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Guidarini Anna Rossini: 
mamma del grande Gioacchino con radici anche urbinati

Urbinati indimenticabili

 

26 luglio 1771 - 20 febbraio 1827

Sommario(clicca sulle voci-:

1- Biografia

2- I Rossini fino al 1800 di Giuseppe Radiciotti

3- I Rossini dal 1800 al 1809 di Paolo Fabbri

   

 

 

Era figlia del fornaio pesarese Domenico Guidarmi e di Lucia Romagnoli, nativa di Urbino, in Pieve di Cagna. Nel 1791 conobbe Giuseppe Rossini, detto Vivazza, originario di Lugo di Romagna, che nello stesso anno si era trasferito a Pesaro, dove faceva l'accompagnatore musicale, con l'obbligo di vestire la livrea di colore rosso, nelle pubblicazioni di bandi: era, dunque, in forza alla municipalità pesarese, in qualità di "trombetta" (sapeva suonare anche il corno-. Anna, rimasta incinta di Giuseppe, lo sposò nello stesso 1791 nel mese di ottobre, e il 29 febbraio del 1792 diede i natali a Gioacchino.

Quando il padre fu incarcerato per un anno, per aver aderito ai moti francesi, la madre, dotata di una bella voce da soprano, ebbe la possibilità d'iniziare la sua attività di cantante, perché con l'arrivo dei francesi, era stato concesso anche alle donne di esibirsi sui palcoscenici (in uno spettacolo ad Imola, nel 1804, partecipò anche Gioacchino, in un duetto con la madre, avendo, anch'egli, un'apprezzabile voce ed avendo manifestato, in gioventù, il desiderio di abbracciare tale carriera-, ciò che prima, sotto il governo pontificio, era severamente vietato.

Si esibì dal 1797 al 1808, come cantante, in un repertorio esclusivamente comico, composto di circa quindici ruoli. La grazia della persona e della voce suppliva alla mancanza di educazione musicale, consentendole di cimentarsi, anche nel ruolo di primadonna, in opere di Cimarosa, Paisiello, Mayr, Fioravanti, Gazzaniga, Weigl. La sua breve carriera si svolse nei teatri di Ancona, Ferrara, Bologna, Jesi, Imola, Ravenna, Reggio Emilia e Bagnacavallo.

Va ricordato inoltre un importante fatto che riguarda la cultura marchigiana: Il teatro di Jesi venne inaugurato nel maggio del 1798 dopo l'invasione delle truppe napoleoniche ed il trattato di Campoformio, con due operine attribuite a Cimarosa: Il principe spazzacamino e La capricciosa corretta, in cui si cimentò per la prima volta, un soprano donna - dopo il divieto vaticano di calcare le scene imposto alle donne - Anna Guidarmi per l'appunto.

Gioacchino Rossini, legato da affetto e adorazione per la madre, cantante di un certo talento e di grande bellezza, così la descrive: "Slanciata e ben proporzionata, con una carnagione fresca e piuttosto pallida, dentatura perfetta, magnifici capelli neri ricciuti. Era sempre allegra e di buon umore, con un eterno sorriso sulle labbra e sul viso un'espressione di angelica dolcezza".

 

Ritratto ad olio di Anna Guidarmi

(Residenza Municipale di Lugo di Romagna-

 

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Guidarini Anna Rossini:  mamma del grande Gioacchino con radici anche urbinati

Urbinati illustri

 

Sommario(clicca sulle voci-:

1- Biografia

2- I Rossini fino al 1800 di Giuseppe Radiciotti

3- I Rossini dal 1800 al 1809 di Paolo Fabbri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui di seguito vengono riportate le prime pagine della biografia di Giuseppe Radiciotti per illustrare quanto i genitori e in particolare la madre Anna Guidarini abbiano influito sulla vita del figlio Giocchino

N.B. Cliccando sul "Numero di Nota" si può passare dal Testo alla Nota e viceversa

 

 

Capitolo I.

 

IN FAMIGLIA (1792-1806-

 

 

Nella seduta consigliare del 14 marzo 1789 il gonfa­loniere della città di Pesaro, conte Andrea Hondedei - Germani, faceva dar lettura della seguente istanza :

 

                        Ill:mi Signori,

 

Giuseppe Rossini, Trombetta della Comunità di Lugo, Servo ed O:re um:mo delle SS. VV. Ill:me, riverentemente espone che in caso di vacanza di alcuno dei Trombetti di questa Ill:ma Comunità che fosse mai per succe­dere, egli di buon grado aspirerebbe all'onore di ottenerla, quante volte vi concorresse il beneplacito delle Sig:rie VV. III:me. Ma siccome all'espo­nente non sembra presumibile per ora una combinazione di tal sorta, così in ratifica del desiderio, ch'egli nudrisce di servirle, si fa coraggio di supplicare le Sig:rie VV. Ill:me onde vogliano degnarsi di accordargli intanto, senza il menomo pregiudizio degli esercenti Trombetti, la sopravvivenza al primo de' medesimi che per rinuncia, o per altra eventualità dimetter potesse la carica, mentre il supplicante non ometterà di prestarsi con assiduità all' ono­revole servigio di questo rispettabile Pubblico, e studierà altresì ogni maniera di riuscire utile in qualche parte a questa città.

Tanto implora etc. etc.

 

 

 

PARTE PRIMA: Primi anni e studi

 

§1- Il gonfaloniere, nel riferire su questa istanza, rilevò che il Rossini era «quello stesso che con applauso aveva sonato nell' opera dello scorso carnevale » [1]; ed il rilievo deve aver influito su la votazione del Consiglio. Infatti il Rossini otteneva a grande maggioranza di voti la desiderata sopravvivenza, e da Lugo si affrettava ad inviare al Consiglio espressioni di viva gratitudine:

 

                        Ill:mi Sig:ri P:ni Col:mi

Io non so abbastanza rendere alle Signorie Loro Ill:me li dovuti miei rispettabilissimi ringraziamenti per l' elezione, che si sono degnate di fare nella mia povera persona al primo vacante posto di uno de' Trombetti di cotesta rispettabilissima città. Per la qual cosa tanto maggiormente debbo io impegnarmi a servirle con tutta la fedeltà, ed attenzione, per quanto s'estende l'insufficiente mia abilità. Intanto desidero sollecita l'occasione di poter contestare coll'opera, e coll'umilissima servitù mia alle Sig:rie Loro Ill:me quella inalterabile profondissima stima, e soggezione, con cui mi curvo a baciarle la mano.

Delle Sig:rie Loro III :me

U:mo, D:mo, Obb:mo servitore Giuseppe Rossini

Lugo, 25 marzo 1789.

 

L'ottenuta sopravvivenza dava al Rossini il diritto di succedere al primo dei due posti di trombetta, che fosse rimasto vacante. Senonchè, sia che lo stipendio di Lugo non gli fosse sufficiente a sbarcare il lunario, sia che fin d'allora Io avesse colpito la bellezza della fanciulla che poi doveva fare sua sposa, egli non ebbe pazienza di aspettare, e tanto fece che persuase uno dei due trombetti, certo Luigi Ricci, a cedergli il posto dietro promessa di un compenso vitalizio. Male ne incolse al trombetta pesarese, che, avendo concluso l'accordo ad insaputa delle autorità municipali, venne immediatamente destituito; ma il Rossini raggiunse ugualmente il suo intento, perchè il 29 aprile del 1790 fu chiamato a sostituire il disgraziato Ricci.

Giuseppe Rossini, che allora aveva trentun anno e sei mesi, essendo nato il 3 ottobre 1758, discendeva da una famiglia patrizia di Cotignola stabilitasi in Lugo sin dal secolo XVI (famiglia, se non proprio illustre, come fu scritto, certo di qualche nome-, dalla quale uscì un Fabrizio, governatore di Ravenna, morto nel 1570 in Lugo, ambasciatore ordinario di questa città presso Alfonso II, Duca di Ferrara [2]. Ma fin dalla seconda metà del secolo XVIII la famiglia Rossini era caduta in bassa fortuna. Giuseppe campava la vita in Lugo con la duplice professione di trombetta comunale e sonatore di corno e tromba squillante nelle orchestre [3]. In qualità dì sonatore, capitò, come abbiam veduto, nel carnevale del 1789, in Pesaro, dove si fece onore e trovò amici e protettori che lo aiutarono ad entrare a servizio di quel Comune.

Che il nuovo trombetta comunale di Pesaro abbia mantenute le promesse fatte nella sua lettera di ringraziamento alle autorità municipali è dimostrato da ciò : che nelle annuali deliberazioni consigliari, per la conferma degl'impiegati, egli ottenne sempre la maggioranza dei voti.

A cattivargli maggiormente la benevolenza dei superiori e le simpatie della cittadinanza contribuirono non poco la bonomia e la giovialità del suo carattere, che gli valse il soprannome di Vivazza [4]. Dal ritratto, che qui riproduco, traspariscono alcune qualità della sua indole, come dalle lettere autografe, che di lui ci rimangono, emerge la sua figura di uomo intelligente, dalla educazione un po' grossolana, ma sincero, buono ed affettuoso [5].

Così, mercè le protezioni, che aveva saputo meritarsi,  egli riuscì quasi subito ad ottenere, oltre all'ufficio di trombetta, quello d'ispettore dei pubblici macelli. I due impieghi, tra stipendio ed incerti, veni davano a fruttargli un duecento scudi all'anno, guadagno più che discreto per quei tempi e per un giovane della sua età, e che gli permise di chiamare con sè da Lugo la vecchia madre, Antonia, e la nubile sorella, Florida [6], e di pensare ad ammogliarsi.

Nella stessa casa, da lui presa in affitto in via detta allora del Fallo, di proprietà dei nobili Sig.ri Guerrini, abitava un fornaio [7] pesarese: Domenico Guidarini con la moglie e 1' unica figlia, Anna, o Nina, come la chiamavano (da Annina-, modista, che toccava allora il diciannovesimo anno [8] e passava per una delle più belle giovanette della città.

«Alta, ben proporzionata » - così la descriveva, già vecchio, l'autore del Guglielmo Tell al belga Edmondo Michotte, frequentatore assiduo della sua casa a Parigi - «la carnagione freschissima, un po' pallida, dai lunghi capelli neri magnifici, che spontaneamente s'inanellavano, una dentatura irreprensibile, ella aveva nei suoi tratti un'espressione di dolcezza veramente angelica... Era assai gaia d'indole, sempre sorridente e di buon umore ».

«Belloccia sì, ma non in grado superlativo, come scrisse il Vanzolini» ; così il Ferrucci, il quale però confessa di averla conosciuta in età, in cui ella soleva «dispensare, dopo il pranzo, i favori della sua tabacchiera » ; vale a dire quando non era più giovane.

Si conservano di lei due ritratti : uno all' inchiostro di china, di piccolo formato, lavoro di una dilettante bolognese, che ce la presenta in costume da teatro e giovanissima [9]; l'altro di gran formato, dipinto ad olio dal medesimo autore del ritratto del marito, quand'ella era giunta all'età in cui la conobbe il prof. Ferrucci. Certo la somiglianza delle due immagini non è tale da potersi avvertire a prima vista; ma tutti sanno quali deformazioni infliggono alla fisonomia umana gli anni e i malanni.

Si pensi che Anna Rossini, assai per tempo, fu colpita da una malattia di cuore, che molto la fece soffrire e la condusse al sepolcro a soli cinquantasei anni.

Un bolognese, ch'ebbe famigliarità con lei, esalta la soavità e la dolcezza, che ne abbelliva ogni tratto, e la singolare sua carità verso i poveri, che le faceva dire : «Non posso risolvermi a profittare del tutto della condizione agiata in cui mi ha messa mio figlio, quando penso che vi sono famiglie, specie tra i miei congiunti, tanto bisognose »  [10]

 

 

§2. — Tra i due giovani cominciò subito 1 idillio, se pur non era già cominciato sin da quando il Vivazza si era dato a brigare per il posto di trombetta in Pesaro. Fatto sta che l'anno appresso, ai 26 di settembre, si celebrò in gran fretta il loro matrimonio nella cattedrale pesarese e, cinque soli mesi dopo, il 29 febbraio 1792, nella nuova abitazione scelta dagli sposi in via del Duomo (ora via Rossini- n. 334 [11], Anna diede alla luce un bambino così bello e vezzoso, che il padre e gli amici di famiglia lo chiamavano «il piccolo Adone »  [12].

