il giro delle loro case per vedere se erano tutti a letto.  Se qualcuno mancava il giorno dopo veniva chiamato dal giudice che non c'era da sbagliare.

Naturalmente non si trattava mai nè di congiure, nè di rivolta, nè di delitti, ma di scherzi mattacchioni ed innocenti o quasi, come ad esempio il ratto di un paio di capponi al Conestabile destinati a festeggiare il giubileo del medesimo o la violazione del domicilio di un canonico per assodare se dormisse veramente con la serva e relativo saccheggio della cantina e della dispensa a titolo di risarcimento per lo scomodo.

Li chiamavano i Lazzeroni perchè per divertirsi facevano piangere la gente ma in genere quelli che piangevano sempre erano da ricercarsi tra coloro che spacchiavano nell'abbondanza ed ai quali i Lazzeroni, per alto spirito di uguaglianza sociale, cercavano di rendere un po' triste la vita nel più allegro dei modi. 

Il capo era Bartolino.  Chi non lo conosceva in Urbino? apriti cielo! Al solo nominarlo le donnette chiamavano le figliole tenere come pollastrelle e sprangavano l'uscio.  Gli uomini si assicuravano di avere in tasca il coltello e andavano a dare un'occhiata alle mogli giovani.  Gli ebrei si facevano piccini piccini e tremavano per l'incolumità della loro borsa.  Guardie ducali, gendarmi, soldati regolari e di ventura si mettevano sul chi vive.  Le ragazze invece si davano una occhiata allo specchio e correvano alla finestra per vederlo passare con il berretto di traverso, gli occhi ardenti ed un fiore in bocca.

  

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DIVENTATTO GROSSO COME UNA MONTAGNA
RESSE LE TENUTE DEI CONTI DELLA SCURE... 

I medici lavorano per conservarci la salute, i cuochi per distruggerla:
ma questi ultimi sono più sicuri del fatto loro.  (Diderot)

 Il periodo dei Lazzaroni finì presto per Bartolino Dall'Orcio.  Verso i vent'anni cominciò ad ingrassare e a venticinque era il più grasso del ducato e non si fermò lì.  Ingrassava a vista d'occhio come un maiale di razza pregiata.  Non poteva fare dieci metri a piedi senza correre gravissimi rischi.  Ciò, nonostante alla morte del padre, aveva allora poco più di trent'anni, fu nominato dal conte Arnolfo Della Scure ministro di tutte le sue tenute, carica che si veniva tramandando da padre in figlio come una eredità.  Veramente questo privilegio avrebbe dovuto essere appannaggio del primogenito, ma Bertrando vi aveva rinunciato da un pezzo perchè al solo nominargli i contadini, campagne e bestiame gli veniva il voltastomaco e d'altra parte si era già allogato nel palazzo ducale in qualità di bibliotecario.

Per la seconda volta l'esistenza di Bartolino ebbe una brusca deviazione.  Il mestiere di fattore gli piaceva ed era l'ideale per un trippone epicureo come il suo e su quell'onorato mestiere l'amabile giovanottone, che era stato il caporione degli scavezzacollo di Urbino, adagiò placidamente il suo lardo.  Quando messer Bartolino andava per le campagne a dare una occhiata sapiente ai beni del suo signore, i famigli aggiogavano un paio di robusti buoi ad un gigantesco carroccio dipinto a vivaci colori, opera insigne del più famoso carradore di Mondolfo, patria dei carradori.  Lo seguivano sulle mule baie i due famigli più fidati, Ninacca e Soruzzone, ai quali tutto si poteva affidare ad occhi chiusi meno la chiave della cantina. 

I contadini vedevano apparire il convoglio di lontano dalle aie delle loro coloniche appollaiate sui poggi imbandierati di verde e di oro nei caldi meriggi frumentali, canori di eserciti turbolenti di fringuelli, di merli, di cardellini, di verdoni, di calendre, di culbianchi, di sisini e di cicale dall'ugola di ferro arrugginita.  La notizia volava d'incanto come l'eco di un'allegra novella in una vallata addormentata nel tedio estivo.  I buoni villici correvano giù per le viottole sassose e ripide con un altro paio di buoi di rinforzo, con funi stanghe e zeppe mentre le donne apparecchiavano sull'aia l'immenso tavolone di quercia dei grandi conviti.  Pochi minuti bastavano per impastar sfoglie e frittelle nelle padelle larghe e piatte colme d'olio che agonizzando sfrigolava lamentosamente.  I vecchi capoccia traevano da sotto il farsetto la chiave della cantina e facevano rotolare per l'aia i barilotti della vernaccia e del moscato e portavano alla luce dal fondo più buio e più umido, con la solennità di un rito, le anfore sigillate del vinsanto fumoso e dolce come l'amore prepotente delle villane in maggio. 

E quando, dopo l'ultimo strappo più robusto e deciso, il gran carroccio usciva dal greppo per adagiarsi sul pianoro, il ministro trovava già l'aia in festa ad attenderlo.  L'immenso tavolone dei pantagruelici pranzi della mietitura era carico di fragranti cresce sfogliate e di caciotte appena appena incrostate, di prosciutti magri e stagionati tolti allora allora dal fumo del camino e di frittate giganti alle quali aveva cooperato tutto un pollaio di cinquecento capi.  Sembrava l'ingresso di un console vittorioso sui barbari.  Messer Bartolino passava troneggiante sul carroccio maestoso sotto l'arco trionfale delle acacie e veniva circondato dai villani dalle rosse facce rugose che gli davano il benvenuto alitandogli sotto il naso odor di vino in via di digestione.

Le donne schierate in fila dietro il tavolone per ordine di età attendevano con le braccia conserte sui larghi seni che il signore degnasse di salutarle e di scegliere tra loro la più appetitosa nel caso che la sua permanenza al podere si prolungasse.  E gli uomini non facevano questioni di gelosia se la favorita era nubile o sposata; a Bartolino offrivano tutto, anche il talamo nuziale.  Quei servi senza catene, legati alle zolle feconde dalla millenaria infrangibile tradizione della loro razza, adoravano quell'omaccione rubizzo che schizzava salute e giocondità da tutti i pori della pelle che si stendeva lustra lustra su di un quintale e mezzo di ciccia soda e sana.

Generalmente il ministro aveva molti poderi da ispezionare e gradiva soltanto un pezzo di focaccia tanto per stimolare l'ugola ad un boccale di vino, mentre il capoccia gli esponeva nel suo fiorito e pittoresco linguaggio l'andamento dei lavori nei campi di grano, che prometteva bene, o di foraggi pronti per la segatura.  Qualche volta però messer Bartolino scendeva faticosamente dal suo carroccio ed allora aveva inizio una di quelle orge meravigliose che si prolungavano fino il mattino dopo al chiarore delle cataste di fascine attorno all'aia e delle torce resinose piantate ai quattro spigoli del tavolone di quercia.

