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Angela, la nonna sempre disponibile
Ormai rassegnata ad avere un solo nipote, per di più grande e fidanzato, aveva anche smesso di raccontarmi i suoi numerosi sogni su neonati bisognosi di cure e attenzioni. A parte questi messaggi subliminali sul desiderio di vedermi madre e, quindi, di ritrovarsi nonna ancora una volta, non ricordo di aver mai ricevuto da parte sua una domanda del tipo “ma quando ti decidi a fare un figlio?”. Ho fatto trascorrere anni prima di capire che questo suo non formulare domande dirette e inequivocabili su argomenti “personali” non era dovuto a indifferenza e insensibilità, ma soltanto ad un estremo senso del pudore e ad una sorta di incapacità di esprimere con le parole quel mondo interiore denso di emozioni e sentimenti che la riempie e la fa trepidare per tutti coloro che ama, per tutto quello che la circonda e le accade. I suoi strumenti privilegiati di comunicazione non sono discorsi analitici e complessi, ma comportamenti, i mille gesti di amore che compie ogni giorno, la sua generosità illimitata che spesso rasenta l’eccesso, la sua disponibilità assoluta che a volte le si ritorce contro, perché spesso viene sopraffatta dall’opportunismo e dall’egoismo di molti.
A tale riservatezza non corrisponde, peraltro, una persona silenziosa e scontrosa. Se si tratta di raccontare un qualsiasi accadimento del presente appena trascorso come del passato più remoto, la nonna diventa una abile e accattivante narratrice, con abbondanza di descrizioni, imitazioni di voci e gestualità, trasformando un evento magari insignificante e banale in una vera e propria esperienza che si rimpiange di non aver vissuto in prima persona. E’ attraverso i suoi molteplici e dettagliati racconti che ho appreso della sua infanzia funestata dalla guerra; della sua adolescenza duramente strattonata dalle esigenze di trovare un lavoro per aiutare la famiglia e abbandonare gli studi che le avrebbero, al contrario, garantito molte soddisfazioni; della sua giovinezza, da subito ingabbiata nel ruolo di moglie e madre. Ma la nonna non sembra provare rimpianti, per lo meno non li manifesta esplicitamente. Dice di aver trovato le sue soddisfazioni in quello che ha vissuto e continua a vivere.
Ma forse un po’ triste e insoddisfatta lo era quando, a 71 anni inoltrati, è stata sorpresa dalla tua improvvisa comparsa mentre stava pericolosamente precipitando giù per l’altro versante dell’esistenza, quello da cui si intravede la fine, ossessionata dall’incuria e dall’irresponsabilità del nonno, insidiata dai malesseri del proprio corpo e dell’anima, maltrattata da lunghe giornate di solitudine senza alcuno scopo se non quello di occuparsi delle solite faccende di ordinaria amministrazione. Non riusciva più a trovare motivi di gioia ed entusiasmo nella propria vita né in quella delle figlie, ormai adulte e autonome. L’unico nipote, al quale aveva dedicato anni di impegno ed amore, era cresciuto e nemmeno lui aveva più bisogno di lei. Soltanto un evento miracoloso ed inaspettato, dunque, avrebbe potuto squarciare quel velo grigio che aveva avvolto i suoi occhi, soffocato i suoi entusiasmi, irrigidito i suoi sorrisi; avrebbe potuto riaccenderle il volto e cancellare in un solo istante tutte le tracce di preoccupazione, insoddisfazione e malinconia. La tua nascita ha scatenato una reazione a catena di indubbio effetto benefico, molto più efficace che qualsiasi medicina, seduta psicoanalitica o viaggio ristoratore. Dai discorsi della nonna sono (quasi) sparite, d’incanto, le insopportabili lamentazioni nei confronti del nonno, accusato di volta in volta di superficialità ed incoscienza, incapacità e inettitudine, così come le denunce di dolori alle ossa, disturbi intestinali o crampi alla schiena. E non perché siano scomparse le ragioni di tali lamentazioni, ma semplicemente perché tutte le attenzioni emotive e razionali si sono provvidenzialmente concentrate su di te. Tu sei diventato il suo scopo di vita, tu le hai regalato una vecchiaia gioiosa e intensa, tu sei diventato il suo compagno di giochi, la sua fonte di amore e tenerezza, la sua ragione per non lasciare troppo spazio alla malinconia, alla triste consapevolezza che il tempo sta scadendo.
