Il tuo nome

 

Riccardo, ti chiameremo Riccardo, come quel Riccardo I re d’Inghilterra, soprannominato “cuor di leone” per il suo coraggio e il suo valore guerriero. Come mio nonno materno, scomparso nel 1968 a soli 64 anni, stroncato da un tumore. Come tanti amici e conoscenti che hanno incrociato la nostra esistenza.

La scelta è stata laboriosa, fra i vari Filippo, Michele, Giorgio, Federico, Vincenzo; pensavamo di aver individuato un nome poco utilizzato, ma siano stati immediatamente smentiti, scoprendo che di questi tempi Riccardo è fra i nomi di tendenza.

Leggendo sull’immancabile “libro dei nomi”, coloro che si chiamano Riccardo dovrebbero essere valorosi, sicuri di sé, intelligenti, ambiziosi, fiduciosi di conquistare il successo, imperiosi ma anche gioviali, senza timore degli ostacoli e delle avversità.

Ma come diventerai tu, ovviamente, non avrà nulla a che vedere con il nome né, tanto meno, con il tuo segno zodiacale.

Del nonno Riccardo, morto quando avevo appena sette anni, sono riuscita a conservare qualche ricordo, ed oggi con la mente adulta e gli occhi addestrati dal tempo, riesco a ricostruire un profilo del suo carattere. Era imperioso e burbero, ma anche tenero e allegro. Ogni volta che mi vedeva, mi sorrideva e mi abbracciava, era sempre pronto a giocare con me, aveva mille attenzioni. Era coraggioso e spavaldo, ma di questo non ho assunto una diretta esperienza. Soltanto attraverso i racconti di mia madre sono riuscita a cogliere questi tratti del suo carattere. Durante il fascismo, lui socialista convinto, sfidava il regime attraversando in bicicletta le piazze di Latina durante le parate, rifiutando la tessera del fascio, non esitando a lasciare il lavoro pur avendo moglie e quattro figli da mantenere. Mia madre sostiene che non gli è mai accaduto niente di male perché il padre, fascista e integrato nel sistema, fece in modo di tutelarlo dalle rappresaglie e dalle repressioni.

E’ morto stroncato da un tumore, ma non ricordo affatto sul suo volto i segni della malattia e della sofferenza, anche se ai tempi in cui facevamo interminabili partite a rubamazzo (indovina un po’ chi vinceva?) lui era già arrivato alla fine. Per me c’era sempre un sorriso, una carezza, un gioco.

Ad un certo punto non l’ho più visto, ma ancora incapace di interpretare la presenza o l’assenza di qualcuno come qualcosa di conseguente ad un evento, non ho compreso il perché della sua scomparsa. Ricordo però che un giorno, vedendo rientrare a casa mia madre e mia nonna, mi accorsi di qualcosa di strano nei loro occhi, nei loro gesti. Erano appena tornate dal funerale e dopo molti anni collegai quella sensazione nitida con quanto era effettivamente accaduto.