Allora impazzavano le danze più gaie, più inesperte e più sfrenate attorno al ministro che seduto su di un pancone imbottito di un pagliericcio frusciante di foglie di granturco troneggiava con un boccale in mano, con gli occhi sfavillanti e le guance color di fiamma.  Al fianco del ministro sedeva di solito il capoccia della piccola sfrenata tribù, segaligno e con la barba bianca; gli parlava di vacche e di sementi mentre lui palpeggiava una ragazzotta soda e cicciuta, alla sua destra, la quale aveva il corsetto slacciato sull'immacolato candore dei due ghiotti seni turgidi emananti un villereccio ardente richiamo.  Il vino e l'allegria allentavano i freni del buon costume predicato settimanalmente alla pieve dal curato rotondo e ben panciuto anche lui, come un maialino in porchetta, e le donne lasciavano correre su certe carezze illegali, senza parlare poi delle fanciulle che dietro i grandi pagliai a cono eludevano la vigilanza delle madri.

Messer Bartolino contemplava il baccanale da lui scatenato con occhio di esperto gaudente e quel fluido lubrico che emanava dai giovani corpi sudati gli faceva più effetto di un potente afrodisiaco e gli si infuocavano le canne della gola invogliandolo ancor più a tracannare l'oro dell'albana ed il rubino infuocato del sangiovese.  Anche la ragazza accanto a lui fremeva di ardore villereccio e gli si strusciava addosso come una gattina in fregola e sembrava quasi voler penetrare in quel grosso pancione a far il bagno tutta nuda nel gran vino che egli aveva ingurgitato.  Dalla tavola sparivano rapidamente le cresce sfogliate, i prosciutti e le profumate caciotte che lasciano in gola una certa arsuretta favorevole ai boccali colmi.  Bevute che non finivano più di quei vinelli leggieri, frizzanti e pastosi che scivolavano sull'ugola come una fresca rugiada sui petali dei rossi papaveri che macchiavano le distese di frumento.

Nessuno beveva come Bartolino.  Nessuno poteva stargli a petto ed era difficile che si ubriacasse.  Una sorsata d'aria fresca lo rimetteva subito in sesto.  A volte però gli succedeva di saturarsi al massimo ed allora cadeva in un profondo letargo che neppure le cannonate ce la potevano.  Le donne avevano per lui una passione morbosa originata da un fluido magnetico di calda simpatia che emanava misterioso da quel corpaccio sgraziato.  Peccato però che con l'andar degli anni a causa dell'aumento progressivo e costante della sua mole, avesse perduta molta agilità in amore.  Tutte le donne delle tenute dei conti Della Scure erano passate nel suo letto molte delle quali, a dire il vero, soltanto per dormirvi...

Le stelle tremolavano sul nero velluto del cielo tra la luna diafana e il Gran Carro dell'Orsa basso sull'orizzonte a sfiorare con il timone le alte creste dei faggi sulle alture buie accarezzate dai venti di collina freschi e odorosi di tiglio e di spighetto.  I grilli dietro le siepi e le rane dalle pozze univano i loro concerti ai cori campagnoli che sul tardi avevano toni aspri e stonati.  Le canzoni si confondevano sulle lingue pastose e grevi e nelle ugole troppo bagnate e finivano in un gorgogliar di fiasche tracannate a garganella.  Poi il sonno scendeva con la sua coltre greve a coprire i sensi degli uomini.

Gli ultimi canti si smorzavano lentamente in un sussurro indistinto a seguitare nel sogno, quando i galli si chiamavano di colle in colle inneggiando alla gloria del nuovo sole.  Infine nel gran silenzio che precede l'alba vagava il sussurro del sonno pesante dopo il baccanale.

  

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BARTOLINO E IL FRATELLO BELTRANO

Bere e mangiare sono due cose che si somigliano: a prima vista li prendereste per cugini.  Ma il bere supera il mangiare come l'aquila che piomba dalla vetta delle montagne rocciose supera il corvo appollaiato sulla cima di un albero.  Mangiare è un bisogno dello stomaco: bere è un bisogno dell'anima.  Mangiare non è che un volgare artigiano, bere è un artista.  Il bere ispira idee ridenti ai poeti, nobili pensieri ai filosofi, suoni melodiosi ai musicisti; il mangiare non dà a loro che indigestioni.  (C.  Tillier)

Messere Bartolino Dall'Orcio s'incontrava raramente con il suo venerabile fratello Bertrano ingorgierato nei pizzi e nei velluti dell'etichetta ducale.  Bertrano Dall'Orcio dottore in utroque jure, cultore delle arti e delle lettere era, per amor di contratto, astemio striminzito allampanato e secco come una vecchia morte malandata.  Incartapecoriva cupamente tra la tirannide della sua orribile moglie e tra le pergamene del palazzo ducale d'Urbino senza mettere mai il naso all'aperto: d'inverno, perchè temeva i raffreddori e i geloni, dei quali però soffriva ugualmente; d'estate, perchè diceva che il sole rincitrulliva, sebbene, come malignava il suo giocondo fratello, per renderlo tale erano sufficienti la moglie e l'aria ammuffita della biblioteca.  Mai Bertrando aveva goduto per un sol momento ciò che Bartolino godeva dall'età di tredici anni.

Alle minacce apocalittiche di morti precoci, di gotte giganti, di ipocondrie, di mali di cuore, di colpi apoplettici e di altre allegre malattie del genere che tutti i crapuloni temono di avere la volontà di evitare, il ministro ribatteva:

«Baie, messer fratello, baie santissime.  Guardatevi invece ad uno specchio e ditemi quale differenza passi fra noi due.  Avete una faccia che pare la scorza di un limone ammuffito.  Uscite dal vostro eremo: divertitevi! mangiate! sopratutto bevete.  Voi non sapete com'è dolce il sapore di un boccale di moscato in una notte d'inverno accanto a un ciocco ardente, vicino ad una femmina tiepida e vogliosa, mentre fuori la tramontana rade il pelo.  Voi non sapete come è inebriante una notte d'estate nell'aia di una fattoria tra i roghi che paiono incendiare il firmamento mentre il vino sprizza da ogni parte prepotente e provocante come il riso di una bella bocca di donna.  Voi non avete mai udito i galli cantare all'alba quando il primo chiarore cancella le stelle più basse del firmamento ed i commensali si addormentano con il naso sul tavolo dopo una notte d'orgia.  Voi non avete mai udito il felice gemere delle fanciulle innamorate tra le fratte di biancospino.  No, messer fratello, voi di musiche non avete udito altro che il rosicchìo dei tarli negli scranni di noce e, di odori, quello nauseante delle pergamene polverose.  Cose morte, caro Bertrano del mio cuoricino di burro! Ma che cosa studiate? perchè studiate? che vi giova? Aristotele era un vecchio buffone; Achille Pelide un cretino che portava una corazza inutile perchè era invulnerabile ed andava in giro invece con il famoso tallone scoperto, crepando da cretino come crepano fatalmente tutti i cretini.  E Archimede? quello poi! inventava innumerevoli diavolerie per far ammattire la gente e andava in giro con una leva cercando criminosamente un punto d'appoggio per ribaltare questo buon mondo.  Perchè poi? non gli piaceva abbastanza? si vede che lui come Voi ignorava troppe belle cose.  Anche lui morì ammazzato e ben gli sta. 