In un’altra occasione ho assistito ad una analoga, anche se di minore intensità, esplosione di attiva ed emozionata partecipazione. Mi riferisco al mio matrimonio ed, ovviamente, a tutta la fase preparatoria. Anche in quel caso si era trattato di una notizia improvvisa ed inaspettata, sempre per la nota consuetudine familiare di non parlare mai di “affari personali” come un matrimonio o una maternità. Ricordo perfettamente l’impatto che ebbe su tutta la famiglia la notizia della nostra decisione di sposarci. Eravamo seduti sotto il piccolo patio di Borgo Monte Nero, all’inizio dell’estate 1998. Con il mio modo semplice e diretto, un po’ sbrigativo, ho buttato in mezzo alla rilassata atmosfera del dopo pranzo, l’informazione che io e Marcello avevamo deciso di sposarci, presumibilmente entro la fine dell’anno. Dopo qualche istante di incredulo silenzio, la zia ha cercato di attirare l’attenzione di Mario (suo marito), sprofondato nel consueto sonno comatoso post-pasto; la nonna, indaffarata a sparecchiare la tavola, si è fermata e si è messa a sedere sorridente; il nonno, anche lui semiaddormentato su una sedia, si è improvvisamente sollevato e ha cominciato a gironzolare alla ricerca di qualche briciola da ingurgitare, cercando di ingannare il tempo e l’emozione che aveva appena provato. Insomma, una piccola scossa aveva attraversato le menti ed i cuori di coloro che non avrebbero scommesso una lira (ancora non esisteva l’euro) sul mio futuro di moglie, figuriamoci su quello di madre. Da quel momento e fino al nostro rientro dal viaggio di nozze, la nonna ha avviato tutte le procedure di organizzazione, supporto logistico, consulenza psicologica, assistenza diplomatica. Il migliore risultato della sua incessante attività è stato portarmi in un “atelier” di uno stilista gay per scegliere l’abito da sposa, nonostante la mia “ferrea” determinazione ad acquistare, in un qualsiasi negozio di abbigliamento, un completo giacca-pantaloni, magari rosso.
Va tutto bene con la nonna fino a quando non decidi, improvvidamente, di imboccare una strada diversa da quella che lei aveva immaginato per te. Non appena si accorge dell’imminente pericolo di una qualche deviazione dal suo percorso ideale, accende tutte le armi di deterrenza di cui dispone. Non scenate, urla o lacrime, ma soltanto una implicita disapprovazione manifestata attraverso gesti, espressioni del volto, toni della voce. Il culmine della sua strategia di offesa è costituito da una ripetizione esasperante di ciò che pensa e che, ovviamente, non corrisponde affatto a quello che hai deciso di fare o già stai facendo. Succedeva così quando io, bambina vivace e impaziente di correre in giardino a giocare con gli altri, mi ritrovavo relegata in casa ad implorarla di farmi uscire. Fuori c’era il sole, faceva caldo, non avrei assolutamente corso e sudato…ma a nulla servivano le mie promesse e le mie lacrime disperate. Lei continuava a stirare imperterrita, silenziosa, dopo avermi ripetuto con voce calma e inequivocabile che se avessi sudato un’altra volta mi sarebbe tornata la febbre e sarei rimasta a letto per un’altra settimana. Quindi di scendere in giardino neanche a parlarne. Probabilmente aveva ragione, visto che ho trascorso molti mesi della mia infanzia assalita da continue tonsilliti, bronchiti e otiti, ma in quei frangenti ero in grado di comprendere soltanto quel terribile senso di solitudine che mi stritolava il cuore, costretta a rimanere in casa mentre fuori c’era un intero mondo che stava vivendo e correndo via, senza di me. E’ successo così quando stavo partendo per le vacanze con il mio primo fidanzato. Avevo vent’anni passati, ma mi sono sentita colpevole di azioni irripetibili dopo averle scorto negli occhi uno sguardo estraneo e ascoltato parole semplici come “stai attenta”, ma pronunciate con un tono assoluto, denso di inequivocabili sottintesi. E’ successo così anche quando ho deciso di andare a vivere da sola, nella mia piccola casa di Via Lidia, acquistata peraltro grazie al suo (e del nonno) aiuto finanziario. Avevo sempre desiderato conquistare indipendenza ed autonomia dalla famiglia; il giorno in cui stavo per traslocare nella nuova vita da single, ero euforica ed eccitata. Ma sono stata accompagnata da un’ondata di ghiaccio che in pochi istanti ha raffreddato tutto il mio entusiasmo, facendomi sentire colpevole, ancora una volta. La nonna non aveva capito perché avessi voluto andarmene, pertanto non aveva potuto fare altro che colpevolizzarmi, lasciandomi uscire di casa senza neanche aiutarmi a portare quel poco bagaglio che avevo accumulato in 27 anni di esistenza.