Narrava Innocenzo Venturini, amicissimo del Vivazza, che questi, vedendo la poverina soffrire troppo a lungo ed infruttuosamente, si diede ad apostrofare certe statuette degli apostoli, che si trovavano per ornamento nella stanza attigua a quella della partoriente, e davanti alle quali ardevano le candele postevi dalle vicine per implorare un felice parto; poi, afferrato un bastone, cominciò a picchiare su quelle, abbattendole l'una dopo 1 altra, a misura che le doglie rinforzavano. Tre di quegl' innocenti simulacri di gesso erano già caduti in frantumi ; alla quarta doglia, mentre 1 iconoclasta era in procinto di avventarsi su la quarta statuetta, quella di S. Giacomo, udì un piccolo grido : era Gioacchino Rossini che faceva il suo ingresso nel mondo. Lasciato immediatamente il bastone, il Vivazza si gettò in ginocchio davanti al santo,  esclamando con effusione: «Grazie, mìo buon S. Giacomo, che siete il titolare della mia parrocchia in Lugo e ci avete aiutato anche di là!...».

Così l'aneddoto faceto, che accompagnerà per tutta la vita il grande compositore, comincia ad apparire presso la sua culla nel giorno stesso della nascita.

 

§3. — Trascorsero cosi circa quattro anni calmi e tranquilli, durante i quali il Vivazza non ebbe altro pensiero che quello dell'ufficio e della sua famiglia. Ma ben presto si fecero sentire dal nord ì primi fragori delle armi francesi ; l'eco delle vittorie napoleoniche sul Po e delle conseguenti novità politiche si ripercosse anche su la piccola città marchigiana, agitando e conquistando gli animi più sensibili e vivaci, la gioventù innamorata dei principii di libertà e di uguaglianza.

Uno dei più infatuati si rivelò subito il Vivazza, sangue romagnolo, carattere ardente e generoso. Frequentatore assiduo delle riunioni, che, sotto colore di far la partita a carte, si tenevano in casa di Luigi Giorgi, capo dei patrioti pesaresi, salutò con gioia l'entrata del general Victor e dei suoi dodicimila soldati in Pesaro, avvenuta il 5 febbraio 1797, e fece plauso alla costituzione di un governo municipale democratico.

Il suo fanatismo per le nuove idee giunse al punto da fargli scrivere su la porta di casa: «Abitazione del cittadin Vivazza repubblican vero ».

A calmare i suoi bollori giunse, su la fine dello stesso mese, la notizia della pace di Tolentino. Restaurato il governo pontificio e ripristinati, sui primi di aprile, i vecchi ordini, il trombetta fu designato, come giacobino dei più ardenti, alle vendette dei conservatori: nella seduta consigliare del 13 dicembre, trattandosi della conferma dei salariati per il nuovo anno, egli ebbe 15 voti favorevoli e 19 contrari; e fu licenziato.

A questo punto tutte le biografie del grande compositore presentano una larga lacuna, che ora però può esser colmata, in parte da notizie fornite da un manoscritto contemporaneo, posseduto dalla Oliveriana di Pesaro, contenente la relazione del processo intentato nel 1799 contro i patrioti pesaresi, in parte da documenti relativi alla dimora del Maestro in Lugo.

Otto giorni dopo la deliberazione consigliare che licenziava il trombetta, nella notte dal 21 al 22 dicembre, alcuni patrioti pesaresi, (tra cui trovavasi il Vivazza stesso- penetrarono silenziosi nella città, e, dopo aver costretti alla fuga i soldati papalini, trassero in arresto il governatore pontificio e costituirono una nuova Amministrazione Comunale, che votò immediatamente l'unione di Pesaro alla Repubblica Cisalpina.

Così il Vivazza potè conservare l'impiego e continuare a prender parte, anche più attiva di prima, alla propaganda ed alle dimostrazioni giacobine. La Gazzetta di Pesaro, descrivendo la festa patriottica celebrata il 17 giugno 1798, in occasione della ratifica del trattato di alleanza e commercio tra la Repubblica Francese e la Cisalpina, rileva che «all' alba di sì bel giorno furono destati i più distinti tra i capi degli ottimi nostri patrioti dal suono di trombe, che sotto le loro abitazioni appostatamente risonar fece l'eccellente patriota Rossini, per cognito soprannome cittadino Vivazza, trombetta stipendiato da questo Comune ».

Che egli meritasse questa lode è provato anche dal fatto che volle

assumere la paternità d'un ardente inno repubblicano d'occasione, il cui autore mostrava di aver penna ardita ma cuore di coniglio [13].

§4.  Ma il Vivazza era troppo intelligente per non comprendere la instabilità di quella condizione di cose ; ond' è che, prima che si addensasse sul suo capo la bufera della reazione, pensò di allontanarsi da Pesaro, e, mettendo a profitto la bella voce di cui era dotata la moglie, cercò per sè e per la famigliola i mezzi di sostentamento nella vita randagia del teatro. Egli continuò a sonare il corno nelle orchestre, mentre Anna sosteneva le parti, or di prima, or di seconda donna, «Se non fosse stata l'invasione francese» - diceva spesso il grande Maestro - «sarei divenuto probabilmente un farmacista o un mercante di olio». Ma io non sono punto del suo parere.

Anna Rossini non fu nè una «seconda donna passable»  come scrisse lo Stendhal ed altri ripeterono, nè «prima tra le prime»  come affermò lo Zanolini. Ella non comparve mai - per quel ch'io so - su scene di prim'ordine ; ma non si creda che gli spettacoli musicali, allestiti allora nei teatri delle cittadine dello Stato pontificio, fossero sempre scadenti. «Mia madre» - diceva il Rossini a Ferdinando Hiller - «aveva una bella voce, di cui dovette servirsi per necessità. Povera mamma! Non era davvero scarsa d'intelligenza, ma non conosceva una nota di musica: cantava ad orecchio». Lo stesso, presso a poco, ebbe a dichiarare all'altro suo amico, Edmondo Michotte: «Ella cantava sempre, anche quando attendeva alle faccende di casa. Era affatto ignara di musica, ma aveva una memoria prodigiosa... e perciò imparava con facilità le parti che le erano destinate. La sua voce, espressiva per natura, era bella e piena di grazia, soave come la sua figura».  Nè l'amor filiale, tuttoché in lui grandissimo, gli dettava - come si potrebbe supporre - lodi esagerate. Un giudizio consimile su le doti personali ed artistiche di lei si legge in una raccolta di poesie, stampate a Iesi e dedicate da alcuni ammiratori Al merito singolare della Signora ANNA ROSSINI Pesarese che con plauso giustamente universale sostiene la parte di prima cantante nel dramma giocoso «I Nemici Generosi» che nel carnevale del 1800 si rappresenta nel Teatro Concordia di Iesi.

I concittadini del Pergolesi avevano in altra occasione applaudita la madre del grande Maestro, e precisamente due anni innanzi, nello spettacolo d'apertura del loro nuovo teatro, avvenuta nel maggio del 1798. La Rossini vi sosteneva la parte principale nella Capricciosa corretta. Era quella la prima volta che il pubblico iesino vedeva su le sue scene una donna; poiché, nello Stato pontificio, prima che avvenisse l'occupazione francese del 1796, era severamente proibito alle donne di partecipare ai pubblici spettacoli. Era fatta eccezione per i teatri delle legazioni di Romagna, Bologna e Ferrara, del ducato di Pesaro e Urbino e di Sinigaglia in tempo di fiera; negli altri le parti muliebri dei drammi, delle opere e dei balli erano sostenute da uomini camuffati da femmine !

Nell'autunno del 1798 i Rossini presero parte all'esecuzione delle opere rappresentate in uno dei teatri di Bologna; di là passarono a Ferrara, dove rimasero fino a tutto il carnevale 1798-99; poi ritornarono a Bologna, scritturati ambedue per la stagione di quaresima 1799: ma Anna contrasse una malattia di gola, che non le permise di presentarsi su la scena se non dopo la Pasqua. Ella continuò a cantare in quel teatro fino alla chiusura della stagione, vale a dire sino alla metà di settembre; ma egli non potè terminare la scrittura, perchè, in quel mentre, le armi del Suvaroff avevano ripristinato l'antico governo anche nello Stato della Chiesa e la polizia pontificia, che si era legata a dito l'umiliazione inflitta ai papalini dai patriotti pesaresi nel dicembre del 1797 e non aveva mai perduto di vista il «repubblican vero », corse a scovarlo di mezzo ai leggii dell'orchestra del teatro bolognese e lo trasse in arresto. Da Bologna il Vivazza, passando di prigione in prigione, venne condotto ad Imola, Forlì, Cesena, Rimini, Cattolica e finalmente a Pesaro, dove fu subito istruito il processo.

Dall'interrogatorio, a cui fu sottoposto, il 26 settembre 1799, il Vivazza, balza fuori simpatica la sua figura di giovane franco e destro e di galantuomo. Mentre altri accusati cercavano di scolparsi, aggravando la condizione dei compagni, il padre di Gioacchino Rossini si mantenne sempre in corretto riserbo nè disse mai davanti al giudice una sola parola, che avesse potuto compromettere in qualsiasi modo gli altri Pesaresi implicati nel processo.

Fortunatamente questo non potè avere alcuna conclusione, perchè il 20 luglio del 1800 i Francesi rientrarono in Pesaro e liberarono i prigionieri politici. Così Giuseppe Rossini potè, dopo 10 mesi di separazione, riabbracciare la moglie ed il figlioletto. Non potè però rioccupare il suo posto di trombetta, che in quel frattempo era stato soppresso ; ed allora i coniugi ricominciarono la loro vita nomade per i vari teatri dello Stato pontificio.

 

§5. — In tutto questo tempo il piccolo Gioacchino era stato lasciato a Pesaro sotto la custodia della nonna e della zia. Un frate francescano si prese l'incarico di insegnargli a leggere e scrivere e i principi della musica [14]; ma il ragazzo, vivacissimo d'indole e per natura poco propenso al lavoro, preferiva passare la maggior parte della giornata andando a zonzo per la città e facendo birichinate in compagnia dei coetanei. Di che si ha testimonianza anche in un passo di una lettera, con la quale un amico d'infanzia, Francesco Gennari, chiedeva al famoso Maestro, nel 1865, uno dei suoi ritratti in ricordo della loro antica amicizia. «Alla nuca porto ancora» - così il Gennari - «la traccia di una rimarginata cicatrice, prodotta da un colpo di sasso vibratomi dalla S. V. Ill. ma al tempo in cui prendevasi piacere di scorrazzare le sacrestie per vuotare ampolline, e nel quale, invece di dilettare, era molesto a tutto il mondo ».

I genitori lo costrinsero a fare da garzone ad un fabbro ferraio, tal Giulietti, che aveva la bottega su la piazzetta di S. Ubaldo, oggi piazza Mamiani, al n. 362 [15]; ma il castigo non giovò a nulla. Pensarono allora di condurlo a Bologna, dove gli diedero a precettori tre sacerdoti: un Don Innocenzo gli insegnava a leggere e scrivere, un Don Fini 1'aritmetica e un Don Agostino Monti il latino. Contemporaneamente gli facevano prender lezioni di spinetta da un tal Giuseppe Prinetti di Novara. Però il ragazzo, approfittando dell'assenza dei genitori, che, costretti dalla professione ad allontanarsi da Bologna una buona parte dell'anno, lo lasciavano a pensione presso un pizzicagnolo, continuava a darsi bel tempo. Qual profitto egli traesse dagli studi letterari è mostrato ad evidenza dalle sue lettere, esuberanti di spirito, ma anche di errori grammaticali ed ortografici.

Quanto agli scarsi progressi da lui fatti nello studio della musica, non era tutta sua colpa. Curioso tipo quel Prinetti, maestro di cappella e liquorista. «Non ebbe mai un letto in vita sua » - raccontava il grande Maestro a Ferdinando Hiller -, «Giunta la notte, si avvolgeva nel suo mantello e si rincantucciava in un angolo dei portici di Bologna.  La mattina, assai di buon'ora, veniva da me e, trovatomi, naturalmente, ancora a letto, mi obbligava a vestirmi alla meglio per mettermi alla spinetta. Però, dopo le prime note, egli che durante la notte non aveva potuto riposare abbastanza, cadeva addormentato su la sedia. Io ne approfittavo subito per ricacciarmi sotto le lenzuola, e, quand'egli, schiacciato il suo sonnellino, veniva a richiamarmi, gli rispondevo che avevo già eseguito il mio esercizio senza farvi un errore. Del resto, il povero uomo aveva un metodo d'insegnamento niente affatto moderno: mi faceva fare la scala col pollice e l'indice! » [16].

 

 

[1] Non fu dunque «un pauvre joueur de cor de troisième ordre»    , come scrisse lo Stendhal (op. cit.-, e come ripeterono poi, al solito, quasi tutti gli altri biografi.  Il Teatro del Sole di Pesaro dava, a quei tempi, spettacoli più che discreti, specialmente in estate. Nel carnevale del 1788-89 vi si rappresentavano due opere giocose : La vendemmia del Gazzaniga e La pastorella nobile del Guglielmi.

