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Germana Ruggeri

GERMANA DUCA RUGGERI: distanzainstanza
 

 


 

Edizioni Arti Grafiche della Torre

Finito di stampare su carta Magnani di Pescia nella primavera 1999 dalle Arti Grafiche della Torre di Casinina (PU)

 

In copertina "La collina azzurra" da una tempera del 1983 di Carlo Ceci che ha incoraggiato e sostenuto con grande generosità questa pubblicazione

 

 

INDICE

Cliccare su voci sottolineate per vederne il ontenuto

 

 

Prefazione di Maria Lenti

 3

distanzainstanza

 

Dipanare parole

 9

Prosegue senza sosta

10

Se per spiare un momento

11

La carretta va comunque tirata

12

S'addensa in entrata il flusso

13

Se provassi a seguire la voce

14

Genesi gentile

15

Spesso i venti, tra i sempreverdi

16

Se filtrano ancora incerto chiarore

17

C'è poco da contemplare nel cielo

18

Irrompe la pioggia

20

Il frammento terrestre è trapassato

21

Chiuso in un soché di antico

22

Dal nostro inviato nel mondo

23

Ha mani di cera con unghie ovali

24

Davanti all'Opera Bastille

25

Avanza nella scomposta piazza

26

Precoce il risveglio della natura

27

Il colore si rivela

28

Anche stasera stretta m'accosterò

29

Voltando le spalle alla luna

30

Vecchio bianco e gentile

31

Ho rifatto il letto da fondo

32

Rocce, materne solide braccia

33

Il giorno intreccia i suoi fili

34

 

diannidiversi

 

 

Mi sento dissonante

39

Bisognerà pur tirar su

40

Era tutto stellato il cielo

41

San Giuseppe

43

Umiliati gli ardori

44

I pappoloni scampati al diserbo

45

Era slalata e dolente Amelia

47

Aurora accecata dagli occhi

48

Ancora una volta l'inganno è tratto

49

II caro e bel volto non ha rigato

50

Ora che il quarantadue-otto-tre-otto

51

Umbratile solco ha impresso

54

Si accompagna ai miei giorni

55

Poi, il male traboccò in estasi

56

Prima che il vento soffiasse contrario

57

Non seppi mai trovare parole

58

La casa è laggiù, vuota

59

 

Umiliati gli ardori

della fiammeggiante giovinezza

mi adatto a seguire il discernimento

PREFAZIONE
di Maria Lenti
 

La poesia di Germana Duca Ruggeri procede su una costante: proporre al pensiero, alla riflessione, il punto dell'esperienza quotidiana più sottilmente percepito. Tale punto, lungi dall'essere eccezionale, si affina nel vissuto e si ritrova nel desiderio di definire un senso, se non il senso, quando siano stati sfiorati o toccati cardini esistenziali come le perdite, o si sia arrivati ad incontri, ripetibili certo ma accaduti in quel dato momento, con l'amore, la gioventù inconsapevole, la vecchiaia, talora con un testo teatrale o storico-filosofico, spesso con persone.

Tutto ciò viene diluito nella necessità di fissare in parole la soggettiva "distanza" o "instanza", in versi differentemente distesi nella regolarità metrica. (Ma anche "impertinenti" o giocati d'azzardo se si pensa a qualche endecasillabo interrotto, nella sequenza d'accento o di posizione, da accenti decasillabici o da decasillabi. "Impertinenti" e ingannevoli, quasi come accade nella musica: sviano l'attesa non colmata e aprono al soprassalto).

Versi variati nella rima, nella lunghezza e nella loro raccolta in strofe - quartine, terzine - e in sonetti. (Ma l'ottava, feriale essendo il suo "argomento", si sfila dalla tradizione più conosciuta).

L'urgenza, allora, di dare un significato che vada al di là della significazione del punto di partenza e della sua necessità, si versa in un'altra necessità: quella di contenere linguisticamente il significato stesso senza chiuderlo in sentenziosità e però con una certa determinazione.

Negli interstizi di questa necessità e di quella metrica - una suggestione stilistica presente in modo non raro nell'ultima e penultima poesia italiana quasi a voler riprendere, e quindi a non disperdere, chiarezza a fronte di dissoluzioni, di stravolgimenti, di perdite e di volute o provocate fratture non ricomponibili - Germana Duca Ruggeri "di stanza in stanza" situa al centro una scoperta nuova da sempre: sentire spazio e tempo, persone e momenti, attimi della natura e cose di essa come facenti parte di un insieme con cui stare e ancora, e da sempre direi, sentirli come l'altro da sé.

