Ortenzio e Alfia, i nonni marchigiani

 

Con un padre nato ad Ancona era molto probabile che tu avessi dei nonni marchigiani. Loro vivono a Falconara Marittima, a trecento chilometri da Roma, ma vanno frequentemente in trasferta ad Urbino, città natale di Ortenzio, nella vecchia casa di campagna rimessa a nuovo, che un tempo era stata abitata dalla sua famiglia. 

Rivendicano con orgoglio e determinazione le loro origini, dimenticandosi, a volte, che Urbino e le Marche fanno parte di una grande e variegata nazione, che Roma è pur sempre la capitale d’Italia e che in fatto di storia, arte e tesori culturali non ha nulla da invidiare a nessun altro luogo al mondo, forse nemmeno ad Urbino. Ma ormai quella frase “noi di Urbino..” è diventata oggetto di scherzo e di ironia.

 

Il nonno Ortenzio si fa chiamare professore, avendo insegnato italiano in un istituto tecnico professionale; ma non lo si può proprio definire un intellettuale. Preferisce di gran lunga andare per boschi alla ricerca di funghi ed asparagi, impugnare il fucile da caccia per eliminare qualche povero uccello sfortunato, solcare i flutti dell’Adriatico con la sua piccola barca per provare a catturare qualche pesce malcapitato, piuttosto che restare seduto in poltrona a leggere e “riflettere”.

Eppure, in occasione della tua nascita, si è trasformato in poeta, dedicandoti un’intera raccolta di poesie, giunta ormai alla seconda ristampa, riscuotendo un inaspettato quanto gradito successo di pubblico e di critica. E le sue doti artistiche non si esauriscono nella poesia, abbracciando anche il disegno e la pittura. Peccato che non abbia mai dedicato più di qualche istante, mosso dall’impulso del momento, a queste forme espressive per le quali manifesta una indubbia predisposizione.

Vive in uno stato di perenne agitazione, innanzitutto fisica, non riuscendo a stare fermo più di qualche minuto, sempre impegnato ad andare avanti e indietro, salire e scendere; in secondo luogo psicologica, passando assai repentinamente da una allegra e fibrillante euforia ad una catastrofica e drammatica depressione, a seconda degli eventi che lo sorprendono di volta in volta.

Una delle sue passioni è il cibo, dedicandosi con impegno e fantasia alla sua preparazione ed, ovviamente, al suo consumo. In entrambi i casi i risultati sono ottimi e soddisfacenti per i nostri come per il suo palato.

 

Per fortuna che la nonna Alfia è di tutt’altra fattura, a cominciare dalla sua predilezione per la quiete e il riposo. Riesce a dormire  a lungo e profondamente, aiutata anche da una leggera sordità che la mette al riparo da rumori e richiami molesti. Non si scompone più di tanto di fronte alle intemperie della vita, rispondendo con serafica immobilità e silenzio alle inevitabili sollecitazioni quotidiane.

Anche la nonna ha insegnato italiano, in una scuola media. Anche lei in pensione, trascorre le sue giornate facendo lunghe passeggiate sulla spiaggia di Falconara, frequentando sporadicamente qualche corso di spagnolo, dedicandosi volentieri a gite fuori porta in compagnia di vecchie amiche

Lascia fare tutto a Ortenzio, a patto che lui esegua alla lettera le sue indicazioni e fino ad ora non mi sono mai accorta di un qualche tentativo di ribellione da parte del nonno, ben lieto di prodigarsi e di affannarsi per la sua  amata  “Alfina”.

 

In questo il nonno è supportato dall’insostituibile “zio Cesare”, anziano cugino di Alfia. Nonostante i suoi 78 anni, Cesare è arzillo e multiruolo, la vera colonna portante della famiglia, occupandosi di tutte le faccende domestiche, agricole ed animali di casa Filippetti. Cesare, infatti, si dedica alla coltivazione degli “orti” di famiglia, ricavando discrete quantità di pomodori, zucchine, insalata, olive e molto altro. Cesare si dedica, inoltre, alla cura delle amate “bestioline, gli inseparabili cani da caccia che, per la verità, si sono ridotti ad uno solo, per la recente scomparsa del cocker più anziano che non è stato ancora rimpiazzato. Cesare, infine, si dedica volentieri anche alla attività culinaria, proponendo alcuni piatti deliziosi come il famoso “coniglio in padella”, che apprezzo particolarmente.

 

Se fino ad un anno e mezzo fa venire a Roma rappresentava per i nonni un viaggio insopportabile, lungo e difficoltoso, dopo la tua nascita la planetaria distanza che li separava dal figlio, si è trasformata in una piacevole passeggiata per raggiungere il nipotino. Ormai quasi una volta al mese sono in città, insieme o singolarmente, per vederti, abbracciarti, portarti qualche nuovo regalo, ascoltare i tuoi suoni e le tue prime parole, controllare i tuoi primi passi, riempirsi gli occhi della tua inarrestabile vitalità.

Roma non è più quel luogo ostile, estraneo, caotico, rumoroso e pericoloso rispetto alla placida e rassicurante quiete della piccola provincia marinara o della campagna urbinate.

Da quando, poi, il nonno ha montato sulla sua Land Rover il cosiddetto “navigatore satellitare”, un piccolo computer di bordo che dopo aver ricevuto l’indirizzo da raggiungere ti indica passo dopo passo la strada da seguire, qualunque trasferimento non è più fonte di indicibile stress e tensione, considerato lo scarsissimo senso di orientamento di cui sono dotati tutti i Filippetti, a dire la verità.

Così sono state evitate le inutili peregrinazioni in senso opposto alla meta finale (la nostra casa) che portarono i nonni a circa cinquanta chilometri di distanza dalla direzione giusta prima che se ne rendessero conto, o ad imboccare contro mano (in quel caso rischiando veramente la vita) la Cristoforo Colombo, strada di scorrimento a quattro corsie.