[2] Ecco, secondo G. vanzolini (Della vera patria di G. R.  Pesaro, 1873-, l'albero genealogico dei Rossini a cominciare dal sec. XVIII :

Giuseppe Antonio n. a Lugo nel 1703

Gioacchino n. nel 1739

Giuseppe Antonio n.nel 1758 marito di Anna Guidarmi di Pesaro

GIOACCHINO ANTONIO n. a Pesaro il 29 febbr. 1792 (anno bisestile-

 

Gli atti pubblici erano dal grande Maestro firmati con ambedue i nomi di battesimo.
Lo stemma della famiglia Russini o Rossini, per la prima volta pubblicato dal prof. ferrucci nell'Album di Roma (24 marzo 1860-, vedesi scolpito nella grande campana della torre di Cotignola. Esso reca nel suo quarto superiore tre stelle e nell* inferiore una mano che sostiene una rosa sormontata da un usignuolo (Luscinia-Ruscinia Russinia-.
Dicono che il grande Maestro si ridesse della contea ricuperatagli dall'amico Fer­rucci, ma intanto dal Castellani di Roma faceva incidere lo stemma per suo sigillo (Zanolini, pag. 1, n. 2-, e scriveva al Ferrucci (Passy 14 ott. 1866-: « Bellissimo è il simbolo esistente sul frontespizio dello Statuto di Cotignola... Mi gode l'animo nel vedere che un Rossini brillò un giorno nella Magistratura !».

[3] Il prof. Ferrucci, Giudizio perentorio sulla vera patria di G. R.~ Firenze, 1874,  (pag. 27- cita come uno dei migliori suoi scolari di tromba squillante, « lo Zoppo Baccarini 4f-44 di Faenza, ben accolto e protetto dall' Anna sua consorte »    .

[4] Così egli è chiamato anche nel processo politico istruito nel 1799 dal Governo pontificio contro i patriota pesaresi, manoscritto, che si conserva nella Oliveriana di Pesaro. Il maestro B. Pratella sostiene che il soprannome del trombetta Vinazza, perchè così trovasi scritto nei registri del catasto di Lugo (Memorie rossiniane, nel giornale forlivese « Il Plaustro »     anno II, n. 19-; ma evidentemente l'egregio compositore lughese ha scambiato la lettera u (che gli antichi, nell' interno, della parola, scrivevano talvolta in luogo della v- con la n, leggendo «Vinazza»     dov' è scritto «Viuazza »     (Vivazza-.

[5] Questo ritratto e l'altro di Anna, che gli sta accanto, sono dipinti ad olio. Una volta adornavano il salotto del palazzo Rossini in Bologna; dopo la morte del Maestro furono dalla vedova di lui, Olimpia Pélissier, donati al Municipio di Lugo. Ringrazio vivamente il sindaco di questa città di avermene favorita una copia fotografica per fregiarne il mio lavoro.

[6] Florida si maritò poi col barbiere pesarese, Giuseppe Gorini; Antonia Olivieri, madre di Giuseppe e nonna dell' immortale Maestro, morì improvvisamente, più che ot­tuagenaria, in Pesaro, il 30 aprile del 1816.

[7]  Questa era la professione del padre di Anna Guidarini, com'ebbe a dichiarare lo stesso Gioacchino al suo amico E. Michotte.

[8] Nacque il 26 luglio 1771.

[9] Ignoro dove si trovi ora I* originale di questo ritratto. Il Michotte narra di averlo veduto, dopo la morte del Rossini, tra le carte contenute nella scrivania del suo studio, mentre se ne stava facendo I inventario. II grande Maestro, che professava per la madre un culto veramente sublime, soleva portarlo sempre con sè, ma senza mostrarlo ad alcuno.

Il Michotte ne ordinò subito una riproduzione fotografica e, qualche mese prima che scoppiasse la guerra europea, saputo che io andavo preparando un' estesa biografia del Pesarese, gentilmente me ne offerse una copia.

[10] BRIGHENTI P. - Della musica rossiniana e del suo autore. Bologna, 1830.

[11] Una modesta, ma graziosa Casina a tre piani, con tre finestre in ciascuno. Su la fac­ciata si legge la seguente iscrizione a caratteri dorati :
qui nacque GIOACCHINO ROSSINI alli 29 febbraio 1792 il municipio nel  1843 pose. La stanza, ove Gioacchino aprì gli occhi alla luce, è al primo piano. Al sommo della porta fu scritto :  la  divina  arte  della musica arrise   in   questa stanza alla nascita di GIOACCHINO ROSSINI. La città di Lugo contrasta a Pesaro il vanto di essere la vera patria del grande Mae­stro. Fin dal 1817 il celebre erudito Giulio Perticari sosteneva che questi doveva dirsi lughese anziché pesarese, perchè, «patria si dice a patre »    , e, dopo aver chiamato in suo aiuto Cicerone e Cuiaccio, concludeva che «non è patria la terra natale, ma quella sola nella quale è nato il padre naturale... E così fermamente esser debbe: altrimenti chi nasce in mare non avrebbe patria! »      (Opere del Conte G. Perticari, tomo III, 181-.  Molti anni dopo, ritornò più volte (1864, 1868, 1869 e 1874- su lo stesso argomento L. C. Ferrucci, al quale rispose G. Vanzolini. Invitato a pronunciarsi su questa puerile questione, 1' au­tore del Barbiere, per trarsi d'impaccio, rispose con una delle sue solite arguzie : «Mi chiamano il cigno di Pesaro ; sarò anche il cignale di Lugo »    . Il fatto è che Gioac­chino Rossini nacque a Pesaro e da madre pesarese, e che amò sempre chiamarsi pesa­rese. Così si firmava nelle proprie lettere (V. Lettere: n.i 4, 7, 9, 225, 267, 269, 270, 281, 301, 302, 344, ecc.-, persino in quelle dirette ai più caldi sostenitori della sua patria lughese: Giulio Perticari e L. C. Ferrucci! Così, fin dal 1813 (cioè, fin da quando ebbe raggiunta la celebrità-, fece stampare nei libretti delle sue opere e nei manifesti teatrali. Si veda, infatti, il frontespizio del libretto dell' Italiana in Algeri, nella sua prima edizione (Cap. II, 4-. D'allora in poi, il titolo «di Pesaro»    accompagnò più volte il nome del Rossini nei libretti originali delle sue opere.
Della nativa Pesaro il Rossini si ricordò anche in una delle composizioni da lui scritte negli ozi di Passy. Un giorno, dopo la solita passeggiata, ritornato a casa di buon umore, si mise al piano e compose la Petite promenade de Passy à Courbevoie, la par-courant homéopatiquement et à la Pesarese; pezzo caratteristico, che si conserva autografo nel tempietto del liceo musicale di Pesaro.
Nondimeno l'epistolario rossiniano dimostra che nel cuore del Maestro era riser­bato un posticino anche per Lugo, che gli rammentava gli anni felici della sua adole­scenza. Ed è questo appunto che dovrebbe premere soprattutto ai Lughesi-: far sapere quale e quanta parte ebbe la loro città nella educazione artistica del sommo compo­sitore e nella formazione del suo carattere: ciò che dirò più innanzi.

[12] Un pittore pesarese contemporaneo, il Mancinelli, dovendo eseguire un quadro per la chiesa di S. Ubaldo, di pertinenza del comune di Pesaro, ne ritrasse le sem­bianze nella figura di un fanciullo, a cui l'angelo custode addita la via del Cielo. (V. G. Vanzolini, Guida di Pesaro, 1869-.

[13] Autore di quest'inno si ritiene da taluni il Vivazza (V. A. D'Angeli, // padre di Rossini poeta nella «Cronaca mus. »  di Pesaro: III, n. 3; G. Fara, Genio e ingegno musicale, Torino F.lli Bocca, 1915, p. 26 ; F. Vatielli, Rossini a Bologna, Boi. 1918 pag. 12- ; ma io credo di poter dimostrare il contrario. E' vero che in testa reca la dedicatoria seguente : «Invaso il Cittadino Giuseppe Rossini, Vivazza - e trasportato dal furor patriottico -Dedica ai veri Democratici - questo suo Inno Repubblicano, che a lui ha ispirato - l'amor della Patria più che Apollo, e più che le - Muse la Libertà »  »  ; ma basta leggere una sola delle lettere autografe, che ci son rimaste, del Vivazza (il lettore ne troverà una bella rac­colta nella «Cron. Music.»  di Pesaro, anno II, nn. 11 e 12-, per comprendere a prima vista che egli non era capace nè di concepire nè di scrivere a quel modo. Ecco un saggio del suo stile epistolare :
«Bologna, li 20 Marzo 1837.
«Carissimo Cognato,
«Apena ricevuta la cara vostra delli 13 andante non mancai subito portarmi dall'Amico Facchini al quale le pagai li soliti scudi quarantacinque ove mi fece subito il solito mandalino che trovarete qui aduso per il Sig. Vincenzo Girometti al quale pregovi de nostri saluti che dopo riscossi li sudetti denari ne farete le solite distribuzioni come sotto vi prevengo pure di avere fatto li vostri doveri con tutti della Famiglia Mazotti li quali mi hanno imposto di dirvi tante cose per parte loro come il simmile facio io, ecc.»  .
L'inno comincia così :
«Su, si rompa, o Patrioti, La catena dei Tiranni, Su, si corra i nostri affanni, Pesaresi, a vendicar »  .
Più innanzi si accenna ai guerrieri «dal pie veloce »  , al tuono dell' «irato Giove »  , e si fa, alla latina, arbor femminile («Arbor diletta »  , l'albero della libertà- ; nella dedica si citano «Apollo »  e le «Muse »  . In breve : i versi non sono belli, ma tuttavia attestano nell' autore una certa, sia pure superficiale, coltura e una certa pratica di scrivere, coltura e pratica che mancavano al Vivazza. Una copia di quest' inno, stampato in foglio volante senza il nome della stamperia (come era naturale-, trovasi nella Oliveriana. Esso venne riprodotto nella «Cron. Music.»  di Pesaro, anno XIII, n. 3.

 

[14] Quando il grande Maestro, parlando con F. Hiller, affermò di aver cominciato a studiare a Bologna, o la memoria lo ingannava (come altre volte gli avvenne, ricordando episodi dei suoi primi anni-, o egli intese di dire che a Bologna ebbero principio i suoi veri studi, serii e metodici.

 

[15] Erroneamente tutti i biografi, compreso lo Zanolini, riferiscono questa prima pu­nizione al tempo in cui la famiglia Rossini era passata stabilmente a Bologna. Il fabbro fer­raio Giulietti era di Pesaro e non di Bologna.

 

[16] Del Prinetti, che nel 1788 trovo maestro al cembalo nel teatro Comunale di Bo­logna, possiede alcune composizioni di genere sacro la biblioteca del liceo musicale bolo­gnese.

 

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Guidarini Anna Rossini:  mamma del grande Gioacchino con radici anche urbinati

Urbinati illustri

 

 

ANNO 1983 NUMERO 1-3

BOLLETTINO  DEL  CENTRO  ROSSINIANO  DI  STUDI

A CURA DELLA FONDAZIONE ROSSINI PESARO

Sommario(clicca sulle voci-:

1- Biografia

2- I Rossini fino al 1800 di Giuseppe Radiciotti

3- I Rossini dal 1800 al 1809 di Paolo Fabbri

 

Paolo Fabbri

 I Rossini, una famiglia in arte

  

Chi abbia curiosità per i vent'anni iniziali della biografia rossiniana — quelli cruciali delle sue prime esperienze musicali a tutti i livelli, e dunque gli anni del precoce manifestarsi di una vocazione — dovrà rassegnarsi a fare i conti anzitutto con un particolare tipo di fonte storica quale la tradizione orale depositatasi negli scritti dei non pochi che lui vivo presero a narrarne vita e opere. Una circostanza fortunata, questa, ma non immune da vizi che in breve possono così riassumersi: rievocazioni tarde, imprecise o mitizzanti, e chissà quanto autorizzate dal protagonista. In più, quei primi anni del secolo furono politicamente piuttosto agitati, e le turbolenze della congiuntura politica ebbero ripercussioni facilmente immaginabili sulla vita musicale e — spesso — sulla sua ordinata registrazione archivistica.

A considerarli da un altro punto di vista, contemporaneamente però quegli sconvolgimenti parrebbero avere avuto, per limitarci al caso che qui interessa, anche la sostanziale benemerenza di aver impresso alla vita della famiglia Rossini una svolta forse decisiva. Lo stesso Gioachino, nel corso di occasionali consuntivi, era solito trasfigurare in una luce quasi provvidenziale gli eventi di quegli anni tumultuosi, asserendo non senza ironica civetteria: «Sans l'invasion des Francais en Italie, j'aurais été probablement pharmacien ou marchand d'huile» [1].

