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Presentazione di Carlo Bo al libro di poesie Le carte 1959 Urbino
Rivedo Egidio ragazzo nella vecchia casa
paterna al Mercatale in Urbino: la nonna, il camino e
Eppure ho continuato a seguire - sia pure distrattamente, sia pure da lontano - Egidio. Lo rivedo alla licenza liceale portare lo scompiglio nelle menti troppo organizzate dei suoi esaminatori: il tema di Egidio era da bocciare o da promuovere? Certo l'ostacolo che presentava a quei professori era abbastanza arduo: già allora Mengacci era uno scrittore contorto, pieno di risentimenti, di sospetti e di violenze contenute. Poi è passato all'Università, poi è entrato nella vita: sapevo che Mengacci continuava a lavorare, alternando poesie a prose, meditazioni ad abbandoni lirici. Ma quello che più contava era un altro fatto: non mi trovavo davanti soltanto un giovane con aspirazioni poetiche, come ce ne sono mille, al contrario la stessa gaucherie di Egidio mi aiutava subito a distinguerlo dalla famiglia comune e soprattutto c'era - e come sensibile - in lui una vocazione a cui non dubitava di dover regolare la sua stessa vita. Sono, dunque, tanti anni ormai che vedo questo strano poeta rovesciato nell'ordine stesso della sua vita: può darsi che a qualcuno questa situazione riesca particolarmente curiosa ai nostri giorni, a me pare doveroso segnalare un'anima che sente come primo motivo la fedeltà alla propria ispirazione. Nelle Carte un lettore avvertito potrà facilmente notare insieme agli echi, insomma alle varie tappe della sua educazione letteraria qualcosa di ben diverso, qualcosa che non si allinea, che resta fuori dal libro della nostra ultima poesia. Mengacci spesso comincia sul filo dell'eco ma ecco che subito dopo spezza il canto, si irrigidisce, la sua macchina naturale lo ha avvertito che la sua strada è diversa, sta altrove. È evidente che al capitale di impressioni, alla tavola di colori della sua fantasia va aggiunto qualcosa di più segreto, una molla di ben altri risentimenti. Se Egidio cedesse alla sua natura potrebbe correre il rischio di disperdersi completamente per via (penso al garofano rosso che ogni tanto accende all'occhiello, nei giorni di particolare euforia), se non lo fa è proprio perché non può perché risale alla superficie il vascello delle sue credenze profonde, lo schermo stesso della fede. Certo la sorte di queste anime che consumano la loro vita in una piccola città di provincia, protette e sacrificate dal commercio, dal grosso commercio umano è estremamente curiosa e ammonitrice. Rivedo questi giovani perpetuare un dialogo infinito con le cose, con il paesaggio, ancora con le stagioni, anche se sanno - come nel nostro caso - condurre su un altro piano una sottile indagine psicologica. A loro può accadere di mancare il piano quotidiano del linguaggio, di apparire, cioè, leggermente fuori luogo e fuori tempo ma le apparenze hanno - soprattutto in questo caso - un ben povero valore: questi giovani tagliati fuori dalla vita, dai problemi dell'attualità finiscono - sia pure involontariamente, con rabbia e sdegno - per sapere affrontare meglio le questioni sostanziali dell'eterno, per capire meglio dove stia il peso e la forza della vita. Mengacci è rimasto fedele a suo modo ai tempi della sua adolescenza, non stava con noi alla finestra per scoprire il segreto delle stagioni, quello sguardo legato al povero pavimento della vecchia casa gli avrebbe riservato, e davvero gli ha concesso, di svelare altri misteri, soprattutto quello che fa della nostra vita terrena un ben piccolo campo e delle passioni, delle aspirazioni, diciamo pure delle ambizioni dell'anima un campo vastissimo, un campo fertile. Nel primo modo ci si illude di conoscere il succo della vita ma è illusione, amaro dolore, nel secondo ci si impadronisce di qualcosa: Mengacci lo ha capito e mi sembra che ora abbia anche imparato a distinguere e a pronunciare la pagina delle sue scoperte.
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