Buffonate, inutili buffonate, fratello mio.  L'etica? la filosofia? della roba...  La morale? già la morale! come non si sapesse che il moralista è una persona che fa di nascosto ciò che gli altri fanno apertamente...  Evvia Bertrano, cosa ricorderete quando sarete vecchio se pure ci arriverete ad esserlo? Vi accorgerete, quando non sarà più tempo, di aver sciupato tanti anni nella polvere della carta come un topo che si annida fra gli scaffali della biblioteca.  Venite con me una sera al Poggio del Tufo dove c'è il vino più buono e le femmine più belle.  Vedrete e comprenderete come non valga la pena di starsene al chiuso tra le mummie vestite di velluto».

 Il cortigiano arricciava il suo aristocratico naso dantesco e scuoteva il testone a malapena sorretto da un esile collo da passerotto.  Dopo di che i due fratelli si congedavano per ritornare l'uno alle sue scartoffie e l'altro ai suoi boccali.  Si promettevano di rivedersi presto sapendo che sarebbero trascorsi nuovamente dei mesi e degli anni perchè l'uno arrischiava di rado di avventurarsi all'aria aperta e l'altro non poteva salire con il suo carroccio sin dentro il castello. 

  

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...E SPOSO' LA PIU' BELLA DEL PAESE...

 L'ingiusto dir male delle donne.  Il numero di quelle che non soltanto sono fedeli ma che amano i loro mariti di grande amore è considerevole.  Basta guardarle mentre guardano i mariti per rendersene conto.  E anche se gli uomini fedeli fossero in numero semplicemente eguale alle donne fedeli, si potrebbe già contare su di una gran quantità di coppie felici.  Il male è un altro.  Il male è che gli uomini fedeli e le donne fedeli non si sposano sempre fra di loro.  (S.  Dieudonnè)

 Quando messer Bartolino Dall'Orcio sposò monna Lisa di Gaifa, don Ignazio abate di Montesoffio tenne un discorso che durò esattamente tre ore e tre quarti.  Gli invitati dalla debolezza si attaccavano ai muri.  I dodici alabardieri, che il duca aveva mandato a far scorta d'onore per riguardo a Bertrando, si erano addormentati dentro le loro armature ad eccezione di Pippo di Cafante, il caposquadra, al quale nell'abbassar la barbuta era penetrata nella celata una mosca maligna che non gli aveva lasciato chiudere un occhio.

I due sposi non potevano muoversi e dovevano star lì impalati davanti all'abate che li innaffiava in faccia per via che quando parlava le parole gli si impuntavano sulle labbra e doveva farle vibrare insieme con la lingua per aiutare la fuoriuscita del verbo.  Messer Bartolino e monna Lisa soffrivano le pene perchè lui scoppiava dentro il vestito nuovo, le scarpe strette e la gorgiera inamidata che gli segava il collo dalla pappagorgia alle orecchie e lei, poverina, aveva una urgentissima necessità di trasferire i suoi grossi glutei a sedere su di una ciambella col buco, perchè sentiva sù e giù per il ventre un pizzicorino irresistibile.  E giù che don Ignazio sputava incessantemente per dire che non aveva parole per augurare loro tutto il bene di questo mondo. 

Era una di quelle giornate di maggio inoltrato in cui il sole fa la prova generale dell'estate e pare che assorba nella sua luce afosa tutti i rumori della terra.  Le candele gocciolavano e si piegavano sull'immacolata tovaglia del sacrificio del Calvario.  Il sacrestano dormiva in piedi e nella sua bocca spalancata l'unico dente tremolava all'alito greve.  Una donnetta, l'unica che stesse a sedere, dormicchiava anche lei sui gradini del Battistero, accanto ad un ragazzino incantato con il naso all'aria a desiderare le palline d'argento degli angioletti dipinti sulla volta.  Un cane si affacciò alla porta socchiusa, sentì il dentro più fresco e si acciambellò beato.  E don Ignazio parlava, parlava e sputava e i pallini di saliva entravano a brillare nel raggio di sole che dall'alto della vetrata scendeva dritto e sciabolare nella penombra.

Finalmente, a capo di quelle tre ore e tre quarti l'abate di Montesoffio sputò per l'ultima volta e congedò sposi, parenti e alabardieri.  Tutti si scossero dal torpore e si stropicciarono gli occhi.  Pippo di Cafante, il caposquadra, bussò sulle corazze dei suoi alabardieri e li svegliò.  Lo sposo rimase in ginocchio perchè era svenuto irrigidendosi dentro tutta quella sua roba stretta, mentre la sposa dovette essere trasportata fuori a braccia perchè aveva il pancino gonfio e non poteva più fare un movimento senza correre il rischio di far andare tutto.

Piano piano la chiesa si vuotò.  Se ne andarono anche la vecchierella, il fanciullo che sognava le palline d'argento degli angioletti ed il cane che si accodò al corteo con mezzo metro di lingua gocciolante fuori dalla bocca..  Don Ignazio rimase ancora un po' solo davanti all'altare.  Si tergeva il sudore con il fazzolettone rosso mentre una lacrima di commozione gli inumidiva il ciglio.  Il discorso aveva commosso anche lui.  Si trovava sotto il bersaglio del raggio di sole che gli faceva attorno al capo l'aureola dei Santi e dei Semplici,

  

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 MONNA LISA DI GAIFA

 Le donne sono come la Luna, che, finchè è presente suo marito, il Sole, sta tutta riservata e si fa appena vedere; ma, appena il sole se ne è andato, esce fuori, si scopre e va gironzolando tutta la notte facendone d'ogni colore. 
(P.  De Montamaur)

 Le cronache del tempo ci tramandano la descrizione particolareggiata delle meravigliose fattezze di monna Lisa Di Caifa dolce sposa di messer Bartolino.  Essa era un grande trionfo di bellezza, di giovinezza e di invito all'amore.  Era l'esaltazione della carne sana, rossa e soda che in ogni secolo ha fatto delle donne picene dei capolavori di natura.  La descrizione che di lei lasciò ser Lanzellotto Dalla Capafresca nel suo libro "Donne d'amore" dice:

«La ricca massa di capelli era circonfusa da un impalpabile velo che scendeva ad ombreggiarle leggermente una parte della faccia dandole un aspetto di odalisca, di etera, di favorita del Sultano, di una di quelle donne che hanno il potere di mutare la faccia alle religioni, di trasformare uomini in pecore o in leoni.  I suoi occhi avevano un lampo malizioso e parevano dire: aspetta che se ne sia andato mio marito...  Bello il volto e straordinariamente espressivo; collo carnoso che si staccava eburneo sotto la massa corvina dei capelli inanellati e si congiungeva con una purezza di linea botticelliana ad un petto niveo sul quale si disegnavano le incipienze dei seni attraverso l'ampia scollatura quadrata.  E neppure un monile di straordinarie proporzioni e di mirabile fattura aveva la potenza di distrarre lo sguardo da quella perfette ed entusiasmanti incipienze...»

 Chissa come mai una splendida donna di quella fatta si fosse unita a quella montagna informe e sgraziata che andava sotto il nome di Bartolino Dall'Orcio.  Purtroppo per certe cose i secoli sono avari di notizie.

