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La prima ecografia
Apro gli occhi e avverto una pietra sul cuore che gli impedisce di battere regolarmente, che mi toglie il respiro, che mi fa desiderare di essere altrove, in un altro mondo. Mi accorgo, dalle fessure di luce sulla serranda, che è già mattina, lame di sole s’insinuano sempre più invadenti nella penombra della stanza, invitandomi ad alzarmi. E’ iniziata la giornata più lunga, dove il tempo ha deciso di scorrere senza fretta, anzi con una lentezza devastante, lasciando tutto lo spazio necessario alle angosce e ai timori. Cerco di ripetere i soliti gesti, colorando di una pallida normalità queste ore che mi separano dal primo appuntamento con l’ecografo. Fuori c’è veramente un sole splendido, la limpidezza del cielo è accecante. Nonostante quella sgradevole patina di angoscia che sta soffocando il mio cuore, decido di uscire e di andare a leggere i giornali al “baretto” sull’Appia Antica, placido rifugio di pace all’ombra delle catacombe e di antiche rovine. Mi siedo da sola, in compagnia di pochi turisti di passaggio, un po’ intimiditi e spauriti, sprofondo nella lettura, spegnendo qualsiasi pensiero ed aspetto. Aspetto, aspetto fino a quando non sento pronunciare il mio cognome dall’ecografo, invitandomi ad entrare. E’ come se fosse suonata una sveglia, si riaccendono le luci e si rimettono in moto gli ingranaggi, il cuore accelera, i pensieri si aggrovigliano. - Quando ha avuto l’ultima mestruazione? - - Il 12 agosto - rispondo automaticamente. - Bene, siamo alla settima settimana - e nel frattempo mi ritrovo distesa sul lettino con la pancia scoperta e una crema appiccicosa dove si muove una specie di mouse. Non vedo e non sento nulla; ci risiamo, è come l’altra volta, non c’è battito…poi la voce dell’uomo, gentile e sorridente mi dice di prestare attenzione, eccolo il battito, un vero frastuono che rimbomba nella stanza, sembra un tuono ma è soltanto la mia tensione che è esplosa, dissolvendosi in una nube di frammenti sospesi. L’ecografo continua a parlare e quando mi rimetto in ascolto mi sta dicendo che sei lungo cinque millimetri, che tutto sembra a posto, che devo stare tranquilla. Mentre annuisco penso a come sia assurdo che una “pillola”, come ti ha subito soprannominato il babbo, possa fare tutto quel frastuono. Cerco gli occhi di tuo padre che sta trattenendo a stento la commozione. Mi sento più leggera, la pietra è stata spostata altrove e per un po’ posso tornare a respirare liberamente.
E’ ora di uscire da questa atarassia cerebrale, due mesi sono trascorsi, galleggiando su una superficie precaria, sprofondando di tanto in tanto nei vortici dell’ansia, paralizzando qualsiasi idea o pensiero, lasciando che il tempo scorresse e augurandosi che rimanesse privo di novità, di cambiamenti destabilizzanti che avrebbero distrutto in un istante la mia debole e vulnerabile impalcatura di tranquillità. Ho superato il periodo più critico, la gravidanza sembra avviata per il meglio, il tempo continua ad andarsene senza ostacoli e il mio riposo forzato si sta trasformando in una piacevole interruzione, in un’inaspettata pausa di riflessione. Non faccio nulla, se non il minimo indispensabile, non provo particolari desideri se non quelli di uscire da casa, compiere qualche piccolo spostamento, una breve fuga. Ma poi mi affretto a rientrare in questa paziente attesa, nella rassicurante inattività dove sono diventata improvvisamente padrona del tempo, potendo decidere anche di non riempirlo, di lasciarlo fuggire via libero e leggero, silenzioso e inesorabile.
Ho sognato più volte di avere a che fare con un neonato, un maschio, ma non ho osato nemmeno raccontarlo per paura che il sogno fosse poi smentito dalla realtà. Uno in particolare mi è sembrato significativo. Eri nato, improvvisamente ti stringevo tra le braccia, avevi già qualche mese, pieno di vita e di energia, ed io stupita e attonita mi rivolgevo a tua nonna Angela con un grande sollievo. Se eri già nato non ci sarebbe stato bisogno di fare la maledetta amniocentesi, evitando così di correre altri e inimmaginabili rischi. Invece al risveglio mi sono resa conto che mancavano ancora molti giorni a quell’appuntamento, inutile nascondersi dietro i veli dell’inconscio.
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