Ma tu chi sei?

 

Ti guardo mentre dormi. Fai mille movimenti, abbozzi un sorriso, poi socchiudi le palpebre, adesso fai una smorfia con la bocca, quindi sei scosso da un sussulto. Dormi ma in realtà svolgi un’attività incessante.

Ti guardo e scopro nei tuoi lineamenti tracce di tuo padre ed anche mie, risulti familiare ma allo stesso tempo un mistero.

Ti guardo e scopro a ripetermi nel silenzio della mente che sei uscito dalla mia pancia, dopo che il mistero della vita ha compiuto ancora una volta il suo miracolo. Perché di miracolo si tratta, anche senza l’ausilio della fede, perché nemmeno la scienza riesce a spiegare fino in fondo come può accadere.

Ti guardo e mi ripeto che sei nostro figlio. Questa parola mi risuona ancora estranea, mentre la pronuncio una voce fuori campo mi chiede incredula “di chi stai parlando?”.

Ti guardo e mi domando chi sei, come diventerai. Sei talmente piccolo che non riesco ad immaginare nulla. Ma se si osservano attentamente i segnali che mandi si possono cogliere alcuni tratti del tuo carattere in formazione. Sembri determinato, impaziente, a volte collerico.

Utilizzi il pianto come unico strumento di comunicazione, modulandolo secondo le esigenze. Pianto urlante, quando ti indispettisci per qualcosa che non sopporti o reclami il pasto. Pianto disperato se provi un dolore fisico. Pianto lamentoso, quasi interlocutorio, quando non sai nemmeno tu cosa vuoi, quando ti sei stancato di stare sdraiato in carrozzina, quando hai sonno, quando vuoi semplicemente essere preso in braccio.

Detesti essere svegliato prima che il tuo sonno abbia esaurito il suo corso. Sei curioso e attratto dal movimento, dai suoni, dai colori, ma in questo non credo che tu sia molto diverso da tutti gli altri bambini. Ti piace stare sdraiato sul fasciatoio, a pancia all’aria e con il pisello al vento, così come adori essere immerso nella vaschetta da bagno, lasciandoti sciacquettare senza alcun cenno di fastidio. Sei un orologio quando si tratta di mangiare, anche se, come tutti gli orologi che si rispettino, perdi ogni tanto qualche battuta.

Ti guardo e mi accorgo che sei già tutto questo. Hai soltanto due mesi, ma il tuo bagaglio di movimenti, emozioni, caratteristiche è molto vario e, soprattutto, si arricchisce di giorno in giorno.

Ti guardo e mi sorprendo assalita da una commozione sconosciuta, perché sei lì sdraiato, indifeso, inconsapevole, bisognoso di tutto, dipendente da chi decide di aiutarti, ancora incapace di fare qualsiasi cosa.

Ti guardo e penso, ancora una volta, che sei un miracolo della natura, un mistero. E di fronte ai misteri, come di fronte ai miracoli, si può rimanere attoniti, sorpresi, meravigliati, anche un po’ spaventati.

Ti guardo e stai facendo l’ennesimo movimento. Questa volta sono le braccia ad agitarsi improvvisamente per poi ricadere immobili lungo il corpo.

Ti guardo e penso che tutto è cambiato da quando sei arrivato. Tornando indietro con la memoria scorgo due persone, io e tuo padre, che mi risultano familiari, ma ormai irrimediabilmente relegate nel passato. Si sono fatte da parte per lasciare il passo a noi tre, che ancora incerti e traballanti, ci stiamo inoltrando nel nuovo presente.