Del quale non si può fare a meno, essenzialmente per riconoscersi vivi, per riaffermare un verso della vita stessa, per misurare un proprio esserci.

Se, in mezzo alle risonanze del profondo, passa nel vivere il non autentico o l'orrore della resa o della non razionalità o del contrario del sentimento (si pensi alla poesia sui telegiornali), si ricorre all'energia anche dell'amarezza mentre si cerca un rifugio "nella semplicità dell'esperienza immediata - prendo a prestito da Jung di Esperienza e mistero - per non perdere il contatto con le cose essenziali, cioè con le dominanti che improntano l'esistenza umana".

Quasi a delineare, nonostante tutto, le coordinate di un progetto di vita che contiene in sé quelle stesse coordinate che sono il punto di inizio: che non possono essere variate, né lo si vuole, ma neppure sovvertite o negate perché terribili, malgrado i tentativi di fuga.

Questi ultimi avvertibili, e rintracciati per la loro emersione dal registro linguistico più diffuso in Distanzaimtanza, nelle parole apparentemente più rincorse o più meditate da Germana Duca Ruggeri, come cirmolo, ciurlo, strigola. Qui inventare sensi all'esistenza non sarebbe difficile ma diventerebbe un gioco sul quale passa una qualche ironia e accanto, o prima o forse dopo, una qualche constatazione del non più o del non possibile insito nella giornata in ogni caso piena di forza e di cosciente diversa coloritura.

Ma un arbitrario contrapporsi alla natura dell'esistenza sarebbe follia. E follia sarebbe non ricercare un senso: bisogna pur agire equilibri per guardare il "cammino compiuto e da compiere", ma un qualche infernuccio - ed ecco ancora una possibile valenza della metrica e dei suoi legami interni - ci contiene e ci appartiene: "il filo ...va ritorto; / quindi nawolto con molta cura: / si attenga alla campionatura."

Maria Lenti          


La collina azzurra, tempera di Carlo Ceci

 

 

Se per spiare un momento

Se per spiare un momento la pioggia
silenziosa sollevo lo sguardo
da Huizinga finalmente riletto
vedo le mie querce con le spesse

cortine di fronde di nuovo distese.
Dietro il fitto ricamo traluce
bagnato il sereno. S'indovina
il solustro. Prende forma il futuro.
 

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Irrompe la pioggia

Irrompe la pioggia, accesa
dai lampi, percorsa dai tuoni,
e picchia invadente sui vetri
e rende più rosso il grès

del terrazzo. Gocciolano agitate
le querce di fronte e l'acacia
vicina e la vite che rampica
ritagliata dalla finestra.

Tentata da tanto fluire, chiudo
il libro che leggo ed ascolto
turbata questo pianto dirotto
che giunge da fuori e che dentro

rintrona. Pure se è estate. Augusto,
disteso su un fianco, davanti
alla tele, perplesso mi lancia
un'occhiata. Penso agli anni che sta

per finire. Diciotto. Il tempo
sconvolto, ormai, non gli fa più
paura. Affondo nell'abbraccio
arancione della vecchia poltrona.

 

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Voltando le spalle alla luna


Voltando le spalle alla luna
sul balcone abbiamo gustato
in silenzio con respiri
tranquilli l'aria della sera
leggermente rinfrescata
prima di concederci
a questa prima notte di settembre.

 

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Bisognerà pur tirar su


Bisognerà pur tirar su
queste povere ossa e riprendere
la stazione eretta
con l'ora solare, in un giorno
più avaro di luce.

 

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Umiliati gli ardori

Umiliati gli ardori
della fiammeggiante giovinezza,
mi adatto a seguire il discernimento.
Il polso batte regolarmente
il tempo e produce una musica
sana. Ma il male ha già messo radici
e il peggio rimane ancora da compiersi.
 

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I pappoloni scampati al diserbo


I pappoloni scampati al diserbo
fanno bu-bu in mezzo alla fratta.
Non più superbe fiaccole accendono

i campi di marzo. Ne coglievo
a bracciate tra il grano; e a casa,
la sera, accanto al camino, facevo

mazzetti ordinati, pareggiando
e legando quei teneri steli
sfilati alla terra. Stretti, accostati

dentro i bidoni con l'acqua, mamma
li portava a vendere in piazza.
Il guadagno erano libri e scarpe

per me. Adesso lei vende solo
coraggio a se stessa, obbligata
al male tra il letto e la sedia.