Monna Lisa era figlia di Cristiano, non meglio identificato, cantiniere del conte di Gaifa, vassallo del Duca Federico da Montefeltro di Urbino.  Questo Cristiano è passato alla storia per una invenzione che non ha nulla da invidiare a quelle moderne: costui inventò il Vinsanto come affermano le "Cronaca mundana fratrum eremi montis Gullae" nel cap.  XLVIII, litt.  IX, pagg.  1347-1348.  Durante la vendemmia sceglieva di persona i grappoli più belli di uva moscatella dalla parte del caldese, li appendeva al soffitto della sua cucina e guai a chi glieli toccava.  Neppure gli occhi ci si dovevano alzare che ci poteva cader sopra il malocchio ed allora addio Vinsanto.  I grappoli stavano appesi sino alla vigilia di Natale e, mentre tutta la famiglia era affaccendata nei preparativi della festa, lui montava sulla tavola e con la sua santa pazienza li staccava uno ad uno facendo un segno di croce su quelli che gli sembravano migliori e buttando via gli altri con una serqua di bestemmie campagnole.

L'uva si era pian piano rinsecchita perdendo l'umore acqueo esuberante e conservando soltanto la polpa concentrata mentre la buccia pareva la pelle di un vecchio tanto era diventata grinzosa e secca.  Dentro quelle bucce c’era il fuoco; Cristiano lo sapeva e ad ogni grappolo che staccava ci faceva sopra una buona ingollata di acquolina.  Metteva i grappoli in un torchietto che serviva soltanto a quello scopo e mostava l’uva; metteva poi il mosto in un piccolo tino vecchio di cent’anni, il più adatto per la bisogna ed al tempo opportuno travasava, imbottigliava, inceralaccava ed infine incantinava le bottiglie con il sedere all’insù a regola d’arte.  Ciò che ne veniva fuori era fuoco liquido, zucchero incandescente, esplosivo ad altissimo potenziale che vinceva qualsiasi stomaco e paralizzava qualsiasi cervello.  La prima volta che il terzo conte di Gaifa assaggiò il Vinsanto si prese una sbornia che gli durò tre giorni.  In capo al terzo giorno, quando riprese conoscenza, nominò cavaliere il suo cantiniere e gli diede in feudo la vigna più bella e più produttiva perché si dedicasse esclusivamente al Vinsanto.

Lo avevan chiamato santo quel vino ma ci doveva certo essere il diavolo di mezzo, un diavolo che quando lo si lasciava libero scatenava le sbornie più poderose.  L’abate di Fossombrone, il venerabile abate noto per la sua devozione, e per il suo senso di dignità, ci volle dire messa e male glie ne incolse perché era a stomaco vuoto e ne bevve troppo e si mise a ballare sull’altare una furlana poco decente con le gonne rialzate e la pianeta a sghimbescio….

Fu il conte Arnolfo della Scure che diede in moglie a Bertolino la figlia del cavaliere-cantiniere Cristiano da Gajfa.  Gli assicurò con perfetta cognizione di causa che monna Lisa sarebbe stata una buona moglie per lui.

La fanciulla aveva appena vent’anni (era la metà giusta di Bartolino), ma l’ultimo anno era pieno di esperienze acquisite in casa della Scure ove sosteneva l’importante ruolo di dama di compagnia della contessa, ufficio che veniva esteso di notte anche al conte ma di ciò naturalmente né la contessa né Bartolino ne sapevano nulla.  Di gusti erano pari perché ambedue amavano la buona tavola ed il letto, il vino e l’amore.  Messer Bartolino prediligeva il vino, monna Lisa l’amore e quindi l’unione non poteva essere che perfetta.

 

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LA PRIMA NOTTE

 La scintillaccia che Madre Natura piantò persino in corpo alla torpedine  (G.  Giusti)

Quando si trovarono a letto insieme per la prima volta (era un lettone vasto come una piazza d’armi) disse Bartolino alla mogliettina:

«Sai che faremo ora, piccina mia?»

«Si…» sospirò lei abbassando pudicamente le palpebre dalle lunghissime ciglia sugli occhioni casti di verginella navigata mentre un delicato rossore le imporporava le gote rotondette e velluttate dalla pelle morbida e fresca come la buccia di una pesca lavata.

«Allora … alla tua salute!» esclamò giocondamente il goloso sposone spillando un boccale d'Albana dolce come il miele dalla botticella che teneva sul comodino.  A tredici anni aveva fatto la stessa cosa: prima era sceso in cantina poi era entrato nella camera della serva.

  

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VITA COGNIUGALE

 La virtù è una qualità negativa.  Non si vede, non si sa, non significa nulla.  Si sa che una donna ha un amante, ma non si sa che una donna non ne ha nessuno.  Quando una donna ha cattiva condotta non è possibile sospettare che si porti bene, mentre quando una donna si porta bene può sospettarsi che si porti male.  La virtù non ha alcuna pubblicità.  Per esempio  Si nota che un uomo ha la camicia sudicia; ma non si nota se egli l’ha pulita.  È evidente.  (R.  De Flers)

 Monna Lisa non fu certo un modello di virtù, ma era destino che i Dall’Orcio non dovessero avere delle mogli fedeli.  Basti dire che non lo fu neppure quella di Bertrando che era vecchia, zoppa e le tremavano tutti denti.  Era un destino come un altro e Bartolino non dava troppo peso alle infedeltà della moglie sia per amore del quieto vivere, sia per un larghissimo e moderno spirito di comprensione.

Monna Lisa sapeva amare come lo sanno le nostre donne quando ne hanno voglia.  Non faceva distinzioni tra gli uomini: se uno era bello, anche se spazzava le spazzature per la strada era sempre bello e valeva la pena di conoscerlo.  Ciò non ostante aveva per il marito un grande affetto che comprovava la tenerezza della sua indole e la vastità del suo cuore, ed era inoltre piena di attenzione per lui.  Quando ad esempio messer Bartolino tornava a casa da una delle sue ispezioni e pareva che i buoi facessero fatica a trainare il carroccio, sì che i bovari dovevano stimolarli con i pungoli sotto le luride code; monna Lisa correva ad attenderlo premurosa sull’uscio.  Si rassettava però alla meglio i veli scompigliati dall’ingordigia di messer Landolfo Bonaventura, nobile di Pennabilli, o da quella non meno golosa ed esuberante di Gasparino, il robusto carbonaio di Carpegna che in assenza del marito tenevano compagnia alla gentildonna.  L’uno all’insaputa dell’altro e questo all’insaputa di tanti altri. 

Malgrado che gli anni passassero fatalmente anche per una bella creatura come monna Lisa si teneva sempre bene sulla breccia e sino alla maturità passò per una delle più belle donne di Urbino dopo la Duchessa e la Barberina di La Vagine.  Quando passava per la via buttando flessuosamente le anche di qua e di là, si muovevano anche i sassi.  C’è a Urbino un proverbio vecchio come il cucco a proposito di donne che muovono le anche camminando, che dice: "Donna che muove l’anca è una puttana o poco ci manca".  È a dir la verità un proverbio un pochino offensivo e forse avventato comunque il fatto non preoccupa grandemente le nostre donne che seguitano a camminare come pare a loro.

Monna Lisa dunque attendeva il marito sulla porta di casa, contornata dalla servitù e conduceva subito il mastodontico marito, i cui occhi erano piccini piccini come capocchie di spillo semiaffogati nei lardelli ballonzolanti sotto le sopracciglia, al lettone a tre piazze.  Subito amorevolmente metteva il rubinetto della botte situata accanto al letto in posizione di spillaggio.  Bastava che durante la notte Messer Bartolino allungasse il boccale e desse una giratina per far pisciare un potente getto di vino profumato e frizzante come le trine di una vergine.