La vicenda è nota. Della famiglia, fino a quel momento solo Giuseppe Rossini si occupava professionalmente di musica, nella sua qualità di trombetta comunale molto probabilmente impiegato in modo saltuario anche in teatro. Il compositore confiderà anni dopo a Ferdinand Hiller: «Mein Vater war dort [a Pesaro] bei der Commune als Stadt-Trompeter angestellt, er spielte im Theater Horn» [2]. E proprio in tale veste sappiamo che nel 1798 prese parte alla pantomima giacobina La presa di Capua inscenata al teatro pesarese [3].

Ma «alles das ging ganz lediglich bis zur Ankunft der Franzosen, wo er seine Stelle verlor. Meine Mutter, die eine hiibsche Stimme hatte, benutzte nun dieselbe, um uns aus der Noth zu helfen, und so verliessen wir Pesaro. Die arme Mutter! sie war nicht ohne Talent, obschon sie keine Note kannte. Sie sang als orechiante, wie wir das nennen, rein nach dem Gehòr» [4]. L'affermazione è riecheggiata dai biografi in consuetudine con Rossini. Senza l'incarceramento di Giuseppe «sa femme et son bambin n'eussent pas manqué du strict nécessaire, et la dévouée, la courageuse Anna n'aurait pas été obligée de se faire cantatrice de théàtre polir gagner le pain quotidien de sa famille», scrive Azevedo [5]. E Zanolini: «Nell'anno 1799 Giuseppe Rossini, per cagioni politiche, era stato dagli Austriaci messo in carcere, ed Anna, che aveva appreso il canto per suo diletto, dovè cantare per vivere, onde si trasferì in Bologna col suo unico figliuoletto di sette anni ed esordì nel teatro civico» [6]

A dire il vero, di quei fatti remoti Rossini tendeva a dare un'immagine lievemente travisata. Suo padre aveva perso il posto a causa della temporanea restaurazione austro-russa del 1799-1800, e non per l'intervento dei francesi, anche se era stato il loro arrivo l'antefatto delle sue disavventure. Né era esatto che sua madre si fosse data al teatro in tali infauste circostanze per motivi di necessità, da un giorno all'altro essendo divenuta l'unica fonte di sostentamento per la piccola famiglia privata del suo capo. Tuttavia, o Rossini non ricordava con precisione, oppure l'affettuosa memoria della madre più o meno consapevolmente lo tradiva: senza dire che, in questa sequenza, tutta la storia non poteva non divertire il compositore ormai «impariginato» e lusingare i francesi, indiretti responsabili delle fortune di Gioachino Rossini attraverso le disgrazie di Giuseppe Rossini.

Già Radiciotti aveva avuto modo di segnalare come la carriera teatrale di Anna Rossini fosse iniziata prima della carcerazione del marito, e cioè almeno dal 1798, nel maggio del quale anno aveva cantato a Jesi per lo spettacolo inaugurale del nuovo teatro della Concordia [7], proseguendo le esibizioni poi a Bologna.

 

Nell'autunno del 1798 i Rossini presero parte all'esecuzione delle opere rappresentate in uno dei teatri di Bologna; di là passarono a Ferrara, dove rimasero fino a tutto il carnevale 1798-99; poi ritornarono a Bologna, scritturati ambedue per la stagione di quaresima 1799: ma Anna contrasse una malattia di gola, che non le permise di presentarsi su la scena se non dopo Pasqua. Ella continuò a cantare in quel teatro fino alla chiusura della stagione, vale a dire sino alla metà di settembre; ma egli non potè terminare la scrittura, perché, in quel mentre, le armi del Suvaroff avevano ripristinato l'antico governo anche nello Stato della Chiesa e la polizia pontificia, che si era legata a dito l'umiliazione inflitta ai papalini dai patriotti pesaresi nel dicembre del 1797 e non aveva mai perduto di vista il «republican vero», corse a scovarlo di mezzo ai leggii dell'orchestra del teatro bolognese e lo trasse in arresto [8].

Dove sia avvenuto il debutto della Rossini è questione assai controversa. Coerentemente con le sue premesse, Azevedo lo pone a Bologna (nel carnevale 1800, par di capire-.

 

Anna y commenca sa carrière d'artiste en chantant au théàtre Civico, où elle avait été engagée d'emblée. Elle fit ses débuts avec le basso Barilli, depuis si célèbre, et le ténor Siboni, qui paraissaient aussi pour la première fois devant le public. Le talent d'Anna fut très-goùté et des propositions d'engagement lui vinrent en assez grand nombre.

A eux trois les débutants ne savaient pas une note: ils étaient musiciens d'oreille, orecchianti, comme disent les Italiens [9].

 

Altrove si colloca questo debutto a Fano nel 1800 o 1801 (secondo la testimonianza di Francesco Bottoni a Giuliano Vanzolini- [10], oppure a Fossombrone l'anno avanti, citando addirittura i suoi partners: il tenore pesarese Sebastiano Diambini ed il basso Luciano Bianchi (annotazione tra le carte di Vanzolini [11].

Per il momento non è possibile porre ordine in tante contraddizioni. L'unico dato verificato con sicurezza è infatti la partecipazione della «cittadina Anna Rossini» nella parte di Faustina (prima donna-, a I nemici generosi di Cimarosa, «dramma giocoso per musica da rappresentarsi in Ferrara nel teatro Nazionale il carnevale dell'anno VII rep. 1799 v.s.». Il resto della compagnia era formato da Vincenzo Zardi primo mezzo carattere (Pierino-, Luigi Barilli primo buffo (Don Grufo Papera: Azevedo indicava in questo basso uno dei colleghi della Rossini debuttante-, Marianna Zardi prima donna (Baronessa Cofani-, Vincenzo Romolini altro buffo (Capitano Aurelio-, Clemente Corticelli secondo mezzo carattere (Pancrazio- [12].

Anche se limitatamente a questo caso, è quindi possibile asserire che la carriera di Anna Rossini principiò sicuramente avanti la prigionia del marito, come anche Radiciotti aveva affermato accennando pure — senza entrare in dettagli — alla stagione ferrarese del 1799 [13].

Seppure non quello che Gioachino sembrava disposto a concedere, nella carriera teatrale dei coniugi Rossini un qualche ruolo l'invasione francese dovette giocarlo. Nel generale maggior dinamismo sociale innescato, anch'essi risolsero di tentare la sorte impegnandosi entrambi attivamente in imprese da cui speravano certo promozioni almeno economiche. Se da un lato Giuseppe Rossini, cercò d'imboccare la strada anche dell'impresariato teatrale (a Pesaro nel 1798, sembra senza successo [14], e più tardi a Lugo nell'autunno del 1804, stavolta pare felicemente- [15], sua moglie metteva a frutto quelle naturali doti musicali che finora aveva esercitato da dilettante solo tra amici.

 

Ricordate il giovialissimo mio padre Antonio [Gennari] improvvisatore d'ariette galanti che al pari degli antichi bardi maestrevolmente colla sua chitarra accompagnavasi. Amico intrinseco del v.ro sig.r padre, e più per ragion di canto della v.ra sig.a madre. Le brillanti conversazioni, i musicali concerti, le baldorie, i balli con che unitamente alla Valburga sorelle Bassi ecc. ecc. ecc. (tutta bella, buona ed allegra gente in allora e perciò adesso impiegata ad accrescere la gloria celeste- come seralmente in v.ra casa trastullavansi — spero che sì — Or bene cosa fa cosa. Le gallerie aggiunsero vigore alla naturale v.ra gajezza, le armonie fomentarono lo slancio musicale, e diveniste celebrità mondiale. Per merito di chi? Di mio padre che amava i vostri genitori, e che con v.ra madre cantarellava, pizzicando la chitarra [16].

 

Nella decisione dei Rossini di trasformare in professione quel diletto di Anna influì con ogni probabilità anche la maggior possibilità d'impiego venutasi a creare improvvisamente per le cantanti di sesso femminile nei teatri dell'ex legazione marchigiana ora divenuta territorio della Repubblica romana, grazie alla caduta — insieme col vecchio regime pontificio — del divieto per le donne di esibirsi nelle sale pubbliche. Non per nulla, prestando fede a Radiciotti, là presenza della Rossini prima donna nella compagnia che inaugurava il nuovo teatro della Concordia di Jesi (primavera 1798- con La capricciosa corretta di Vincenzo Martini costituiva una novità assoluta per il pubblico jesino, non avvezzo alle interpreti femminili [17]

Se un margine di dubbio, in merito a tale partecipazione, non è immotivato a causa dell'attuale irreperibilità delle fonti di Radiciotti [18], l'esibizione della Rossini nel medesimo teatro due anni dopo è documentato «in una raccolta di poesie, stampate a Iesi e dedicate da alcuni ammiratori Al merito singolare della signora ANNA ROSSINI Pesarese che con plauso giustamente universale sostiene la parte di prima cantante nel dramma giocoso «I Nemici Generosi» che nel carnevale del 1800 si rappresenta nel Teatro Concordia di Iesi» [19], cioè nel medesimo ruolo da lei interpretato l'anno prima a Ferrara.

Subito dopo le sue tracce si fanno labili, affidandosi a testimonianze prive di riscontri documentari. Azevedo enumera diverse città che l'avrebbero ascoltata dopo quella prestazione bolognese da lui considerata il suo debutto: «La saison du théàtre Civico terminée, elle put choisir parmi les engagements qui lui étaient offerts pour des représentations dans les théàtres des foires de la Romagne: Sinigaglia, Forlì, Ferrare, Lugo, etc, et dans ceux de Mantoue et de Rovigo» [20]. A queste località, sulla scorta di Zanolini (e Vanzolini-, si può aggiungere Fano, dove sembra fosse ingaggiata per la stagione di carnevale 1801 nel vetusto teatro della Fortuna [21]: una circostanza particolarmente memorabile dato che con lei figurava, in orchestra e nella scarsamente rilevante parte della viola, il giovanissimo Gioachino (di neppure nove anni-, protagonista di un'avventuretta sentimentale. Anche se non lo si dice esplicitamente, è da credere che con loro fosse anche Giuseppe Rossini, liberato di prigione già nell'estate del 1800 e nell'autunno del 1801 ammesso su sua richiesta all'Accademia Filarmonica di Bologna quale «professore di corno da caccia»: nella domanda, egli dichiarava di aver «prestato l'opera sua ne' teatri ed ecclesiastiche funzioni» [22]

Nei primissimi anni del nuovo secolo era dunque l'intera famiglia Rossini ad essere mobilitata in campo musicale, e ciò non dovette risultare estraneo alla stessa scelta di trasportare la propria residenza da Pesaro a Bologna (salvo la parentesi lughese del 1802-1804-, «qui est le quartier general de la musique en Italie» [23]. La risoluzione fu forse motivata non tanto dall'esilio minacciato al tempo del processo a Giuseppe Rossini e poi vanificato col ritorno dell'amministrazione filofrancese, quanto piuttosto dalla perdita del vecchio incarico di civico trombetta e dalla conseguente necessità di far conto sulle scritture teatrali, coinvolgenti tutta la famiglia, e nel caso di Giuseppe e Gioachino anche sui servizi liturgico-musicali, ad Anna interdetti a causa del ben noto veto alle esibizioni di donne in chiesa. Così come si erano messe le cose, risiedere in un centro organizzativo e di smistamento tanto rilevante per la vita musicale dell'Italia centro-settentrionale quale Bologna, per i Rossini era diventato di vitale importanza.

In fondo, attenuando le tinte eccessivamente dimesse ed eliminando del tutto quell'idea di nomadismo da comici dell'arte (le stagioni d'opera allestite in concomitanza con le grandi fiere commerciali di Lombardia, Romagna e Marche erano eventi economici di notevole peso-, Stendhal non era troppo lontano dal vero nel dipingere così i genitori di Gioachino:

 

Le pére de Rossini était un pauvre joueur de cor du troisième ordre, de ces symphonistes ambulants qui, pour vivre, courent les foires de Sinigaglia, de Fermo, de Forli, et autres petites villes de la Romagne ou voisines de la Romagne. Ils vont faire partie des petits orchestres impromptu qu'on réunit pour l'opera de la foire. Sa mère, qui a été une beauté, était une seconda donna passable. Ils allaient de ville en ville et de troupe en troupe, le mari jouant dans l'orchestre, la femme chantant sur la scène [.. .] [24].

 

Ed è proprio dagli archivi romagnoli, per quanto ne rimane, che emergono oggi nuovi dati sulle carriere dei Rossini. Per esempio, da una lettera dell'impresario bolognese Luigi Montalti che sullo scorcio del 1801 trattava col Comune di Imola l'approntamento della prossima stagione di carnevale, veniamo a conoscenza di contatti con Anna Rossini, del suo rango non ordinario e di impegni da lei assunti — anche se non ancora perfezionati — coi teatri di Jesi e di Bologna (il Taruffi- [25].