Tanto organizzata, precisa, determinata, testarda, quanto fragile, vulnerabile, facile preda di ansie e preoccupazioni. Ha sempre reagito con eccesso agli imprevisti, soprattutto se negativi, anche se con il passare degli anni e l’avanzare della maturità è riuscita a conquistare un nuovo approccio alla vita, più distaccato e consapevole dell’ineluttabilità di alcuni eventi. E’ rimasta nella storia di famiglia una Pasqua di circa trenta anni fa, quando stavamo partendo per Borgo Monte Nero, dove avremmo trascorso qualche giorno di vacanza. Il nonno, impaziente come sempre ed incapace di fare altro, aveva deciso di andare a comprare i giornali, nella attesa che il resto della famiglia fosse pronto per partire. Dopo un tempo imprecisato sentimmo suonare il citofono, era il nonno che voleva risalire. Noi eravamo pronte, le serrande erano tutte abbassate, stavamo ormai sulla porta, quando ci ritrovammo di fronte un volto pallido che con voce affannata cominciò a spiegare…mentre stava acquistando i famosi giornali, questione di pochi secondi, qualcuno era salito sulla nostra Alfa Sud (lasciata con il motore acceso) e se ne era andato in un baleno, portandosi via non solo la nostra unica automobile, ma anche tutto il bagaglio stipato nel baule posteriore, compresi quei famosi “tesori” che seguivano la famiglia in caso di lunghe assenze da casa. Ho ancora davanti agli occhi l’immagine della nonna accasciata sul divano del salotto, al buio (per via delle serrande già chiuse), quasi tramortita dalla notizia e incapace di dire o fare alcunché. Seguirono momenti trafelati e paradossali. La zia chiamò subito Mario (erano da poco fidanzati) che a bordo della sua “500” corse (si fa per dire) in nostro aiuto. Dopo le scenate della nonna, alternate a momenti di assoluta disperazione, ricevemmo la telefonata di uno sconosciuto che aveva trovato per strada i documenti del nonno e la sua tessera del PCI. Fortuna volle che anche lo sconosciuto fosse un “compagno” e quindi, in nome della solidarietà di partito, non esitò un istante a rintracciare il nostro numero telefonico. Da lì a poco, a bordo della mitica “500”, andammo a pattugliare la zona dove “l’onesto compagno” aveva trovato le tracce del nonno e…miracolo… la nostra Alfa Sud ci apparve tranquillamente parcheggiata e intatta. Alla fine della mattinata, con qualche ora di ritardo rispetto alle intenzioni originarie, il nonno era di nuovo alla guida della sua Alfa Sud, diretto a Borgo Monte Nero per trascorrere qualche giorno di meritato riposo con la sua deliziosa famigliola!
Accorgersi della fragilità e della vulnerabilità della propria madre è un’esperienza particolare che lascia impressa nella memoria una sensazione di assoluta disperazione ed impotenza. Ti rendi conto che lei, in quel momento, non è più in grado di proteggerti; il velo invisibile che ti avvolge e ti ripara dalle avversità del vivere si lacera improvvisamente e dall’altra parte scopri di essere da sola di fronte ad una folla estranea e minacciosa. Così mi sono sentita quando ho assistito, attaccata alla sua mano, allo scippo della borsa, proprio a pochi metri dal nostro palazzo. Ero una bambina, quindi ho provato esattamente quella sensazione appena descritta nel vedere la nonna completamente sconvolta, scoppiare in lacrime e gridare qualcosa ad una automobile bianca che stava correndo via con i nostri soldi, documenti e chiavi di casa. Poi con il passare degli anni la disperazione e il terrore della bambina si sono trasformati nella tristezza e nella rabbia dell’adolescente per vedere la propria madre soffrire e subire qualche ingiustizia, fino alla completa inversione dei ruoli, quando ormai non posso più permettermi di sentirmi figlia, essendo io stessa diventata una madre.
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