Pietro, il nonno comunista

 

Avrò avuto otto anni. Era estate. Stavo trascorrendo i classici tre mesi di vacanza nella casa in affitto di Via Ponza, al Lido di  Latina. Assalita da uno dei miei consueti furori indipendentisti, avevo deciso di andare a fare un giro in bicicletta, nonostante sapessi che stavamo per andare (tutta la famiglia) da qualche parte.

Decidendomi, alla fine, a tornare a casa, scorsi ad una certa distanza una Fiat 850 bianca, alquanto familiare, che si stava muovendo nella mia direzione. Se ne stavano andando senza di me? Mentre mi ponevo questa domanda, un po’ sorpresa e intimorita, ho visto il nonno frenare bruscamente, aprire la portiera, scendere di scatto, venirmi incontro trafelato, afferrarmi per un braccio, trascinarmi dentro l’automobile dandomi una sculacciata decisa e pronunciando secche parole di rimprovero. Accadde tutto in pochi istanti, ma il ricordo è ancora vivido e netto. Non solo avevo assistito per la prima volta ad una scenata di mio padre, ma avevo anche subito per la prima ed ultima volta, credo, una sua punizione corporale. Lacrime di rabbia e mortificazione solcarono le mie guance di bambina e rimasi in silenzio per un tempo indefinito, preoccupata per la mia bicicletta, abbandonata vicino ad un muretto.

 

Il nonno era ancora molto giovane, nel pieno delle sue energie fisiche e mentali, proiettato verso una rapida e prestigiosa carriera politica. Fu eletto deputato quando aveva poco più di trent’anni e già da molto tempo era impegnato in quel Partito Comunista Italiano che negli anni Cinquanta, in una provincia come Latina (ex Littoria, fondata da quel Mussolini che devastò l’Italia per un ventennio con i suoi pruriti illiberali e reazionari), era considerato più pericoloso e scandaloso di una setta satanica.

A passi da gigante bruciò molte tappe, fino ad arrestarsi davanti alle logiche opportunistiche di una macchina elettorale difettosa, ma anche, probabilmente, davanti alla sua stessa indole. Dopo quattro legislature si ritirò in buon ordine, rispettando il volere del Partito, per lasciare spazio ai “giovani”. Aveva ottenuto importanti risultati, era riuscito a strappare ai “fascisti” il seggio di Latina, da sempre in mano alla destra; aveva creato solide relazioni diplomatiche con i vertici delle Forze Armate e dei Servizi Segreti, riuscendo ad aprire “portoni”, fino allora inavvicinabili ai “pericolosi sovversivi comunisti”, per fare entrare ventate di modernità e progresso. Era diventato un esperto, nel vero senso della parola, delle questioni militari, del mondo un po’ ostico e ostile fatto di soldati, carri armati e stellette e, soprattutto, aveva conquistato la fiducia, il rispetto e la stima degli avversari.

Nonostante tutto questo il Partito decise di metterlo da parte e lui si fece da parte, proprio per quella sua innata predisposizione a non entrare mai in conflitto, ad aggirare ostacoli e difficoltà, a prendere altre direzioni, magari più lunghe e impervie, rispetto a quella semplice e lineare che lo porterebbe ad uno scontro diretto, a volte anche molto doloroso.

Forse si fece da parte anche perché avrebbe dovuto compiere altre scelte, scendere ad ulteriori compromessi, rinunciare sostanzialmente a quella autonomia di pensiero ed azione che hanno da sempre caratterizzato la sua esistenza, pur nei limiti della disciplina e del rispetto delle regole.

Del resto, per “giocare” in politica e riuscire a non perdere mai o a limitare i danni di inevitabili sconfitte, si deve essere guizzanti come anguille, flessibili come canne al vento, sufficientemente gommosi per rimbalzare sugli spigoli di avversità ed imprevisti, abbondantemente sicuri di sè per non lasciarsi fuorviare dalle opinioni e rivendicazioni altrui.

Queste “doti”, accompagnate da una intelligenza elevata e sofisticata, da una pregevole capacità di analisi dei contesti e dei problemi e da una pronta individuazione delle soluzioni, gli hanno consentito di restare, ancora oggi all’età di 76 anni, in sella alle sue giornate, protagonista del proprio tempo, al riparo da quelle battute di arresto che l’anzianità riserva a gran parte degli uomini e donne.

 

Quando ero una bambina provavo un forte desiderio di emulare i suoi gesti. Lo vedevo sempre impegnato a scrivere e leggere, immerso in nuvole di fumo di sigaretta, giornali e libri. Prima ancora di imparare i rudimenti della scrittura, avevo già riprodotto “l’ufficio”, che consisteva in una vecchia scatola di scarpe piena di buste e fogli di carta accuratamente scarabocchiati e archiviati. Anche io avevo il mio da fare.

Mentre il nonno lavorava, ascoltava sempre musica classica, come fa ancora oggi del resto. Anche in questo è riuscito, senza volere, a lasciare segni indelebili sulla lavagna nera che era la mia mente di bambina. Con il concerto n. 1  per pianoforte ed orchestra e la sinfonia “Patetica” di Tchaikowsky  sono stata introdotta nel mondo fantastico e misterioso della musica, dal quale non sono più uscita. Ho imparato a suonare, con successo, il pianoforte nonostante la mia iniziale indifferenza e spiccata predilezione per le partite di pallone con gli amici del palazzo; ho cominciato a frequentare le sale di musica, assistendo alle prove generali dell’orchestra e agli appuntamenti ufficiali delle stagioni sinfoniche di Santa Cecilia, storico tempio della musica classica romana.