Quando il sonno prendeva sul serio il povero Bartolino, neppure le colubrine del castello, sparate tutte dieci insieme nella sua camera, avrebbero potuto svegliarlo.  A volte dormiva due o tre giorni di seguito senza mangiare né bere, ma quando si svegliava gli apparecchiavano addirittura sul letto. 

Non bisogna credere però che malgrado tutto il nostro Bartolino fosse gnocco, tutt’altro; aveva solo un certo modo di pensare che non era troppo comune.  Eppoi i suoi affari li sapeva fare e pur provocando vuoti paurosi nelle riserve alimentari ed enologiche di casa Della Scure sapeva far rendere le tenute più di un ministro più sobrio, ma meno fortunato e popolare.  Grasso e giocondo com’era pareva l’incarnazione della cornucopia dell’Abbondanza…

Ninacca il suo fedele servitore, una specie di segretario, gli teneva nota accurata delle ispezioni da fare, quelle fatte e le infedeltà della moglie.  Un giorno disse al suo padrone:

«Messere, ier sera, mentre voi eravate con mezzo ettolitro di Vernaccia in corpo vostra moglie vi ha tradito con il contino Aurelio.»

«Ah – disse Bartolino sbadigliando con la manina grassottella davanti alla bocca: educatamente – ah! Non si era mai deciso, mi preoccupava assai … e dimmi ha sempre quella gran cantina fornita di vini del Sud?»

«Si messer»

«Bene! Allora domani avrò una spiegazione con lui…»

L’ebbero in molti, in moltissimi, questa monna Lisa, ma tutti la desiderarono per il suo corpo; solo un uomo, che non l’ebbe, l’amò per la sua anima.  Quell’unico era un misero che diventò un angelo credendo di essere un demonio.  Dico di Simone che per lei diventò brigante da strada e venne soprannominato Simonaccio. 

 

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… PASSANDO AI POSTERI PER AVER SALVATO IL DUCATO D’URBINO
CON UNA SBORNIA POPOLARE
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 Se lunga fiata lo regno tuo gubernare vuoi, agisci all’uopo che niuno – e massimamente la plebe che per ogni tempo sempre la più turbolenta fu – mai possa insorgere.  Nella quistione hanno due corni: o la Plebe tutta tu ancidi (ed io questo mai ti consiglierò in quanto sovra niuno poi regneresti) o puramente tu la faccia bellamente gaudere la vita.  Plebe felice lo stato suo mutar non desira (dai “Consilia” dell’abate di Fossombrone al giovane duca di Caprazzino).

 Un giorno umido e grigio sul finire di un brutto inverno di neve e di fame, una sommossa si scatenò furiosa fra le rosse mura d’Urbino.  Si diceva che nella notte, durante una festa a corte si fosse tentato di defenestrare il Duca come già era stato fatto con il suo predecessore.  Era una congiura di nobili i quali fallito il colpo la trasformarono in sommossa popolare aizzando la plebe che ha sempre qualcosa da reclamare anche quando sta bene.  In un baleno l’oro profuso a piene mani fra gli arruffapopolo e gli scontenti di mestiere aveva portato i suoi frutti scatenando il furor popolare tanto facile ad essere manipolato.  Sul mezzogiorno alcuni popolani si erano presentati minacciosi alle porte ducali a chiedere la scarcerazione immediata di coloro che erano stati arrestati durante la notte, ma le guardie ducali avevano disperso i dimostranti a torcolate sulla schiena.  Da questo fatto era scaturita la piccola favilla del grande incendio.

Dal Monte al Mercatale era tutto un brulichio di forsennati che armati di spiedi, di zappe e di forconi, andavano urlando:

«A morte, a morte, libertà e giustizia,…»

ed altre buffonate del genere che normalmente vanno gridando coloro che fanno le rivoluzioni senza ben sapere neppure loro cosa vogliono.  Nel nostro caso poi, i rivoltosi ignoravano assolutamente, almeno sino ad una certa ora, chi dovesse morire.  Ma per la maggior parte era questo un particolare trascurabilissimo; le rivoluzioni si fanno per ammazzar qualcuno ed anche in quella rivoluzione sarebbe morto qualcuno, loro non sapevano chi ma erano certi che ci fosse qualcuno che lo sapesse.

Alcuni contadini della Chiesa, capitati per caso in città al sentire:

«A morte, a morte, libertà e giustizia.»

l’intesero come faceva comodo a loro e volevano invadere il Vescovado e quando intesero finalmente chi doveva essere la vittima restarono un poco delusi, ma non si ritirarono dal tumulto: «L’uno vale l’altro – dissero – e se lo volete ammazzare vi possiamo dare una mano tanto più che sulla strada che conduce al castello c’è anche il Vescovado e passando cercheremo di non perdere la giornata.»

Gli agitatori – coloro che sapevano, cioè – lavoravano come negri per incolonnare e dirigere la fiumana verso le posizioni tenute dai soldati ducali.  Verso l’una, essendo corso il primo sangue tra gli alabardieri ed i ribelli delle prime file che avanzavano spinti avanti dalla massa che veniva dietro, la lotta civile si scatenò in pieno.  Era un orrendo cozzar di forconi e di zappe contro le alabarde ducali mentre le colubrine del palazzo tuonavano dagli spalti puntate verso il cielo allo scopo umanitario di impaurire senza far danno.

Le campane delle pievi suonavano a stormo il sordo e minaccioso scampanio della rivolta e dalle campagne accorrevano a frotte i villani che al primo avviso del torbido venivano a gridare contro le gabelle sugli ortaggi e contro lo jus primae noctis.  Gli alabardieri inchiavardati dentro le pesanti armature faticavano non poco a sostenere il formidabile, per quanto sconclusionato, urto.  Di male a dir il vero non se ne facevano troppo perché ribelli e ducali si conoscevano bene tra di loro e francamente nessuno aveva voglia di uccidere.  Infatti correvano tra di loro frasi del genere:

«Aoh! Peppe, guarda che mi cavi un occhio con codesto spiedo.»

«E tu scansati.»

«Non posso, mi spingono da dietro.»

«Aoh! Guarda che questa me l’hai data troppo forte.»

«E le tue non le pesi?»

«Lasciateci passare.»

«Manco per sogno.»

«Avanti, non fate i bambini.»

«Bambini a noi?» (non c’è offesa peggiore che dare del bambino a un uomo) ed allora giù botte da orbi ma col piatto delle spade e con il manico dei forconi.

Verso l’una e mezzo ci fu il primo martire della sommossa e nemmeno a farlo apposta con la sommossa non ci aveva nulla a che fare.  Era il sacrestano del Duomo che appena uscito di casa per andare a spolverare l’altar maggiore per la funzione della sera, si era trovato in mezzo alla fiumana ed era stato trasportato da essa come un fuscello sino a che si era andato ad ancorare contro il manico di una lancia che gli aveva preso giusto sul naso facendogli pisciar fuori un boccale di sangue.  Una apposita Commissione Patriottica che come tutte le sue consorelle antiche e moderne guerreggia e si riempie di gloria dietro alle spalle dell’ultimo combattente, lo nominò lì per lì eroe nazionale e appena stagnato il sangue lo rispedì al fronte senza che ancora si fosse reso ben conto di che cosa gli era successo.