 

Bologna li 17 brum.° anno 9. [=7 novembre 1801]

Luigi Montalti alla Municipalità d'Imola

 

Cittadini municipalisti,

ho fatte le mie riflessioni ed i miei scandagli, e trovo esser molto pericolosa l'impresa in codesto teatro per opere nel carnevale, stagione in cui le paghe agli attori sono più d'ogni altra gravose, qualora non si volesse prendere dei scarti. Ho trattato la Rossini, e sono arrivato fino alli centottanta scudi, viaggi ed alloggio, ma questa non può determinarsi fintantoché non è deciso se in Bologna potrà farsi opera al teatro Taruffi col quale essa è impegnata, e finché non sia sortita dal trattato di Jesi che tiene dall'ultimo ordinario. Se non sarà la Rossini, farò venire espressamente o da Firenze o da Parma altra prima donna che non sia mai stata sentita in questo teatro. Eccovi il nome degli altri soggetti coi quali ho avanzato il trattato, soggetti tutti nuovi per questo teatro.

P.ma donna ........ ; Sec.a donna Cattenacci; P.mo buffo Buttinelli; Sec.° buffo Ceccarini P.mo tenore Chies Sec.° tenore

 

Effettivamente le trattative fra la municipalità imolese e Montalti giunsero a buon fine ed il primo nevoso [21 dicembre] 1801 si poteva stendere il contratto per «due opere buffe in musica» [26]. Per via indiretta sappiamo che pure i contatti intercorsi tra Montalti e la Rossini sortirono esito positivo, cosicché essa potè cantare nel carnevale 1802 al teatro di Imola ne Le cantatrici villane di Fioravanti [27]. Rispondendo infatti alla richiesta di un parere sulla compagnia di canto che l'impresario Giacomo Contoli proponeva per il carnevale 1803, il 20 vendemmiaio [11 ottobre] 1802 da Imola Manfredo Sassatelli tra l'altro comunicava ai deputati municipali il suo parere positivo sul tenore Cavazzoni, che «cantò nel passato carnevale colla Rossini»  [28].

Di nuovo il nome di Anna Rossini compare in una lista di «prime donne» (a fianco delle «Fiorentini, Prosperi, L'Amot, [. . .] Danti, Scaroli»- che l'impresario Giovanni Lupi da Bologna il 22 aprile 1803 comunicava di tenere a disposizione del teatro di Imola per la stagione estiva di fiera di quell'anno [29]. In un successivo foglio volante la scelta per il ruolo di «prima donna» era ristretta a «Rossini Anna pesarese o Teresa Gioja napoletana», salvo poi a cassare con un frego il primo nominativo e sostituirlo con quello della «L'Amot» [30]. Ma nonostante quella scrittura sembrasse per lei sfumata, fu proprio la Rossini a sostenere la parte di protagonista femminile nelle rappresentazioni per la fiera 1803 (due opere comiche, una delle quali L'impresario burlato di Luigi Mosca: la fiera veniva detta di san Cassiano perché appunto nel giorno dedicato al santo patrono della città, il 13 agosto, culminava-, come si desume dalla bozza di manifesto conservata [31]:

 

Repubblica italiana In Imola

Nel teatro Nazionale [corretto in: Comunale] l'estate per la prossima fiera dell'anno 1803 si presentano due drammi in musica: il primo porta per titolo L'impresario burlato musica del maestro Mosca; il secondo da destinarsi.

Attori:  Prima donna Citt.na Anna Rosini, Primo mezzo caratere Pietro Pavolo Petrigniani, Primo buffo Francesco Scacia, Seconde donne Chiara Raffi, Anna Muratori;  altri buffi Gian Batista Serra, Giuseppe Muratori

Li balli saranno composti e direti dal citt.no Giuseppe de Rossi

Il primo porta per titolo L'equivoco o Lo sciocco deluso e l'altro da destinarsi

Primi balerini assoluti Citt. Giuseppe de Rossi      Citt. Celestina de Rossi Viga

Primi groteschi a vicenda Citt. Vincenzo Ricci Camillo Bettini      Micchele Ghinazzi Citt. Nunziata Scapini      Maria Scarpa

Secondo balerino Salvatore Scarpa con quatro figuranti

 

Un'ulteriore conferma delle esibizioni di Anna Rossini a Imola nel carnevale 1802 e per la fiera 1803 si ha in una petizione che il 15 dicembre 1803 due dipendenti comunali, abitualmente assoldati come cornisti nelle orchestre locali, rivolgevano ai deputati teatrali per protestare contro la loro esclusione dal complesso strumentale che l'impresario Nicola Ghellini stava radunando in vista della prossima stagione di carnevale 1804. Per essa era stato ingaggiato Giuseppe Rossini da solo, e non con sua moglie come era avvenuto le altre volte, per cui i due imolesi giudicavano inaccettabile il comportamento dell'impresario che veniva a danneggiarli. E si noti che la maligna insinuazione di un trattamento di favore riservato da questi all'altro cornista (un dilettante locale alle prime armi che avrebbe avuto a disposizione un insegnante professionista per alcuni mesi, e gratis-, attesta di riflesso la valentia professionale di Rossini [32].

 

Alla Municipalità d'Imola

Gioachino Poggiopolini e Gaetano Canetoli vostri portieri e suonatori di corno da caccia a voi si presentano, umanissimi cittadini, come essendo stati esclusi dall'orchestra dell'opera del venturo carnevale, e sembrando ad essi che questa sia una patente ingiustizia che loro venga fatta, a voi si rivolgono esponendovi le seguenti sue ragioni.

Sono circa 26 anni che il primo serve questa città nelle musiche, nelle opere, nei veglioni etc, e quindici anni il secondo. Essi non conoscono di avere alcun demerito ond'essere posposti ad un principiante quale è il citt.o Antonio Giustiniani, e che dal impresario possa farsi venire a bella posta il forestiere Rossini per escluderli. Giusto sarebbe se il forestiere fosse stato fermato antecedentemente alla scrittura oppure fosse unito alla compagnia dei virtuosi come lo è stato il Rossini altre volte avendo la moglie nella compagnia per prima donna. Mentre in tal caso uno soltanto dei ricorrenti a vicenda è stato amesso nell'orchestra ad eccezione dello scorso anno che ciò non successe per non essersi trovati d'accordo nel prezzo. Di qui conoscerete evidentemente, cittadini municipali, che questo non è altro che un semplice ragiro del impresario per favorire il principiante Giustiniani il quale ha procurato così la venuta del Rossini in Imola per avere in esso un maestro che per due mesi lo eserciti in quell'arte. Trovandosi pertanto gli oratori ingiustamente aggravati, a voi caldamente si raccomandano acciò vogliate ordinare che venghino ammessi fra l'orchestra nella quale sono stati capaci di servire anche per le opere serie.

Lusingandosi i petenti di ottenere da voi questa grazia, ve ne anticipano i suoi più vivi ringraziamenti e passano a protestarvi

rispetto e considerazione

Gioachino Poggiopolini

Gaetano Canetoli

 

La decisione in merito a questa vertenza fu presa il 19 dicembre 1803 ed è registrata all'esterno della lettera appena citata: «Il seg.io municipale incaricato di concertare l'affare coll'impresario riferì di aver convenuto col medesimo che avrebbe suonato in orchestra tutte le sere il professore Rossini già scritturato, e che li petenti avrebbero suonato a vicenda uno spartito per ciascheduno, restando escluso il giovine Giustiniani» [33].

Dunque la scrittura di Giuseppe Rossini per il carnevale 1804 era confermata, e difatti il suo nome s'incontra nell'elenco degli strumentisti impegnati tanto nell'opera quanto nelle due orchestre che solitamente si avvicendavano nei veglioni organizzati durante il corso delle recite [34].

Le partiture che in quella stagione Giuseppe Rossini era chiamato a coeseguire erano quelle de I nemici generosi di Cimarosa (nelle carte d'archivio erroneamente indicati come Gli amici generosi- e Don Giovanni forse di Gazzaniga. Interpreti ne furono Vincenza Conti, Maria Contini e Anna Sartori (rispettivamente, prima, seconda e terza donna-, Giuseppe Madrigali e Damiziano Sartori (primo e secondo buffo- e Nicola Ghellini (primo mezzo carattere nonché impresario- [35]. La serie delle rappresentazioni doveva iniziare il 27 dicembre 1803 e concludersi il 12 febbraio 1804 (36- [36].

Stupisce un po' non trovare scritturata, insieme con Giuseppe, Anna Rossini, tanto più che uno dei due spartiti (7 nemici generosi- l'aveva già in repertorio avendolo eseguito a Ferrara ed a Jesi. Ma forse ciò dipese dal fatto che gli imolesi l'avevano appena ascoltata l'estate prima e ancora nel carnevale 1802, sicché una sua ulteriore presenza dovette essere giudicata inopportuna dall'impresario.

Mentre Giuseppe Rossini era impegnato ad Imola, sua moglie — e forse il figlio — era stata ingaggiata come prima donna dall'impresario Antonio Birozzini nel vicino teatro Comunitativo di Ravenna in una compagnia comprendente anche il tenore Luigi Corelli ed il basso Tommaso Marchesi che portava in scena L'amor marinaro di Weigl e Carolina Sobieschi [37]. A quest'occasione va riferito l'episodio citato da Radiciotti: «Nel 1804, al teatro di Ravenna, dove il ragazzo [Gioachino] si trovava scritturato insieme coi genitori, ammalatosi improvvisamente il basso comico Petronio Marchesi, si offrì di sostituirlo nei Due gemelli di Fioravanti e vi riscosse infiniti applausi» [38]. Purtroppo non sono esplicitamente dichiarate le fonti di questo aneddoto che contiene comunque inesattezze e contraddizioni con i documenti noti: non i coniugi Rossini, ma la sola Anna era impegnata a Ravenna, mentre Giuseppe era sicuramente a Imola; in compagnia sembra figurasse Tommaso e non Petronio Marchesi; I due gemelli non sono di Fioravanti ma di Gazzaniga e comunque non compaiono nel cartellone del Comunitativo per quella stagione.

Se non a Ravenna, Gioachino in ogni caso si era già esibito come cantante proprio a Imola e poco dopo vi si ripresentava insieme con la madre e i cantanti bolognesi Cevelli e Mondini in un'accademia vocale-strumentale tenutasi domenica 22 aprile 1804 al locale teatro. Lui stesso domandava l'uso della sala con una lettera oggi dispersa (forse sottratta da qualche cacciatore d'autografi- di cui rimane solo la registrazione amministrativa annotata su quello che era il suo foglio esterno [39]:

 

R.a li 21 aprile 1804

Rossini Gioacchino domanda questo teatro per la sera delli 22 and.te

La Municipalità d'Imola accorda al citt.° Gioacchino Rossini il teatro Comunale d'Imola per l'accademia e tombola nella sera delli 22 aprile, e nei termini della entroscritta petizione. A titolo di tassa d'illuminazione pagherà bajocchi cinquanta nelle mani del custode Cantoni. Dalla casa comunale li 21 aprile 1804.

Insieme però si conserva un foglio volante a stampa (Imola, Giovanni Dalmonte Casoni s.a.- col programma della serata [40]:

 

Avviso pubblico Cittadini

Gioachino Rossini vi annunzia che domenica sera 22 cadente aprile darà un'accademia di musica in questo teatro Comunale. Egli vi ha dato altra volta qualche saggio, benché piccolo, del suo genio per la musica, onde si lusinga di ottenere uguale compatimento agli sforzi della sua puerile età.

Il divertimento della ennunciata accademia sarà distribuito nel seguente modo: Parte prima Sinfonia

Aria cantata dal citt. Cevelli bolognese. Cavatina cantata dalla cittad. Anna Rossini.

Sinfonia

Aria cantata dal citt. Mondini bolognese. Altra aria cantata dalla citt. Anna Rossini. Sinfonia

Cavatina cantata dal citt. Gioachino Rossini, che agirà in vestiario ed azione da buffo. Seconda parte Sinfonia

Aria cantata dal citt. Mondini bolognese. Altr'aria dalla citt. Anna Rossini. Altr'aria dal citt. Cevelli bolognese. Sinfonia

Duetto eseguito dalla cittadina Rossini e figlio in vestiario e azione, come la cavatina del suddetto Rossini. Vi sarà altresì in mezzo alle due parti dell'Accademia lo spettacolo della tombola assicurata in scudi venti. Il biglietto dell'ingresso resta fissato in baj. 10. Il prezzo de' palchi per il primo e secondo ordine è di paoli 2, e per il terz'ordine bajocchi dieci. Per li palchi è incaricato il citt. Cantoni.

 

Da questo Avviso risulta dunque che non era la prima volta che il piccolo Gioachino compariva in pubblico al teatro di Imola, e non si dovrebbe sbagliare ipotizzando che ciò fosse avvenuto nel carnevale 1802 o nell'estate 1803, quando doveva esservi stato insieme coi genitori scritturati per quelle stagioni, e probabilmente in occasione di qualche serata della madre che in tal modo propiziava le prime esperienze di palcoscenico del più giovane dei Rossini.