Oggi, nonostante il nuovo Auditorium e la molteplice offerta di eventi musicali che quasi quotidianamente solletica i miei desideri, non riesco a fare molto di più che accendere l’impianto hi-fi di casa e ascoltare insieme a te, spalmato in braccio, qualche bel disco.

 

Non ho mai sentito il nonno pronunciare discorsi inquisitori o didattici, e di questo gliene sono grata, ma allo stesso tempo sono mancate favole, confidenze, racconti della sua vita.

Ciò non mi ha impedito, nonostante i sentimenti contrastanti che ancora oggi mi accompagnano, di acquisire alcuni indispensabili strumenti per interpretare quello che, istante dopo istante, ci scorre tra le mani. Attraverso l’esempio che il nonno (e la nonna) hanno sempre fornito, anche se involontariamente, anche senza pensare di stare educando una figlia, ho imparato a distinguere tra lealtà e inganno, impegno e negligenza, solidarietà e cinismo, generosità e avarizia, altruismo e opportunismo, sincerità e menzogna, arroganza e umiltà.

 

Tanto brillante, vulcanico, appassionato, affabulatore nella vita pubblica, quanto silenzioso, pigro, egoista, disinteressato nella vita privata. Tanto progressista, illuminato, lungimirante, innovatore come politico, quanto conservatore e tradizionalista come uomo. Tanto curioso e attratto dalle grandi tematiche dell’esistenza, dalla fisica alla filosofia, quanto superficiale e indifferente alle più diffuse manifestazioni della cultura e dell’arte. Sempre pronto ad imbarcarsi in nuovi viaggi della mente, quanto restio se non ostile ad intraprendere viaggi fisici verso il resto del mondo, verso popoli e culture differenti, verso luoghi e storie altrui.

Queste, in estrema sintesi, le grandi contraddizioni del nonno. Ma quale essere umano ne è privo? Contraddizioni che, apparentemente, non ha mai provato a dirimere, delle quali non sembra soffrire. Ma forse proprio la scelta di non opporsi a tale ineluttabile realtà, ha garantito che la sua vita si riempisse di una discreta quantità di successi e gratificazioni.

La nonna lo difende e lo giustifica, riservando solo a se stessa la prerogativa di criticarlo. Il nonno non è capace di esprimere i propri sentimenti, lei sostiene, in realtà tutto il suo centro di interesse è la famiglia.  Ma a quale famiglia si riferisce, quando il nonno non riesce a ricordarsi di un compleanno o di un anniversario, è incapace di andare a cercare ed acquistare un regalo, di rinunciare ad un impegno di lavoro per una questione familiare?

 

Sono veramente rari i ricordi che lo sorprendono a giocare con me, bambina. Molto nette, invece, restano le immagini di lunghe domeniche spese in giro per i Monti Lepini ad ascoltare i suoi incomprensibili e quindi noiosissimi comizi elettorali, in mezzo a moltitudini grossolane, puzzolenti e malvestite.

Poi sono arrivate le corse all’ospedale, poiché il nonno, ignorando anche i segnali di allarme del suo corpo, si è consumato in fretta e a circa 60 anni, tra la vita e la morte, ha subito la prima operazione d’urgenza per l’inserimento di quattro by-pass alle coronarie. Lo spavento è stato notevole, anche perché tutto accadde all’improvviso. La lunga convalescenza e le molteplici raccomandazioni dei medici, però, non sono valse a nulla. Passata la paura, sono tornate giornate frenetiche, controlli latitanti, attività fisica sporadica, dieta alimentare sregolata. Le corse all’ospedale e gli interventi di urgenza, quindi, si sono ripetuti negli anni, ed ogni volta moglie, figlie e generi sono corsi al suo capezzale, ma lui, opponendo un ostinato rifiuto alla patologia ormai evidente, ha mantenuto più o meno costanti ritmi e stili di vita.

 

Per rendere onore alla verità, è dalla tua nascita che qualcosa sembra essere cambiato anche nella psicologia del nonno, non so se per pura coincidenza o per l’ennesimo effetto benefico scatenato dalla tua presenza. Dopo l’ultima coronografia intervenuta proprio quando tu eri nella mia pancia, ha cominciato a rispettare con maggiore attenzione le cure e le prescrizioni, soprattutto alimentari.

Si è sottoposto abbastanza regolarmente ai controlli ed alle analisi periodiche e ne è uscito un quadro clinico stazionario ma non in rapido peggioramento. Voglio credere che almeno tu sia riuscito a provocare un certo scombussolamento nelle sue granitiche abitudini e certezze.¨

 

Dopo una iniziale sbalordita e intimorita osservazione della tua esistenza, quando restava a guardarti in silenzio per interi minuti, cercando di decifrare i tuoi, peraltro incomprensibili, segnali di neonato urlante o dormiente, ha cominciato a prendere confidenza e familiarità, incoraggiato anche dalle tue positive reazioni alla sua presenza. Ormai siete diventati grandi amici, tu lo chiami nonno e gli sorridi appena lo vedi, lui ti ricambia abbondantemente, si prodiga in intrattenimenti e spiegazioni varie, riesce addirittura ad inventarsi giochetti e scherzetti per farti mangiare o distoglierti da qualche insulso capriccio. Una vera rivelazione.