Verso le due del pomeriggio accadde un fatto grave per la parte ducale.  Gli armigeri tedeschi si schierarono dalla parte del popolo per ordine del loro Conestabile Everardo di Wittemberga che aveva installato il suo quartier generale nell’osteria della Pulcina.  Questo Everardo di Wittemberga è quello medesimo di cui fa cenno ser Lanzellotto della Capafresca nel suo studio sui vini d’Urbino (pregevole edizione in caratteri aldini), che morì improvvisamente durante le feste per il centenario della incoronazione a principe dei cantinieri di messer Dagomaro di Rosciolo.  La sua morte fù scoperta soltanto tre giorni dopo in quanto il grande guerriero aveva l’abitudine di non togliersi mai di dosso la pesante armatura… Attorno ad un tavolo ingombro di boccali vuoti e pieni, il Conestabile contrattava animatamente con un figuro mascherato, una delle anime nere della sommossa.

«Beviamo alle fortune del popolo.» urlava il guerriero chiuso nella sua armatura da combattimento che suonava come un sacco di ferri vecchi.  Ed il figuro mascherato pagava.

In quella sopraggiunse messer Bertrando dell’Orcio più morto che vivo, mandato dal Duca a trattare con il Conestabile.

«Il duca offre duecento ducati d’argento per le vostre cento alabarde.»

Il prezzo che offriva il Duca era superiore a quello offerto dal popolo, quindi Everardo di Wittemberga che sapeva far meglio gli affari che la guerra urlò a piena voce:

«Presto un messo qui da me.» ed il messo partì di gran carriera a portar l’ordine che gli armigeri tedeschi si schierassero dalla parte del Duca.

«Trecento ducati:» disse allora il figuro mascherato ed un altro messo partì a recar l’ordine che gli armigeri tedeschi si schierassero dalla parte del popolo.

La sommossa dilagava sempre più.

Verso le tre erano entrati in lizza anche i mugnai di San Polo con tutti i loro garzoni e da palazzo Bonaventura premevano fortemente sul giocapallone difeso da scarse truppe.  Poco dopo si mossero anche i maniscalchi di La Vagine che erano temibilissimi con i loro ferri del mestiere.

Verso le quattro gli armigeri tedeschi volsero nuovamente le armi contro il popolo e dieci minuti più tardi attaccavano nuovamente la guardia ducale.

Bertrando Dell’Orcio faceva la spola fra il passaggio segreto del Palazzo e l’osteria della Pulcina, sudato come una bestia e mezzo morto dalla paura.

Il popolo però aveva quasi ovunque la meglio e le guardie ducali ripiegavano sempre più sotto i poderosi attacchi.  Per un momento parve che riuscissero a riprendere il sopravvento perché riebbero l’aiuto delle cento alabarde tedesche ma lo persero ben tosto perché i soldati mercenari ebbero nuovamente l’ordine di sostenere il popolo.  Per di più venne annunciato l’arrivo da Montesoffio di una forte colonna di villici armati di forconi e di rastrelli a cavallo di muli e di somari e rappresentavano un nerbo di cavalleria assai importante e decisivo ai fini della vittoria finale.

Furono allora mandati a chiedere rinforzi al conte di Gaifa, amico personale e compagno d’armi del Duca, il quale però si scusò di non poter venire di persona per via di una laboriosa digestione di castagne lesse e di vin bianco, ma che mandò centocinquanta armigeri svizzeri armati di tutto punto agli ordini di Fidelio da Lucerna, prode e stimato condottiero.  Ma anche gli svizzeri cambiarono partito quattro volte durante il cammino e giunsero ad Urbino soltanto l’indomani quando tutto era ritornato alla normalità.  Verso sera vennero al popolo altri rinforzi da Gadana e la zuffa si avviò verso una fatale conclusione per le armi ducali.  Già i mercatalesi noti per la loro ferocia avevano invasa la piazzetta tra il Duomo ed il castello separando le forze ducali e cominciando a dar d’ariete sui portoni ferrati.  Anche le posizioni di San Bartolo venivano sopraffatte ad una ad una e gli uomini si davano alla fuga o venivano assorbiti dalla fiumana che dalla pianura saliva sino al castello.

I ducali giocarono l’ultima carta.  Messer Bertrando fece l’ultima e più pericolosa missione presso il Conestabile.  Gli armigeri tedeschi sciabolarono per quindici minuti contro gl’insorti, quindi furono ricomprati ancora e le speranze di una vittoria ducale caddero definitivamente.

Allora il Duca, visto che era inutile proseguire più oltre, si affacciò ad uno dei finestroni del suo palazzo con a lato la duchessa più bella che mai nel suo mortale pallore.

«Urbinati!» urlò con la sua voce stentorea avvezza a coprire il fragore delle battaglie.  Molti nasi si rivolsero all’insù.

«Il Duca, il Duca.  C’è anche la Duchessa.»

Il Duca fece cenno di voler parlare e da tutta la piazzetta si levò allora un “SSSS” che ebbe la forza di far sostare la zuffa.

«Perché questo inutile spargimento di sangue, Urbinati? Mandatemi dunque colui che vi guida il quale conferirà con me sulle condizioni della pace che io sarò ben lieto di accettare se accettabili ed onorevoli saranno.  Io vi voglio bene, figli miei, voi lo sapete.  Non ho mai fatto mozzare il capo a nessuno (e avrei dovuto farlo) e le poche frustate che fui costretto a far dare a qualcuno sono già dimenticate da chi le ha avute come una giusta punizione paterna…»

Dalla folla si levò allora un clamore indistinto.  Qualcuno cominciò persino ad urlare: «Viva il Duca» e certe urla in una massa senza capo né coda sono contagiose e chi in certi frangenti prende una iniziativa è certo di essere seguito dagli altri.

«Già, - si diceva – mandiamo il nostro capo che ci faccia togliere le gabelle e ce ne torneremo a casa contenti e pacifici.»

Ma dove era il capo? Dove erano i capi? Chi era o chi erano? Gli agitatori tentarono di riprendere in mano le redini della sommossa, ma ormai la vista del nobile e paterno volto del Duca che li aveva chiamati figlioli e quello della sua pallida consorte aveva placato gli ardori bellici dei popolani e dei contadini che costituivano la massa.  I vecchi si consigliarono a lungo.  Il capo non c’era o non si trovava; si poteva mandare un rappresentante.  Ma chi va, chi va?

Nessuno era degno del delicato incarico ed invano tutti si guardavano in faccia l’un l’altro per ravvisare chi avrebbe potuto degnamente tutelare gl’interessi del popolo.  Gli agitatori e gli arruffapopolo frattanto, vista la mala parata, e cioè i loro incitamenti a sfondare il portone del castello sollevavano proteste minacciose, se l’erano svignata per i vicoli in cerca di un asilo sicuro.

Qualcuno gridò: «Messere Bartolino Dell’Orcio|»

«Lo accetto – gridò il Duca – fatelo salire al mio cospetto.»

