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Sono incinta
Ma quali cicogne e cavolfiori, ormai i bambini arrivano con le barrette colorate dentro una scatolina che si acquista in farmacia. Con l’evoluzione della scienza e della medicina, sono andate in pensione le immagini un po’ fiabesche di uccelli e campi di ortaggi; oggi il primo segnale di una “nuova vita” lo si trova dentro un contenitore di plastica. Se la barretta colorata compare nell’apposita finestrella, dopo averla bagnata con qualche goccia della propria urina, vuol dire “congratulazioni, sei entrata in gravidanza!” Se, invece, la finestrella resta vuota, vuol dire “peccato, riprova, sarai più fortunata”. Ovviamente il significato cambia completamente in virtù del livello di consapevolezza di chi fa il test (in altre parole, la fatidica barretta può apparire come una sciagura se di figli non se ne volevano affatto). E’ così, dunque, che un’aspirante mamma fa la prima conoscenza con il suo futuro figlio: nel bagno di casa, accartocciata sul water con una mano un po’ umida di pipì. Dopo aver metabolizzato la sorpresa e scacciato quel lieve brivido di panico, dopo essersi ripetuta in silenzio due o tre volte “sono incinta”, la futura mamma esce dal bagno alla ricerca del padre (ancora ignaro), sventolando la prova inconfutabile del loro futuro di genitori. Lui, reagisce con euforia, saltellando e ridendo, ripetendo più volte “sei incinta”. Poi si placa l’entusiasmo e subentra la ragione. “E adesso che facciamo – si chiedono un po’ spaventati i genitori – forse il test non è preciso… magari non è vero niente….sì può darsi, ma le mestruazioni non vengono da una settimana…domani vado a farmi le analisi del sangue per verificare l’ormone della gravidanza, con quello non ci si può sbagliare….”.
Istanti di trepidazione quelli che mi hanno attraversato il cuore nel tragitto dall’automobile parcheggiata in seconda fila all’ingresso del laboratorio d’analisi, dove dopo pochi minuti avrei avuto tra le mani la conferma della mia nuova gravidanza o l’ennesima smentita. Ero sicura di sì, ma temevo il no, soprattutto per l’effetto devastante sul mio sistema nervoso, per l’ennesimo sforzo emotivo al quale sarei andata incontro, per il dover riprogrammare il cervello, nella speranza di influenzare anche il cuore. Finalmente mi hanno consegnato la cartella e stringendola tra le mani sono corsa fuori, quasi volessi allontanarmi dal luogo incriminato per leggere il risultato in campo neutro, in mezzo alla strada anonima e trafficata. Soffia un vento freddo e violento che mi scompiglia i capelli e mi schiaffeggia il volto, incurante dei clacson che reclamano la strada ho letto, infine, quel numero “410”, prova inconfutabile che nel mio ventre si era appena avviata una nuova esperienza, tu avevi cominciato ad esistere. Sollievo e disperazione, salgo in macchina, accendo il motore e contemporaneamente afferro il cellulare per avvertire subito il mio ginecologo, come si era raccomandato, faccio qualche centinaio di metri alla ricerca di un parcheggio dove fermarmi e telefonare in tutta tranquillità. Il cielo si è completamente annerito per via di grosse nubi gonfie e minacciose di pioggia che il vento sta trasportando rapidamente da chissà dove per scatenare da lì a poco un vero e proprio acquazzone. Non sembra proprio un 12 settembre! Ma la mia mente è in subbuglio, sballottata freneticamente da ondate di gioia e di preoccupazione, da graffi d’ansia e sospiri di sollievo. Una repentina fuga nel futuro mi fa intravedere scenari già noti, di una fine prematura, di una cocente delusione; subito dopo un colpo d’ali e sto volando sopra le nubi nere e buie per entrare in un nuovo cielo azzurro e luminoso dove mi aspetta uno scenario diverso, dove tutto accade e si srotola secondo il suo naturale destino. Eccomi di nuovo in partenza, per un altro viaggio, anche questo sconosciuto, forse il più importante e dal quale non potrò più tornare indietro.
Sono entrata in un tunnel di cui ho timore, non so ancora cosa mi aspetta dall’altra parte, se una luce folgorante o l’ennesimo muro nero, duro e freddo sul quale spalmare ancora una volta le mie aspettative, le mie illusioni. L’esperienza precedente ha lasciato un segno indelebile, soltanto ora me ne sto rendendo conto e temo di doverla ripetere. Mi attende una nuova ecografia e sarà un momento d’ansia e di sofferenza, già lo so. Dovrei pensare positivo, dovrei convincermi che essendo andata male una volta, anzi due, ho già dato il mio contributo alla mala sorte ed ora è venuto il momento della buona fortuna. Potrei anche riuscire a convincermi di questo, anzi credo che una parte di me lo sia già da qualche tempo, ma c’è l’altra che è terrorizzata di dover provare un rinnovato dolore, lo stesso già conosciuto e per questo più temibile e insopportabile. Eccomi dunque in bilico, oscillante tra un violento desiderio di ottimismo e un’irresistibile spinta verso il peggio, proprio per sentirmi preparata a qualsiasi evenienza.¨
¨ Il 17 ottobre 2001, davanti ad un monitor grigio e silenzioso, mi era stato comunicato freddamente che l’embrione di nove settimane che trasportavo in pancia era senza battito. Il millimetrico cuoricino di quell’essere che aveva appena iniziato il suo viaggio verso la vita aveva smesso di battere e con lui si erano bruscamente interrotti anche i nostri sogni, le nostre proiezioni azzardate verso un futuro sconosciuto. Dopo poche ore uscivo dalla sala operatoria dove avevo subito un intervento chirurgico, definito gergalmente “raschiamento”.
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