Parte seconda: nascita

 

Quanto al futuro, ciò che conta non è prevederlo, ma assicurare che ci sia.

 (Antoine de Saint-Exupéry)

 

 

Sei nato

 

Nel silenzio assordante della sala parto, dove giaccio distesa ed immobilizzata sul lettino operatorio, legata come un salame, in grado di muovere soltanto la testa e di far funzionare il cervello, risuona improvviso un vagito, chiaro, forte, deciso.

Sei nato Riccardo, sono le 15.10 del 19 maggio 2003.

L’anestesista, alle mie spalle, ha, infatti, scandito a voce alta l’ora, porgendomi subito dopo gli auguri del caso. Altre voci si sono associate, mentre i miei occhi si sono riempiti di lacrime silenziose che, incuranti di essere viste e giudicate, hanno bagnato, sempre più copiose, le mie guance.

Marcello è vicino a me, mi accarezza la testa, mi asciuga il volto, mi sussurra parole che non ricordo, non ti abbiamo ancora visto ma continuiamo a sentirti e questo già ci è sufficiente per provare un profondo sollievo. Poi un uomo, il neonatologo, si avvicina con un fagotto tra le braccia, spunta il tuo viso e i tuoi occhi, per un istante, incontrano i miei, ci siamo guardati, ci siamo incontrati per la prima volta. Quindi sei stato risucchiato dalle pratiche di ingresso in questo mondo: lavaggio, misurazioni varie, controlli, fino ad approdare al nido, collocato in un microlettino, numerato e registrato, davanti alla vetrata che ti separa dai tuoi parenti più prossimi, i nonni, la zia.

Io sono rimasta in sala operatoria, non hai fatto in tempo ad uscire che già hai preso la tua strada! Mentre gli assistenti continuano ad armeggiare con il mio corpo, alle prese con punti e suture, le lacrime scendono copiose e inarrestabili, mentre la mia mente ripercorre le ultime ore, così intense ed affollate di eventi.

Tutto ha avuto inizio alle 6.30 del mattino, quando ancora dormiente sono stata risvegliata da una puntura sul braccio. L’infermiera china su di me sta sussurrando che sta prelevando il sangue per gli ultimi controlli. Poi è un via vai continuo, mi misurano la pressione, mi fanno l’elettrocardiogramma, mi ascoltano la pancia con una ridicola cornetta, mi fanno un clistere.

Io mantengo un comportamento disinvolto, cerco di leggere un libro e ascolto musica indiana, Marcello addirittura cerca di studiare l’ennesimo articolo. Non parliamo molto, ognuno si vive la propria ansia in silenzio; ci basta essere vicini, ascoltare la presenza dell’altro, guardarci di tanto in tanto. Il tempo scorre senza fretta ed io comincio a provare impazienza, vorrei già essere al dopo, vorrei che il muro che mi separa da te fosse già abbattuto.

All’improvviso risuona nella stanza la voce dell’infermiera “ci siamo, signora, si prepari, indossi questo camice, prenda un documento e le mutande a rete e l’assorbente..”. Tutto precipita in un istante, come sempre. Dopo una lunga attesa il passaggio all’azione è talmente rapido che non si ha il tempo di comprendere.

E’ buffa la prospettiva che si ha del mondo sdraiati su un letto in movimento. Entri subito in contatto con gli occhi di chi è in piedi e si affaccia sul tuo viso alla ricerca di uno sguardo, di un sorriso, per sussurrarti una parola o semplicemente per osservarti andar via in silenzio.

Mentre il mio letto era spinto lungo il corridoio affollato in direzione della sala parto, mi sono sentita irrimediabilmente sola. Il tempo dell’attesa stava scadendo, di lì a poco ti avrebbero tirato fuori e ho provato un brivido intenso, una forte emozione, la certezza di essere ormai oltre quella linea invisibile da cui non si può più tornare indietro, dove non si può fare altro che andare avanti, anche se la paura improvvisa, per un istante, ti fa desiderare di fermare tutto.

Il mio letto è “parcheggiato” in una stanza vuota, mi giungono i lamenti di una donna in pieno travaglio, subito dopo il vagito di un neonato, entrano ed escono infermieri indaffarati che mi lanciano sguardi silenziosi e interrogativi. Sto aspettando l’anestesista, io non avrei sofferto i dolori delle doglie, saresti uscito direttamente dalla pancia, dopo un taglio netto, infatti, la tua posizione “obliqua” non avrebbe consentito un parto naturale. Il tuo cuore continua a battere forte e veloce, sei in ottima forma, mi dicono, tutto procede per il meglio. Cominciano a bucarmi, prima la mano per inserire la flebo, poi la schiena per iniettarmi il liquido dell’epidurale.

Ora è solo questione di tempo, si deve aspettare che l’anestesia faccia il suo corso, tra poco non sentirò più nulla, le gambe scompariranno dalla mia portata cerebrale, non riuscirò più ad inviare i messaggi di movimento.

Una sensazione orribile, quella di vedere le mie gambe sballottate e manipolate senza accorgermi di nulla. Ho finalmente capito cosa provano coloro che rimangono paralizzati, che non hanno più alcun potere sul proprio corpo.