PREFAZIONE

 

Egidio Mengacci ha ritenuto di rivedere tutto il suo lungo cammino poetico cominciato più di cinquant'anni fa e ha scelto quello che gli sembrava aver resistito meglio all'usura del tempo. La piccola antologia diventa così uno strumento prezioso per il lettore che intenda verificare i diversi passaggi del suo discorso, soprattutto per scandagliare la natura e la consistenza della sua poesia.

Nella famiglia dei poeti urbinati, una famiglia molto ricca, che è stata emblematicamente assunta nella figura di Paolo Volponi, Mengacci sin dagli inizi è apparso come il più estroso e indipendente dei giovani usciti dalla bufera della guerra. E a questa indipendenza, a questa estrosità il Mengacci è rimasto fedele, fuori di ogni parrocchia e di ogni partito, diventando così un isolato assoluto che fra la sua anima e Dio non riconosceva né ostacoli né impedimenti.

Si può dire che Mengacci sia andato sempre avanti in solitudine, senza vedere mai altri mondi all'infuori del suo e soprattutto senza mai lasciarsi tentare dalle molteplici occasioni che la storia di questi cinquant'anni gli avrebbe potuto accendere davanti ai suoi occhi pur così avidi di conoscere e di gustare. Questo spiega perché la disposizione della sua voce sia sempre fondata sul giuoco dei contrari e delle contrapposizioni e specialmente sul sistema del rovesciamento delle responsabilità e su una infinita rete di effrazioni e di abbandoni davanti a Dio che resta il vero protagonista della sua confessione così aspra e contenuta.  

Questo suo essere solitario e indipendente lo ha portato a stare contemporaneamente dentro la vita armato delle sue idee e dei suoi giudizi e nudo, disarmato e abbandonato davanti a Dio, in un rapporto di affermazioni, di negazioni e di preghiere. Anche a voler cercare dei riferimenti, degli accostamenti con quanto si è andato facendo nel campo della poesia del Novecento non si trova mai nulla che consenta una sia pur pallida contiguità di voci e di atteggiamenti epperò bisogna dire che Mengacci ha giocato la sua partita senza mai cedere alle illusioni così frequenti della storia e nelle vicende di molti suoi contemporanei. Perfino il mondo della sua città, le pietre e le voci di Urbino sembrano restar fuori dal suo contesto fatto - lo ripetiamo ancora una volta - di un minimo assoluto, di un nulla che sembra essere stato il pane e il vino della sua comunione.

In conclusione, non ci troviamo neppure davanti a un 'caso', perché Mengacci non avrebbe mai potuto essere diverso da quello che è stato, da quando ha cominciato dalle finestre della sua casa paterna al Mercatale a intravedere nel vento e nelle luci dei Torricini il fantasma poetico al quale si sarebbe tenuto sempre fisso con straordinaria fermezza fedele e riconoscente. Ci spieghiamo così anche perché si sia accontentato sempre di qualche briciola di consensi e di partecipazione: se ne è andato subito per la sua strada, ha sempre giocato i suoi dadi al di fuori di ogni spettacolo, riuscendo così a rimanere intatto e insieme rafforzato e irrobustito.

Urbino, 21 febbraio '96

Carlo Bo

 

Il disegno di E. Mengacci è uno schizzo raffigurante il Magnifico Rettore