«Si, si, Bartolino, messer Bartolino.  Viva messer Bartolino Dell’Orcio.  Ma dove sarà mai? A casa certo, oggi non è giorno di ispezioni ai poderi, fa troppo freddo.  Andiamo a prenderlo.  Chi va? Andiamo tutti, no tutti, bisogna rimanere qui a sorvegliare il Duca che non scappi.  Ma no che quello non scappa.  Beh mandiamo una deputazione.»

E la deputazione di dieci popolani più in vista e dieci cappoccia più influenti partì scortata da un gruppo dei più fegatosi come guardia del corpo.  Messer Bartolino era tornato la sera prima da una ispezione nelle tenute di Fermignano ove aveva bevuto più del solito e da quasi venti ore era immerso nel più profondo dei suoi sonni.  I venti legati bussarono invano alla porta nessuno rispondeva perché al fragore della battaglia tutta la servitù con monna Lisa in testa era fuggita a gambe levate senza preoccuparsi del dormiente.

«Non c’è nessuno».  Disse uno

«Non c’è nessuno che possa aprirci la porta – disse un altro perché sono scappati tutti.  Ma messer Bartolino è di sicuro in casa.  Non senti come russa?»

E difatti si sentiva un rumore sordo come se nell’interno rotolassero delle botti sul piancito.  Dovettero abbattere la porta.  Ci volle del bello e del buono per svegliare il beone che supino sul letto ronfava tanto accanitamente da far vibrare tutti i vetri della casa.  Sembrava, con il suo pancione, all’aria, un isolotto emergente da un mare di spuma.  Il suo volto dipingeva la più evidente beatitudine forse in sogno sorrideva ad una schiera di valletti che gli recavano cento qualità di vini in boccali di cristallo di Boemia.  Né si sarebbe svegliato se Giannetto di Rosciolo che aveva la gola arsa per il gran urlargli nelle orecchie non avesse pensato di spillarsi un rinfrescante bicchier di vino dal barilotto che il messere teneva accanto al letto.

Il flebile rumore dello zampillo ed ancor più l’odore acuto della Vernaccia fece muovere i muscoli facciali del dormiente.  I lardelli tremolarono incerti per un po' quindi si scostarono per lasciare posto agli occhietti porcini che guardarono attorno stupiti.  Gli spiegarono tutti in una volta cosa volevano da lui, ognuno alzando la voce per superare quella degli altri diciannove, facendo un baccano che si udiva sin dal castello.

Il poveruomo ancora impastoiato com’era, li credette, con quelle facce congestionate, un seguito al sogno interrotto, rinascose gli occhi fra i lardelli e sospirò profondamente, ma Giannetto di Rosciolo lo scosse per un braccio prima che il torpore lo riprendesse definitivamente.  Fu obbligato ad infilarsi le braghe anzi gliele infilarono perché da solo non ci sarebbe mai riuscito, lo avvoltolarono alla meglio con una coperta del letto, sopra gli misero il tabarro e lo issarono faticosamente sul suo carroccio che fendendo lentamente la calca osannate raggiunse a forza di braccia la piazzetta del castello.  Strada facendo il bravuomo comprese la situazione o meglio non capì nulla di preciso, ma immaginò che tra il Duca ed il suo popolo non correva più il buon sangue di una volta.  Era mai possibile? che cosa poteva essere successo in quelle ultime ventiquattr'ore mentre lui smaltiva saporitamente gli effluvi del vino? Poteva mai essere che il Duca così buono e saggio avesse fatto un torto al suo popolo o che il popolo fosse stanco del suo Duca? No, non era possibile.  Ci doveva essere certo qualche malinteso ed il messo ducale poteva percorrere ancora fiducioso i borghi e le ville sul suo cavallo bianco con la criniera al vento per chiamare a raccolta presso le pievi la gioventù ed annunciare che il loro sovrano aveva bisogno di braccia nerborute e di cuori saldi per rintuzzare l’odio o l’invidia di qualche signorotto delle vicinanze.

Come mai tutta quella gente pensava a scannarsi lasciando nelle proprie case le donne pensierose e le botti piene? mondo cane come si guastavano i tempi! Ed ora che volevano da lui, che poteva farci lui con il suo trippone da epicureo in un comizio o in un campo di battaglia?

Il carroccio fra le acclamazioni della folla giunse alla porta del castello e poiché sarebbe stato lungo e faticoso trasportare il mastodontico ambasciatore al piano di sopra, si parlamentò dalla finestra.

«Messer Bartolino che vuole questa gente da me?» chiese il Duca sporgendosi ed urlando a pieni polmoni per coprire il frastuono della folla della quale la parte più lontana non potendo sentir nulla attendeva la fine delle trattative tra canti di gioia

Tirituppla Menga mia

tutt el dì fa i macaron

e la broda la butta via

e i macaron i magna per lia

«Cosa vogliono da me, messere Bartolino?»

«è quello che vorrei sapere anch’io, Monsignor Duca.» rispose umilmente il buon pacioccone che avrebbe dato chissà che cosa per trovarsi a casa sua, nel suo letto con una buona ragazza accanto, invece che nei panni, piuttosto stretti per lui, dell’ambasciatore.

«Ma come! accoppano le mie guardie, mi sfondano le porte del palazzo, vogliono la mia testa…»

«è mai possibile Monsignore?»

«Che vogliono? che ribassi le gabelle? concesso.  Il libero mercato? concesso… che altro?»

«Sentite Monsignor Duca, Eccellentissimo Duca nostro, - urlò messer Bartolino – io me ne intendo poco di queste cose… ma penso che tutto andrebbe per il meglio se faceste rotolare sulla piazza diverse botti di quel Chianti che ogni anno fate venire di Toscana.  Sono certo che una buona bevuta placherà gli animi e disporrà alla pace.

«Non capisco – urlò il Duca sporgendosi dalla finestra con le mani alle orecchie – Non capisco bene».

«Una buona bevuta, ecco quello che ci vuole».  Tuonò messer Bartolino che parlando di vino si sentiva sicuro del fatto suo.

«Si, si, una buona bevuta» urlarono le fazioni di Gadana e di Pallino che erano giunte da poco e siccome per la strada avevano corso per far presto, si sentivano una sete del diavolo.

Il Duca aprì le braccia maestosamente come se avesse concesso uno statuto ed accennò di si e diede l’ordine facendo impallidire il capo cantiere che era in ascolto da una feritoia.  Si dice anzi che cadde in deliquio e rinvenne solo dopo una buona mezzora di suffumigi e di inalazioni con l’aceto dei sette ladri.  La folla tumultuò giocondamente mentre dai volti di tutti svaniva man mano l’espressione feroce di poco prima.  Soltanto la fazione del Mercatale che aveva dato l’inizio della rivolta, protestò a gran voce i diritti del popolo.  Quelli di Gadana e Pallino che avrebbero data la pelle per messer Bartolino dell’Orcio si levarono minacciosi e siccome erano più numerosi e più forti il piccolo tumulto si sedò in un momento con l’abbandono del campo da parte dei mercatalesi.