Quella sua esibizione imolese della primavera 1804 ha lasciato un'altra consistente traccia, e cioè la partitura della «cavatina» da lui cantata «in vestiario ed azione da buffo» con accompagnamento orchestrale (due oboi, fagotto, due corni, violini primi e secondi, viole e basso-. Si tratta di un manoscritto oggi conservato nella biblioteca dell'Istituto musicale pareggiato «G. Verdi» di Ravenna, che sul frontespizio porta: «Cavatina / Se mia moglie crepasse una volta / Per uso di mè Giocchino Rossini buffo / Cantò in Imola li 22 aprile 1804 / Nel Publico Teatro» [41]. Molto probabilmente si tratta di un apografo pervenuto all'attuale collocazione (insieme con altro materiale rossiniano di grande importanza- in quanto la scuola ravennate costituisce la continuazione diretta di quell'Accademia Filarmonica fondata nel primo Ottocento nella cui dotazione libraria confluì ciò che restava della biblioteca musicale di Agostino Triossi, l'amico d'infanzia ed il primo mecenate dell'adolescente Gioachino [42]. Grazie ad una fortunata indagine posso ora precisare la provenienza di tale brano, che è l'aria di sortita di Don Favonio dalla farsa in un atto L'ultima che si perde è la speranza, riduzione di un'opera comica di due atti su testo di Saverio Zini data a Napoli al teatro del Fondo nel 1790 [43]. Così ridotta venne presentata a Venezia assieme ad una sintesi de Il convitato di pietra di Bertati-Gazzaniga sotto il titolo complessivo di Capriccio drammatico al teatro S. Cassiano nel carnevale 1792 con musica «del tutto nuova del celebre sig. maestro don Marcello [Bernardini] da Capua maestro di capella napolitano all'attual servizio di sua altezza la sig. principessa Lubomirki Kartoriski di Polonia» [44]. Interprete del personaggio di Don Favonio era stato il «primo buffo caricato assoluto» Francesco Marchesi [45], forse imparentato con quei Tommaso e Petronio Marchesi le cui biografie si erano probabilmente incrociate con quelle dei Rossini.

Il testo che Gioachino cantò e recitò è il seguente:

 

Se mia moglie crepasse una volta,

se schiattasse per un quarto d'ora:

oh che feste vorrei fare allora!

Tal speranza mi fa giubilar.

Altra moglie pigliare vorrei

ma fuggire però la romana:

se la prendo, la vuò' veneziana

perché queste non sanno ingannar.

Caro coccolo, vien qua da mi,

devertirme me voggio con ti»

ed io subito dico di sì.

Sono belle, graziose, ben fatte,

hanno il core fedele e costante,

poche volte corbellan l'amante

e d'un solo si san contentar.

 

In quello stesso 1804, il 22 settembre, Giuseppe Rossini chiedeva ed otteneva il teatro di Lugo «per 10 recite da terminarsi il giorno 7 di ottobre con promessa di una farsetta in musica e due balletti» [46]: di nuovo dunque un modesto cimento impresariale (e una proposta teatrale di limitato impegno artistico, in una stagione più che secondaria per la cittadina romagnola-, che forse vide impegnata l'intera famiglia Rossini. In date imprecisate, ma comunque sempre durante quell'autunno 1804 e in una stagione minore, Anna Rossini è segnalata al teatro di Cittadella a Reggio nell'Emilia in una cronologia di spettacoli primo-ottocentesca in generale di buona attendibilità: «Autunno [1804]. L'impresario burlato dr.a gio.° mus.a del m.tro Luigi Mosca napoletano, con farsa intitolata Che originali mus.a del m.tro Simon Mayer dove cantò la . . . Rossini da rammentarsi con lode per essere la fortunata madre del celebre maestro» [47].

A un manoscritto tardo-ottocentesco è invece affidata memoria di quella che è l'ultima apparizione teatrale finora nota di Anna Rossini, a Rovigo per la fiera 1807 [48].

 

Nell'anno 1807 si recò a Rovigo, quando aveva quindici anni, il celebre Gioacchino Rossini con sua madre cantante ed il padre suonatore di corno, scritturati per la fiera nel teatro Roncali.

Per la serata di sua madre scrisse una sinfonia nella quale introdusse delle novità musicali fino allora sconosciute. Nel fare le prove del nuovo pezzo un suonatore di contrabasso, essendo impacciato nell'eseguire la sua parte, su richiamo del direttore d'orchestra sdegnato rispose: «Chi vuole mai che intenda questi zibaldoni scritti da quel bamboccio lì», e segnava coll'arco Rossini, il quale era seduto al cembalo come allora si usava. Ma il pubblico, che intuì nel suo lavoro un riformatore, lo coperse di applausi nella sera dell'esecuzione della sinfonia.

Non esiste nessun'altra fonte locate che convalidi l'episodio, ma val la pena di notare che già Azevedo aveva indicato Rovigo come l'ultima delle 'piazze' frequentate dalla Rossini [49], e che l'incidente col contrabbassista è del tutto plausibile se per l'occasione Gioacchino ripresentò uno dei brani strumentali con assoli di contrabbasso (palese infrazione al suo ruolo consuetudinario di ripieno ai bassi- che in quegli anni andava scrivendo per il suo amico ravennate Triossi (ad esempio, la Sinfonia obbligata a contrabasso- che di tale strumento si dilettava [50].

 

Dopo tale data il nome di Anna Rossini sembra scomparire dai cartelloni dei teatri. Del resto lo stesso Azevedo collocava poco dopo la metà del primo decennio dell'Ottocento il suo rapido declino vocale ed il conseguente suo ritiro dalle scene: «La voix d'Anna Rossini, qui, chantant sans méthode, se fatiguait beaucoup, la voix d'Anna Rossini laissa voir dès lors premiers syntóme de l'affaiblissement dont les effets durent, plus tard, obliger la prima donna à subir l'opération du retran-chement des amygdales» [51]. Più oltre ribadiva la sua uscita dalla carriera: «Anna, dont le reste de voix avait disparu avec ses amygdales, ne chantait plus dans les théàtres, et il Vivazza ne gagnait pas grand' chose en jouant du cor dans les orchestres»  [52].

Ritiratasi Anna, restavano in carriera Giuseppe e soprattutto Gioachino. En passant si è visto come quest'ultimo, lasciati i ruoli di second'ordine in orchestra (quale il posto di viola ricoperto a Fano-, aveva preso lui pure a presentarsi come cantante, oppure a vedersi affidata la responsabilità del basso continuo nei recitativi come maestro al cembalo.

Già s'è detto che le esibizioni teatrali di Gioachino in veste di cantante avevano avuto luogo ad Imola nel carnevale 1802 o nell'estate 1803, e poi nell'aprile 1804, nel corso di accademie e forse di beneficiate: occasionalmente, come si ricorderà, sembra avesse cantato anche in opera a Ravenna nel carnevale 1804 [53].

Un contratto teatrale vero e proprio a suo nome lo ebbe però solo l'anno dopo, per il «dramma serio-giocoso per musica» Camilla ossia Il sotterraneo di Ferdinando Paèr presentato nella stagione autunnale 1805 al Corso di Bologna. Gioachino vi sosteneva la parte del piccolo Adolfo, e suoi colleghi erano: Venanzio Cerioli (Duca Uberto-, Anna Cittadini e Chiara Leon (Camilla, alternativamente-, Fortunato Aprile (Conte Loredano-, Carlo Angrisani (Cola-, Valentino Camola (Gennaro-, Maria Aprile (Ghitta-, Damiziano, Sertori (Cienzo-, Giuseppe Bencivenga (Uffiziale- [54].

Di quest'apparizione teatrale di Gioachino ci sono giunte un paio di testimonianze, dirette e non. La prima è di Geltrude Righetti Giorgi, sua coetanea ed amica: «rappresentandosi nel teatro Zagnoni [recte del Corso] la Camilla di Paer, fu prescelto a cantare la parte del figlio. Nulla di più commovente e tenero del bel canone: «Sento in sì fiero istante» [55]. L'altra è riportata da Azevedo:

 

Lorsqu'il avait environ douze ans, on monta La Camilla de Paer au Théàtre de Bologne. Le róle du petit Adolfo lui fut propose; il l'accepta. Il y a dans la pièce une scène où l'enfant sensible se precipite dans les bras de l'héroi'ne, la caresse, lui prodigue les nomes les plus doux et la couvre de baisers. Comme on jouait cette pièce tous les soirs, et qu'une seule prima donna n'eùt pu suffire à chanter sans interruption le principal ròle, qui est très-fatigant, on faisait tenir tour à tour ce ròle par deux cantatrices, l'une grasse, la Cittadini, l'autre maigre, la Leoni.

Les spectateurs attentifs purent remarquer que Gioachino jouait son róle d'enfant sensible et caressant d'une facon beaucoup plus naturelle et chaleu-reuse avec la prima donna grasse qu'avec la prima donna maigre.

A ce ròle d'enfant se borne toute la carrière de chanteur dramatique de Rossini [56].

 

L'ultima asserzione trova più d'una conferma, tanto presso la Righetti Giorgi («Che io mi sappia, Rossini dopo la Camilla non cantò mai più in teatro» [57] che in una dichiarazione dello stesso compositore a Hiller: «Ich sang als Knabe ganz hùbsch. Damals trat ich auch einmal auf der Bùhne auf und gab den Knaben in der Camilla von Paer. Dabei blieb es aber» [58].

Come cantante, allievo inizialmente di don Giuseppe Malerbi a Lugo [59], e poi a Bologna di don Angelo Tesei ed infine del celebre tenore Matteo Babini ormai fuori carriera [60], più che nei teatri Gioachino trovava ingaggi per musiche ecclesiastiche: cosa più che naturale, considerando la sua età adolescenziale e la voce ancora bianca, nonché la sussistente proibizione alle donne di cantare in chiesa. Sempre a Hiller Rossini incidentalmente confidava: «ich hatte eine hubsche Stimme und sang in den Kirchen» [61]. Più loquace la Righetti Giorgi, testimone diretta di quelle sue prestazioni canore:

Rossini nell'età appena di anni 7 [in realtà poco più avanti] fu discepolo del sig. d. Angelo Tesei, rinomato maestro di cappella di questa città, e tal profitto egli trasse da' suoi insegnamenti, che giunto all'età di anni 8 cominciò a cantare il soprano nelle chiese di Bologna, e addivenne con tale esercizio peritissimo cantore. L'ammirava io stessa in quella tenera età, sebbene fanciulla, a leggere speditamente la musica, e parevami impossibile che un maestro di cappella potesse con tanta sicurezza di buon successo affidargli la parte cantante, o del Laudamus te, ed anche del Qui tollis. Rossini intanto tutto eseguiva con precisione, e con maestria [...] [62].

In dettaglio, di questa sua attività conosciamo solo la sua partecipazione nel ruolo contraltile di Maria Maddalena all'oratorio di padre Mattei La passione di Cristo, eseguito a Bologna il 4 aprile 1806 [63]. Perlopiù ci si deve accontentare di attestazioni generiche sul tipo di quelle della Righetti Giorgi.

 

Au bout de quelques mois [1804], le jeune Gioacchino gagnait déjà quelques paoli en allant chanter dans les églises. Sa belle voix de soprano et la vivacité de ses petites manières le faisaient bien venir des prètres direc-teurs des Funzioni. Sous le professeur Angelo Tesei, Gioacchino apprit fort bien le chant, l'art d'accompagner et les règles du contre-point. Dès l'année 1806, il était en état de chanter, à la première vue, quelque morceau de musique que ce fùt, et l'on commenca à concevoir de lui de grandes espé-rances; sa jolie figure faisait penser à en faire un ténor [64].

 

D'abord, il chanta dans les églises. Sa rétribution était de tres paoli par office (le paolo vaut enrivon 50 centimes-. Par malheur, il n'y avait pas des offices en musique tous les jours.

 

Certes, on faisait bien gagner au pauvre enfant les trois paoli qu'on lui donnait. Non-seulement on le chargeait des soli de soprano, ce qui était tout à fait convenable, puisqu'il avait une voix de soprano, mais encore, sous prétexte qu'il chantait mieux que ses camarades, on l'obligeait à chanter aussi, en les transposant, bon nombre de soli de basse et de ténor. Bref, on usait de lui et l'on en abusait. Mais qu'y faire? lorsqu'on donne la magnifique somme de trois paoli, on a bien le droit de se montrer exigeant! [65]

 

Come è noto, appunto «professore di canto» Rossini si firmava nella domanda di aggregazione alla bolognese Accademia Filarmonica, accettata il 24 giugno 1806 «per acclamazione, insieme esonerandolo dal peso di qualunque contributo; e ciò in contemplazione di quei riguardi che son dovuti ai suoi progressi nella professione che con molta lode esercita» [66].