Un filo di fumo da un ciocco che arde
e non arde; i piedi appoggiati
all'arola, ripenso quei fiori

e l'ascolto dormire di là. Nemmeno
presume che io, passo su passo,
sia arrivata senza rumore

per la strada ben nota che finisce
lì in casa, dove la porta non resta
serrata. Il silenzio è totale.

Seguo il filo del fumo e scrivo
parole che ritornano in mente.
Ora sento che fiotta. Sospiro.

La chiamo ed entro nella camera
chiara: esclama e sorride; l'abbraccio
e la bacio. Non vedo né la fronte

di cera, né il naso affilato.
Le carezzo le guance d'aurora,
accese dagli impavidi occhi.

Anche a lei tornano in mente
parole e le dice la limpida
voce di allora: "Va', va' a r'coje
i pappoloni in mezzo al gra'! ..."

 

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Spesso i venti, tra i sempreverdi

Spesso i venti, tra i sempreverdi,
sui dossi delle Vigne, mischiano
mete e carte del nostro vinciperdi,
ma sopra aghi e resine abitano

cieli quieti e intatti firmamenti.
Occupati da speranze umili,
camminiamo, senza infingimenti,
sul rovescio degli anni futili:

tra le antiche mura e la pineta,
scantonando per loggiati e cortili,
finché dura la carezza segreta

e gelosa degli occhi gentili,
ci basti quest'aria fina, di seta;
la stessa dei passati aprili.
 

 

 

Chiuso in un soché di antico

Chiuso in un soché di antico,
di te e di me come d'altrui pregno
sento il presente mormorare amico,
se solo lo ascolto e lo degno;
ma inganni, come lunghi silenzi
sordi, tanto assidui lo frequentano
che idee d'acidi e d'assenzi,
spoglie di sé, sole, si dilettano.
Se, da essere animato insaccato,
da solerte baco a galla sul braco,
resto a guardare imperturbato,
ne indovino il contorno opaco,
attraverso il vetro affumicato
d'uno schermo totalmente ubriaco.
 

 

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Precoce il risveglio della natura

Precoce il risveglio della natura
come la tua morte nell'inverno
assolato di quell'ottantanove.
Le prime luci del giorno ventitre

di febbraio scioglievano parche
la tua vita e stille di pioggia
inconsueta sopra il pallido
verde che inteneriva la terra.
 

 

 

Rocce, materne solide braccia

Rocce, materne solide braccia
a cui m'aggrappo per arrivare
più vicina al sole e guardarmi
dentro con minor sgomento, è per voi

che posso tornare, a sera, alla Pensione
Vita - come se fosse vita vera -
e indugiare davanti a una piccola
coppa di grappa, considerando

con Flavio, dopo cena, il cammino
compiuto finora e quello
da compiere ancora.

 

 

 

San Giuseppe


San Giuseppe lo annunciavano
i lupini, nel fazzoletto turchino
della spesa, a mollo dentro il fosso,
legati sotto l'ombra dell'alloro.

Protesa sull'acqua trasparente,
li assaggiavo di nascosto, ogni giorno
meno amari. Gustavo l'equilibrio.
Niente minacciava la ragione.

 

 

 

Aurora accecata dagli occhi


Aurora accecata dagli occhi
pesti di pianto, non sei più quella
dello stupore bambino, compatto
ininterrotto velo cangiante
del cielo di aprile. Uguale
c'è solo il vano della finestra.
Tutto il resto travolge la morte
che arriva sulle ali del vento.

 

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Prima che il vento soffiasse contrario

- Prima che il vento soffiasse contrario,
spingendoti altrove, ti parlavo
d'Urbino, nell'arsa controra, quando
il campo, l'ultimo agosto, ti era

interdetto. Attenta ascoltavi
e chiedevi; infine hai scandito
che dovevo portarti a vedere,
nel Palazzo, le pitture di Piero.

Adesso che vaghi, sola padrona
del tempo e della tremenda distanza,
perché non vieni con me a vedere
quelle tavole e la luce turchina?

- Figlia svanita, ancora non sai
che dura eterna la notte e l'assenza?
A me, ora, basta il pensiero. E saperti
serena tra le colline di Piero ...
 

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Non seppi mai trovare parole

Non seppi mai trovare parole
facili e belle uguali a quelle
che tu, suo piccolo girasole,
le donasti a sconto di me ribelle.
Lì, sul quaderno, due righe sole,
delicate come le pavoncelle:
"Pensiero/ La mamma è l'angelo."
Di stanza in stanza dilagò il cielo.

 

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