Le porte del palazzo si aprirono per lasciar passare uno stuolo di servi e di cantinieri che rotolavano sospirando botti e botticelle di tutte le dimensioni.  Stavano già per nascere altre discussioni attorno al vino quando dal carroccio ripartì nuovamente la parola di pace di messer Bartolino che saggiamente spartì le botti fra le fazioni assegnando a quelli di Gadana e Pallino la parte spettante ai mercatalesi e ciò come tributo all’opera di pace da essi svolta.

La notte era già scesa fitta, ma da ogni parte giungevano carichi di fascine per i roghi.  A tutte le finestre del palazzo ardevano le torce ed in breve la piazzetta fu illuminata da un rogo gigantesco.  Scorsero fiumi di Chianti, di Barbera, di Bardolino, di Vernaccia nostrana, di Sangiovese, di Cagnina, di Passito, di Barolo, di Falerno.  Vini biondi come il miele, rossi come rubini, scuri come il sangue fumoso che sgorga dalle arterie dei bovi scannati nei mattatoi.  Vini dei Castelli Romani, che eccitarono le orgie di Vitellio e di Vero nei triclinii ardenti di luci afrodisiache e di donne nude sotto la pioggia dei petali; vini giocondi come i poeti che li cantarono; vini scintillanti alle fiamme delle torce come cascate di brillanti.  Vini marchigiani del Montefeltro e di Cupramontana, succo delle piccole collinette rotonde e profumate di mentuccia o delle piane lambite dalla marina salsedine dell’Adriatico.  Vini di Romagna, leggieri e frizzanti, dolci; vinelli che scivolano sul palato lisci lisci senza ingombrare lo stomaco e senza annebbiare troppo presto le idee.

Vini di Puglia, potenti come il fuoco, dei quali basta l’odore per dare alla testa; vini che paion diavoli incatenati sulle balze asprigne delle Murge bruciate dal sole del Mezzogiorno.  Vini del Settentrione, traditori, che lavorano sotto sotto, ghiotti ed innocenti e che mettono a terra all’improvviso senza misericordia.  Vini delle Isole: quelli di Sicilia profumati come giardini di zàgara e densi come sciroppi zuccherini, che annebbiano il cervello e svegliano il cuore e i sensi; quelli di Sardegna, aspri e duri come le rupi del Gennargentu e del Limbara, che lasciano a lungo nelle vene l’arsura di una colata di piombo.

Vini di tutta Italia; generosi e robusti, gentili e vividi; vini titolati, famosi nel mondo e vini senza nome e senza propaganda, vini anch’essi che sveglian gli ardori sopiti e recano alle vene la vitalità della terra sudata ed insanguinata.  Vini con una storia or tragica or gentile or sacra; vini che riempirono il calice amaro di Rosmunda o quello ingordo del tedesco dell’EST-EST-EST o quello scintillante su cui si posarono le labbra innamorate di Giulietta e di Romeo fra le mura ghibelline della fosca casa dei Capuleti.

Dalle nostre parti c’è il culto del vino, l’amore per la vita ed il baccanale della vendemmia più che altrove.

Ad Urbino quella notte si bevve come non s’era mai bevuto.  Le donne attratte dai giocondi clamori accorsero a fianco dei mariti dei fidanzati e degli amanti aumentando il senso di baccanale che già aleggiava nella piazzetta e nei vicoli all’intorno dove si erano riversati i crocchi per bere in libertà.

I frati di San Francesco sciolsero le campane e cominciarono a sbatoccare lo scampato pericolo, quindi uscirono in processione per recarsi in Duomo al Te Deum di ringraziamento, ma vennero catturati da una masnada di forsennati che li costrinsero ad alzare il saio e ballare attorno alle botti assieme ai canonici più rossi delle loro porpore.  I fraticelli più giovani furono i primi a cedere, poi i più anziani ed infine anche le barbe bianche si abbandonarono alla corrente ingozzandosi sino a scoppiare.

Fu mandato a cercare l’Arcivescovo che nella stanza più nascosta, contornato dalle pie donne, attendeva ignaro in preghiera il termine della furia guerriera delle sue pecorelle smarrite.  Si trovò anch’egli in zucchetto cremisi e pantaloni corti, così come l’avevano pescato, in mezzo alla sarabanda infernale e non potè tirarsi indietro.

Semel in anno…

Una schiera di ragazze dai corsetti slacciati e dalle gambe nude lo inghirlandò e lo trascinò nel vortice delle danze più pazze.

E vino, vino, vino, che veniva in continuazione, a ruscelli, a torrenti, a fiumi, sì che pareva che nella cantina del Duca ci fosse la sorgente perenne di Bengodi.

Il Duca e la Duchessa assistevano dalle finestre con un sorrisino acido sulle labbra.  Ciò non sfuggì a messer Bartolino, che dirigeva l’orgia da par suo, il quale pensò che se a quella festa partecipava il Clero.  Doveva parteciparvi anche la Nobiltà.  Disse una parolina ad uno dei più scalmanati il quale partì di gran carriera seguito da una ventina di musi duri della medesima risma.

Di lì a poco tutta la Corte era in piazza con i Duchi al posto d’onore fra messer Bartolino e la Madre Badessa.  Bartolino cercò anche il suo venerabile fratello ma costui era certamente nella stanza più riparata del palazzo con la testa fasciata ed un matarazzo addosso per riparare allo scalmanio di quella terribile giornata.

La Duchessa era schizzinosa e nei suoi occhi si leggeva il disgusto per quello spettacolo rivoltante ma non fiatava per timore di peggio e faceva finta di non accorgersi che le manacce lussuriose di messer Bartolino le esploravano, per forza di abitudine le aristocratiche anche…

 

Un montanaro di Carpegna capitò la mattina dopo in groppa al suo ciuco a vender tartufi.  Vide centinaia e centinaia di corpi stesi per le vie con i volti disfatti immersi nelle pozze scure dei fetidi vomiti.

Gli si rizzarono i radi capelli sulla testa.  “La peste!” urlò.

Tempestò di calci i fianchi del somaro e partì a gran carriera senza neppure voltarsi indietro. 

 

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CONCLUSIONE

 Finito questo suo lungo racconto il nonno Tabarin si beveva la sua Vernaccia color del sangue alla quale è legata la leggenda del pastore che morì su di essa per non rivelarne il segreto.  I viticci che succhiarono il suo sangue ce lo restituiscono da secoli negli acini duri e neri dei grappoli opulenti.

“E’ buona la Vernaccia – diceva il nonno Tabarin – ti entra proprio nel sangue e lo rinnova”, e sorrideva alle padelle di rame che ghignavano dalla parete con i loro faccioni lustri e splendenti alla fiamma del ciocco di quercia che sfavillava nel camino.

Il vento che s’ingolfava nella cappa soffiava nella brace levandone un nugolo di scintille.  Se poi in quel momento si udiva un cane ululare alla luna, il nonno assicurava che fosse l’anima del giovane pastore ucciso che da secoli va nelle notti d’inverno sulle colline in cerca del suo sangue imprigionato negli acini che ancora debbono nascere.

Ed io allora preferivo addormentarmi accanto al fuoco con la testa sulla spalliera della poltronaccia del nonno perché, grande e grosso com’ero, pensavo a quel fantasma che vagava su per le colline e mi mancava il cuore di tornare a casa fra gli urli della tramontana nei valloni bui addormentati nel gelo della galaverna.