Questo riconoscimento veniva a cadere però proprio a conclusione della sua carriera di cantante, in un'epoca in cui la muta della voce non gli consentiva di continuare con regolarità ad affrontare gli impegni liturgici: a sviluppo compiuto, dotato a quel che sembra di una voce virile assai gradevole, i suoi interessi nel campo musicale avevano però imboccato altre vie. Così l'ultima esibizione vocale documentata di Gioachino è di neppure due mesi successiva alla sua nomina ad Accademico Filarmonico: l'otto agosto 1806, nel saggio finale degli alunni del Liceo Filarmonico di Bologna in cui era da poco entrato nella classe di violoncello, il suo nome figura insieme con quello di Dorina Caronti per l'esecuzione di un duetto dell'allievo di contrappunto Andrea Nen-cini [67].

Se la carriera teatrale di Gioachino cantante fu quanto mai effimera, ben più consistente appare quella svolta nella qualità di maestro al cembalo. «Ich begleitete die Recitative im Theater am Clavier und bekam dafùr 6 Paoli den Abend», racconterà più tardi al solito Hiller . E Azevedo:

 

Son talent d'accompagnateur, désormais bien apprécié, lui offrit des res-sources dont il s'empressa de profiter. Il ne reculait, d'ailleurs, devant aucu-ne besogne pour subvenir aux besoins de ses parents bien-aimés. Il enseignait leurs ròles aux chanteurs, il faisait répéter les choristes, il tenait l'épinette d'accompagnament dans les orchestres des théàtres [68][...] [69].

 

Volendo cercare di precisare dove e quando Rossini esercitò queste funzioni, il primo teatro che s'incontra è quello Comunitativo di Ravenna nel carnevale 1804, almeno secondo Radiciotti [70]. Stendhal ricorda un'altra serie di analoghe sue prestazioni: «Le 27 aoùt 1806, il quitta Bologne pour faire une tournée musicale en Romagne. Il tint le piano comme directeur d'orchestre à Lugo, Ferrare, Forlì, Sinigaglia et autres petites villes» [71].

Pur non documentata in alcun modo dalle lacunose fonti locali [72], della presenza di Gioachino al teatro di Senigallia parlano anche altri in aggiunta a Stendhal. Secondo il lughese e suo amico Luigi Ferrucci, ad esempio, Rossini passava da Pesaro «quasi tutti gli anni, quando in compagnia di suo padre (tromba squillante-, del Contarini da Lugo (prima viola-, del Milani da Lugo (contrabasso-, del Buscaroli da Forlì (primo violino dell'opera-, del Mengazzini da Imola (primo violino dei balli-, del Topi (flautista- ecc. recavasi a Sinigaglia per lo spettacolo annuale di opera e ballo in tempo di fiera» [73]. In più, fu lo stesso Rossini a narrare a Hiller l'incidente con la prima donna Carpani e col suo protettore marchese Cavalli (che doveva poi volgersi a suo beneficio, procurandogli più tardi la scrittura veneziana per La cambiale di matrimonio- situandolo appunto nel teatro di Senigallia ove si trovava come maestro al cembalo all'età di tredici anni, e perciò nel 1805 [74].

In ogni caso una parziale, sicura conferma di quanto scritto da Stendhal della tournée 1806 concerne la comparsa di Rossini al teatro di Forlì, dato che effettivamente egli vi fu nella stagione d'autunno di quell'anno, come il relativo manifesto testimonia: «Maestro al cembalo sig. Giovacchino Rossini Accademico Filarmonico di Bologna», ed assieme con lui «Primo corno da caccia sig. Giuseppe Rossini Accad. Filarm.» [75]. Erano in cartellone «due drammi buffi, con tre balli, il primo de' quali porta per titolo L'amor marinaro musica del celebre maestro Weigl, e l'altro da destinarsi». La compagnia era così composta: prime donne Chiara Leon (già partner di Gioacchino nella sua unica esibizione operistica come cantante- e Luigia Miloch; primi buffi Carlo Angrisani (anch'egli della partita in quella famosa Camilla-, Felice Angrisani e Giuseppe Tommassini; seconda donna Angiola Chies; terza donna Margherita Perelli; secondi buffi Giovan Battista Serra, Vincenzo Goresi e Luigi Lollini. Dal contratto stabilito il 3 luglio con l'impresario Guglielmo Olivieri, che figurava in compagnia anche come primo ballerino serio e coreografo, sappiamo che le recite previste erano quindici, da tenersi in un periodo compreso tra il 20 settembre ed il 12 ottobre 1806 [76]. Nella lettera da questi inviata alla municipalità di Forlì, Olivieri si presentava come «impresario dei teatri di Lugo, Ferrara, Rovigo, per la presente stagione di estate, e prossimo autunno» [77]: è interessante notare, anche se per il momento nessun altro riscontro è emerso dagli archivi locali o dalle cronologie teatrali a stampa [78], che proprio Lugo e Ferrara — oltre a Forlì e Senigallia — erano le località indicate da Stendhal come quelle da Rossini toccate nella tarda estate-autunno 1806.

Si osservi poi che in quella compagnia forlivese appare anche il tenore Antonio Chies, che ne L'amor marinaro doveva dar voce al personaggio di Dorimante e che insieme con Angiola Chies (anch'essa in quella troupe- pare essere stato allievo di don Giuseppe Malerbi così come Gioachino [79]. Tra gli autografi rossiniani che ancora agli inizi del Novecento si trovavano a Lugo «in casa Malerbi» c'era quella «romanza "Cara, voi siete quella . . ." dedicata al cantore Antonio Chies»  [80] che nel 1902 il lughese Francesco Balilla Pratella pubblicava a Firenze presso Mignani in una riduzione per canto e pianoforte che nell'intestazione riportava certo parte del frontespizio originale: «Scena ed aria "Cara, voi siete quella" di Gioachino Rossini scritta per uso del sign. Antonio Chies». Un confronto tra la situazione drammatica, l'articolazione ed il testo della scena 8, atto I (Dorimante solo- del libretto originale de L'amor marinaro e quel testo posto in musica da Rossini per Chies (il cui autografo è ora disperso- mostra molteplici analogie, che si fanno davvero stringenti a leggerne la parte finale («Questa finzione orribile . . .»- e considerando che la vicenda di quell'opera vede l'amante di Dorimante, Lucilla agire con mutati identità e sesso sotto nome di Pierotto, con gli equivoci che ognuno può immaginare.

 

WEIGL

 

 

Ingrata donna! È questo di tanto amor, di tanta fede il premio.

Da sì gran duolo è questo core oppresso,

che non conosco più quasi me stesso.

resta pensoso

Cara la mia Claretta,

dolce dell'alma mia cura soave,

t'amo, t'adoro e tu di me non curi?

Perplesso, ohimè, son io.

Per deviarmi il mezzo sei tu sola:

deh, tu pietoso amor, tu mi consola.

prendendo sul tavolino una chitarra

Sol per te mio bel tesoro prova l'alma affanni e pene, per te sola, amato bene, non ha pace questo cor.

Quel dolce palpito ch'io provo in petto è un grato affetto figlio d'amor.

Per lui mi sento contento appieno, per lui nel seno mi brilla il cor.

 

ROSSINI

Ah no, mio ben, tacete,

non mi dite così: con questi dubbi

mi trafiggete il core [81]. Sappiate, oh Dio,

che '1 solo mio desio

è quel di possedervi. Solo oggetto

di tutti i miei pensier, cara, voi siete,

e dubitar della mia fè potete?

Cara voi siete quella

che questo core adora

e a voi costante ognora

la fiamma mia sarà.

Alfin che il dì non viene

che voi sarete mia,

io sarò sempre in pene,

sempre in malinconia.

Questa finzione orribile

tremare, oh Dio, mi fa.

Che guazzabuglio, che gran tempesta

ho nelle viscere,

ho nella testa.

Di là speranza,

di qua timore:

a che si credere

non sa il mio core.

Ognor tra palpiti

penando va:

fortuna assistimi

per carità.

 

 

Appare grandemente probabile che Rossini abbia composto questa scena (recitativo e aria- proprio per quella recita forlivese de L'amor marinaro, nell'autunno 1806, su richiesta di Chies ed avvalendosi probabilmente dell'opera poetica di qualche verseggiatore locale. Molti anni dopo genericamente egli ricordava: «Auch componirte ich neben den Uebungen, die mich Mattei machen liess, hier und da ein profanes Stiick ftir einen Sanger zum Einlegen in eine Oper oder zum Concert-Vortrage, z.B. fùr Zamboni und Andere, die mir dann eine Kleinigkeit dafiir gaben» [82]. Tra essi non si dovrebbe sbagliare, credo, a porre quella scena forlivese.

Nel 1807 ancora una scrittura per i Rossini in un teatro romagnolo. Per la stagione di primavera a Faenza, in cui si rappresentavano «due opere buffe in musica la prima delle quali porta per il titolo La serva astuta musica del celebre maestro Carlo Guglielmi e l'altra da destinarsi», in orchestra sono citati: «Maestro al cembalo sig. Gioachino Rossini Accademico Filarmonico di Bologna», e primo dei «Corni da caccia» il «sig. Giuseppe Rossini» [83]. Accanto a loro compaiono il forlivese Antonio Buscaroli («primo violino e direttore d'orchestra»- e l'imolese Giuseppe Mingazzini («primo violino de' balli»-, secondo Ferrucci loro abituali colleghi di tante tournées nei teatri di Romagna e Marche [84]. La compagnia di canto era formata da: Teresa Adelaide Carpano prima donna, già protagonista di un vivacissimo scontro con Rossini maestro al cembalo al teatro di Senigallia [85]; Giuseppe Concordia ed Angelo Galletti, primo e secondo mezzo carattere; Antonio Ricci e Michele Benedetti primi buffi a perfetta vicenda; Antonia Belmonti seconda donna.

 Con questa recita faentina esce di scena, allo stato attuale delle conoscenze, Giuseppe Rossini. Quanto a Gioachino, la sua assenza dalle lezioni di violoncello, pianoforte e contrappunto al Liceo Filarmonico da metà dicembre 1807 a metà marzo 1808 (i relativi registri scolastici annotano: «Andato a Fano», oppure «a Pesaro» [86] inducono a qualche sospetto. L'epoca è quella tipica di una stagione di carnevale, per cui si potrebbe immaginare Rossini a Fano (o a Pesaro- per ragioni professionali, impegnato in una scrittura teatrale, ma in assenza di ulteriori conferme tutto ciò resta al momento confinato nel campo delle ipotesi. È certo invece che ancora un ingaggio come maestro al cembalo Rossini l'ebbe nella stagione di carnevale 1809 al teatro Comunale di Bologna, ove furono presentati tre drammi giocosi: La locanda dei vagabondi di Paer, Le gelosìe villane di Sarti e Giannina e Bernardone di Cimarosa [87]. I cantanti impegnati per essa erano: Chiara Pieri, Giacinta Catenacci, Angiola Moriconi, Giovanni Polidori, Agostino Bellolli, Nicola Cecchi, Filippo De Cesari, Luigi Moriconi, Giovanni Santini, Nicola Patrizzi, Pietro Franchini e Leopoldo Ranzi [88].

Attualmente qui si fermano le nostre conoscenze sulla preistoria teatrale di Gioachino. Ancora qualche sparso ricordo venne affidato ai colloqui con Hiller. Ad una sua specifica domanda sulla sua conoscenza del teatro di Paisiello («Haben Sie viele Opern von Paisiello auffùhren gehòrt?»- il compositore potè rispondere: «Sie waren in meiner Jugen-dzeit schon ziemlich von den Bùhnen Italiens verschwunden. Generali, Fioravanti, Paer, vor alien aber Simon Mair waren an der Tagesor-dnung» [89]. Un'altra volta ebbe occasione di raccontargli che in gioventù aveva visto dirigere Weigl, e quindi certo durante il soggiorno di quest'ultimo in Italia nel 1807-1808: «Haben Sie Weigl gekannt? » «Ich habe ihn in frùhester Knabenzeit flùchtig gesehen; en dirigirte damals» [90].

L'ultima apparizione teatrale di Rossini per quel che se ne sa fino ad ora è dunque questa bolognese del 1809 [91], non considerando qui ovviamente (oltre alle prestazioni in accademie private più o meno istituzionali, come ad es. quella bolognese dei concordi- il suo servizio al clavicembalo durante le "prime" delle opere da lui composte dal 1810 in avanti: che è cosa ben nota, e davvero tutt'altra storia


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[1] A. Azevedo, G. Rossini. Sa vie et ses oeuvres, Paris, Heugel 1864, p. 21. Ibid., alle pp. 19-20 questo tema viene sviluppato ampiamente.

[2] Plaudereien mit Rossini, in F. Hiller, Aus dem Tonleben unserer Zeit, II, Leipzig, Hermann Mendelssohn 1868, p. 15

[3] C. Cinelli, Memorie cronistorìche del teatro di Pesaro dall'anno 1637 al 1897, Pesaro, Nobili 1898, ad annum e -. Loschelder, L'infanzia di Gioachino Rossini. Sulle tracce dell'Albarelli. Conferme, lacune, completamenti, «Bollettino del Centro rossiniano di studi», 1972, 2, p. 35.

[4] Hiller, art. cit., pp. 15-16.

[5] Azevedo, op. cit., p. 20.

[6] A. Zanolini, Biografia di Gioachino Rossini, Bologna, Zanichelli 1875, p. 2.

[7] G. Radiciotti, Gioacchino Rossini. Vita documentata. Opere ed influenza su l'arte, I, Tivoli, Majella 1927, p. 13.

[8] Ibid.. v. 14.

[9] Azevedo, op. cit., p. 21.

[10] Loschelder, art. cit., p. 46.

[11] lbid., p. 47.

[12] Tutte notizie desunte dal libretto, stampato a Ferrara nel 1799 dagli eredi di Giuseppe Rinaldi, una copia del quale si conserva a Venezia, Fondazione «G. Cini», ad vocem Cimarosa.

[13] . V. nota n. 8.

[14] Loschelder, art. cit., p. 38.

[15] P. Fabbri, Alla scuola dei Malerbi: altri autografi rossiniani, «Bollettino del Centro rossiniano di studi», 1980, 1-3, p. 12.

[16] Loschelder, art. cit., p. 45: lettera di Francesco Gennari a Gioachino Rossini.

[17] Radiciotti, op. cit., p. 13. L'altra opera presentata in quell'occasione fu // principe spazzacamino: cfr. G. Annibaldi, // teatro di Iesi. Memorie, Iesi, Tramonti-Fazi 1882, che sottolinea l'innovazione di una donna in palcoscenico, ma non fa parola del fatto che questa potesse essere la Rossini.

[18] Anche recenti indagini non hanno prodotto contributi nuovi: cfr. F. Battistelli, Musica e teatro a lesi e Senigallia dal XVI al XX secolo, in Nelle Marche centrali. Territorio, economia, società tra Medioevo e Novecento: l'area esino-misena, Jesi, Cassa di risparmio 1979, pp. 893-894. Ugualmente perplessi lascia la sua presunta partecipazione alla «stagione di quaresima 1799» a Bologna, durata nientemeno che più di cinque mesi, fino a settembre inoltrato (Radiciotti, op. cit., p. 14: v. nota n. 8-.

[19] Radiciotti, op. cit., p. 13.

[20] Azevedo, op. cit., pp. 21-22.

[21] Anche in questo caso ulteriori ricerche negli archivi locali non hanno dato frutto, così come niente più in proposito aveva potuto aggiungere a suo tempo F. Battistelli, L'antico e il nuovo teatro della Fortuna di Fano (1677-1944-. Storia dell'edificio e delle sue vicende artistiche, Fano, Tipografia Sangallo, 1972.

[22] Loschelder, art. cit., p. 52.

[23] Stendhal, Vie de Rossini, a cura di H. Prunières, I, Paris, Champion 1922, p. 137 (cfr. la recente riedizione italiana stampata a Torino, EDT 1983-.

[24] Ibid., p. 58.

[25] Imola, Archivio storico comunale 1801 titolo XXVI (Spettacoli e divertimenti pubblici- rubrica 3a.

[26] Ibid.

[27] A. Negri, II Comune d'Imola dalla costituzione del regno alla fine del secolo XIX: 1859-1900. Notizie storiche e statistiche, Imola, Galeati 1907 p. V. Un'incendio che qualche anno prima aveva distrutto il teatro di Imola aveva obbligato la municipalità locale ad allestire nel palazzo Comunale una sala a palchetti provvisoria.

[28] Imola, Archivio sorico comunale 1802 titolo XXVI (Spettacoli e divertimenti pubblici- rubrica 5a.

[29] Ibid. 1803 titolo XXVI (Spettacoli edivertimenti pubblici- rubrica 5a.

[30] Ibid.

[31] Ibid.

[32] Ibid.

[33] Ibid.

[34] Ibid. 1804 titolo XXVI (Spettacoli e divertimenti pubblici- rubrica 3a.

[35] Ibid. 1803 titolo XXVI (Spettacoli e divertimenti pubblici- n. 13 «Ghellini impres.».

[36] Ibid. 1804 titolo XXVI (Spettacoli e divertimenti pubblici- n. prot. 3020, 7 gennaio 1804

[37] - P. Gironi, Il teatro Comunale di Ravenna nel secolo XIX, Ravenna, Tipo-litografica ravegnana 1902, p. 5. La sua fonte è dichiarata a p. XLV dell'introduzione: «Trovai 137 — varii anni or sono — nell'archivio teatrale uno scartafaccio colle notizie degli spettacoli datisi al teatro comunale di Ravenna dal 1800 in avanti. Fu lavoro questo dei sigg. Angelo Fiorentini e Socrate Morigi, ora defunti, segretari della direzione teatrale». Sono comunque erronee le attribuzioni ivi contenute de L'amor marinaro a Paisiello e di Carolina Sobieschi a Portogallo. Ricerche posteriori non hanno potuto aggiungere nulla, su questo punto, a quanto già pubblicato da Gironi (cfr. G. Ravaldini, Spettacoli nei teatri e in altri luoghi di Ravenna. 1555-1977, Imola, University Press Bologna 1978, p. 48-.

[38] Radiciotti, op. cit., p. 23.

[39] Imola, Archivio storico comunale 1804 titolo XXVI (Spettacoli e divertimenti pubblici- rubrica 3a.

[40] Ibid.: segnalato e parafrasato in R. Gfalli], Gioacchino Rossini cantante a Imola. (Una pagina di cronaca ignorata-, «Il resto del carlino», XLV, 1929, n. 307 (25 dicembre-.

[41] Già segnalata da R. Calamosca, La Romagna di Rossini, «Rassegna musicale Curci», XXII, 1969, 2, p. 19: cfr. anche Fabbri, art. cit, p. 11.

[42] Cfr. P. Fabbri, Presenze rossiniane negli archivi ravennati. Due inediti, un autografo ed altro, «Bollettino del Centro rossiniano di studi», 1978, 1-3, pp. 7-30 e Fabbri, Alla scuola cit., pp. 11.

[43] F. Stieger, Opernlexicon. Komponisten, II, Tutzing, Schneider 1971, 1, p. 93.

[44] Così il libretto (Venezia, Modesto Fenzo 1792-, una copia del quale si conserva a Venezia, Biblioteca nazionale marciana Dramm. 1348.5.

[45] Ibid.

[46] Fabbri, Alla scuola cit., p. 12.

[47] P. Fantuzzi, Cronaca teatrale, ms. a Reggio Emilia, Biblioteca municipale «A. Panizzi», Raccolta drammatica Curti n. 5, pp. 99-100 (segnalato in P. Fabbri, Il melodramma tra metastasiani e romantici, in Teatro a Reggio Emilia. Dalla restaurazione al secondo Novecento, a cura di S. Romagnoli ed E. Garberò, II, Firenze, Sansoni 1980, p. 114-.

[48] E. Piva, Tipi illustrativi in ricordo di Rovigo, ms. a Rovigo, Biblioteca dell'Accademia dei Concordi, Ms. Cons. 140, ce. 33v-34r. Non ne parla però L. Traniello -L. Stocco, // Teatro Sociale, gli altri teatri e l'attività musicale a Rovigo, Rovigo, 1970, p. 140.

[49] Azevedo, op. cit., p. 22: v. nota n. 20.

[50] Fabbri, Presenze cit., pp. 14 e sgg.

[51] Azevedo, op. cit., pp. 25-26.

[52] Ibid., p. 32.

[53] V. nota n. 38.

[54] Cfr. il relativo libretto (Bologna, Sassi [1805]-, una copia del quale si conserva a Bologna, Civico museo bibliografico musicale Lo. 0.920: v. anche Radiciotti, op. cit., p. 23. Nella stessa stagione venne rappresentato anche L'amor marinaro di Weigl (il libretto, edito a Bologna da Sassi si può vedere a Bologna, Civico museo bibliografico musicale 5573-.

[55] [G. Righetti Giorgi], Cenni di una donna già cantante sopra il maestro Rossini, Bologna, 1823, ripubblicato modernamente in: «La cronaca musicale», XX, 1916, 1-2 ed in L. Rognoni, Rossini, Parma, Guanda 1956, pp. 277 e sgg. (il passo riportato si trova a p. 282-.

[56] Azevedo, op. cit., pp. 30-31.

[57] [Righetti Giorgi], op. cit. (e Rognoni, op. cit., p. 283-.

[58] Hiller, art. cit, p. 17.

[59] Fabbri, Alla scuola cit., pp. 10 e 12-13.

[60] Hiller, art. cit., p. 17 (e cfr. Radiciotti, op. cit., p. 23-: ibid., a p. 59, appare un'altra menzione della frequentazione di Babini.

[61] Ibid., p. 13.

[62] [Righetti Giorgi], op. cit. (e Rognoni, op. cit., p. 282-.

[63] F. Vatielli, Rossini a Bologna, «L'Archiginnasio», XII, 1917, 5-6, p. 185.

[64] Stendhal, op. cit., p. 59.

[65] Azevedo, op. cit., pp. 27-28.

[66] Radiciotti, op. cit., p. 24.

[67] Ibid., p. 28. Su Nencini v. P. Fabbri, Le orchestre ravennati, in Orchestre in Emilia-Romagna nell'Ottocento e Novecento, a cura di M. Conati e M. Pavarani, Parma, Oser 1982, p. 426. Stendhal (op. cit., p. 59- assegna al 1807- la conclusione dell'attività di Rossini cantore da chiesa: «Ce ne fut qu'en 1807 que le jeune Rossini cessa de chanter dans les églises».

[68] Hiller, art. cit., p. 13 (v. anche p. 22-.

[69]  Azevedo, op. cit., p. 31.

[70] V. nota n. 38.

[71] Stendhal, op. cit., p. 59.

[72] Cfr. G. Radiciotti, Teatro, musica e musicisti in Sinigaglia. Notizie e documenti, Milano, Ricordi 1893, p. 52, e Battistelli, art. cit.

[73] L. F[errucci], Specialità della patria e per incidenza ancora di quella di Gioacchino Rossini, «Il romagnolo», I, 1869, n. 59 (29 agosto-: cit. in Fabbri, Alla scuola cit., p. 11.

[74] Hiller, art. cit., pp. 45-47 e Zanolini, op. cit., pp. 9-11.

[75] Copia di questo manifesto ([Forlì], Romei e Casali [1806]- si trova a Rimini, Archivio di stato, Archivio storico comunale 1814, Carteggio generale, busta n. 295 titolo XV.

[76] Forlì, Archivio di stato, Archivio storico comunale busta n. 43 (1806-, fascicolo n. 252, n. di protocollo 1944.

[77] Ibid.

[78] Cfr. M. Rossi, Cento anni di storia del teatro di Lugo, la patria di Rossini, Lugo, Ferretti 1916; A. Gennari, // teatro di Ferrara. Cenni storici, Ferrara, Taddei 1883.

[79] G. Malerbi, Gioacchino Rossini. Pagine segrete, Bologna, Pizzi [1921], p. 3: cit. in Fabbri, Alla scuola cit., p. 13.

[80] Ibid., p. 5. V. anche B. P[rateila], Al mio paese, «La vedetta», XI, 1902, n. 397 (13 luglio-.

[81] Recte «cor», per evitare l'ipermetria.

[82] Hiller, art. cit., pp. 13-14.

[83] Copia del manifesto (Faenza, Lodovico Genestri [1807]- conservata a Rimini, Archivio di stato, Archivio storico comunale 1814 Carteggio generale, busta n. 295 titolo XV.

[84] V. nota n. 73. Effettivamente il nome di Buscaroli compare ad esempio al teatro di Fano nel primo decennio dell'Ottocento (Fano, Biblioteca federiciana, Archivio teatrale, titolo XVI-.

[85] V. nota n. 74.

[86] Fabbri, Alla scuola, cit., p. 27

[87] S. Paganelli, Repertorio critico degli spettacoli e delle esecuzioni musicali dal 1765 al 1966, in Due secoli di vita musicale. Storia del teatro Comunale di Bologna, a cura di L. Trezzini, II, Bologna, Alfa 1966, pp. 17-18.

[88] Ibid., p. 17.

[89] Hiller, art. cit., p. 31

[90] Ibid. p.43

[91] Piuttosto dubbio appare quanto affermato in U. Dal Pozzo, Rossini e la Romagna. Un episodio faentino, «Corriere padano», XVI, 1941, 29 marzo: secondo l'articolista, Rossini avrebbe fatto da maestro al cembalo al teatro di Faenza per L'amor marinaro di Weigl nel 1814. Questa notizia comunque non figura confermata in G. Pasolini-Zanelli, // teatro di Faenza dal 1788 al 1888, Faenza, Conti 1888.