Parte terza: la tua famiglia

 

Il genitore deve resistere all’impulso di cercare

di costruire il figlio che lui vorrebbe avere e

aiutarlo, invece, a sviluppare appieno,

secondo i suoi ritmi, le sue potenzialità

a diventare quello che lui vuole e può essere.

 

Bruno Bettelheim, da “Un genitore quasi perfetto”

 

 

Marcello, il babbo professore

 

  • Allora ci vediamo questa sera verso le 20.30.. Hai presente la “Pigna” di Piazza Venezia, la fontana che sta all’angolo con Via delle Botteghe Oscure?

  • Beh, non esattamente, comunque hai detto Piazza Venezia?

  • Sì, guardando l’orribile altare della patria, si trova sulla destra, non puoi sbagliare.

  • Ah, certo, ora ho capito. Va bene, allora a dopo… ricordati di portare un casco, così ci possiamo muovere con la mia Vespa…

 

E’ stato questo, più o meno, il breve scambio di battute tra me e tuo padre per prendere accordi sul nostro primo appuntamento, uscendo dai nostri uffici che poi si trovavano nello stesso palazzo, perché entrambi lavoravamo nella medesima azienda.

Era una serata di maggio, abbastanza mite e il nostro obiettivo era recarci in un locale ad ascoltare John Benson (illustre sconosciuto, peraltro). Avendo scoperto che ci piaceva la musica jazz, perché non sfruttare subito quell’inaspettata comunanza di gusti?

Come mio solito, ero arrivata con qualche minuto di anticipo. Ho parcheggiato con calma e mi sono diretta lentamente verso il marciapiede, con il casco sottobraccio, assumendo una posizione di assoluta visibilità. Non appena fosse passato io l’avrei visto e soprattutto lui mi avrebbe subito individuata, ho pensato ingenuamente.

Appoggiandomi vicino alla fontana, mi sono lasciata assorbire dal rinfrescante scorrere dell’acqua, mentre i miei occhi erano trascinati avanti e indietro dallo scorrere del traffico, e i miei pensieri avevano deciso di prendersi una pausa.

Dopo qualche minuto di attesa ho visto sfrecciare un vespone bianco, targato Ancona, era lui sicuramente, ma la sua direzione e la sua velocità facevano presumere che era diretto altrove. Vedendolo dirigersi verso la leggera salita che circonda il piazzale di fronte alla fontana, ho dedotto che stava facendo un giro di ricognizione e dopo poco sarebbe ricomparso. Per ricomparire è ricomparso, ma sempre alla stessa velocità sostenuta, senza neanche guardarsi intorno e imboccando di nuovo la salita. A quel punto ho capito che stava girando a vuoto e mi sono incamminata in senso contrario, nella certezza di intercettarlo al secondo giro e arrestare così la sua corsa frenetica.

Avrei dovuto rivederlo dopo pochi minuti, invece continuavo ad incrociare automobili anonime, autobus, motorini e motociclette, ma del vespone bianco nessuna traccia. Ma dove è andato? Mi sono chiesta con una certa irritazione, arrancando un po’ ansimante, con il peso fastidioso del casco che non sapevo più come tenere.

Eppure mi sembrava di essere stata chiara con le indicazioni, lui aveva detto di aver capito…forse mi ha visto e non si è fermato, colto da un improvviso panico, magari ha deciso all’ultimo momento di darmi la classica buca.. ma non sembrava uno così squallido..

Mentre mi arrovellavo con queste domande e cresceva in me un certo disappunto, ho visto il vespone parcheggiato di fronte ad una fontana, un’altra, a pochi metri di distanza da quella dell’appuntamento, ma di lui nessuna traccia. Beh, per lo meno si è fermato…forse ha deciso di scappare a piedi…

Stavo sorridendo tra me quando finalmente è comparso, tutto affannato, a testa bassa, pronto a rimontare in sella. Poi mi ha visto e si è subito aperto in un sorriso disarmante. Quando siamo arrivati a pochi centimetri di distanza uno dall’altra, mi ha confessato che si era perso, che aveva chiesto a varie persone dove fosse questa famosa “Pigna”, ricevendo sguardi dubbiosi e silenziosi, che alla fine si era fermato sotto quella fontana perché, in effetti, anche lei aveva una pigna in cima alla statua ornamentale.

 

Di cose in comune ne abbiamo scoperte molte altre, anche se con qualche variante. Ad esempio, il gusto per la buona cucina ed il buon bere, anche se per lui, all’inizio, tutto questo significava le “crescie sfogliate” di Urbino e il vino del contadino, dove suo padre e suo zio andavano a rifornirsi quotidianamente, disdegnando qualunque bottiglia che presentasse una etichetta e un tappo sigillato. Ho fatto trascorrere diversi mesi prima di affermare davanti alla sua famiglia che forse quel vino non era il top dell’enologia italiana, che magari se fosse stato imbottigliato con maggiore cura non avrebbe acquistato quel sapore acidulo e acetato che lo rendevano praticamente imbevibile. Indubbiamente la mia quotazione di gradimento da parte dei suoi parenti era partita da livelli molto bassi!

 

Lavoravamo per la medesima azienda, ma ad accomunarci non era tanto lo stesso luogo di lavoro, dove è iniziata la nostra storia, quanto il medesimo disgusto per quell’ambiente colmo di mediocrità ed inefficienza, privo di qualsiasi attenzione alle capacità personali e quindi inadatto ad offrire una minima gratificazione professionale ed umana.

Lui era appena rientrato da sei mesi di cassa integrazione, richiamato casualmente per via di un insolito rigurgito di giustizia, di fronte ad un giovane con un curriculum vitae brillante: laurea in Economia, Master negli Stati Uniti, perfetta conoscenza dell’inglese.

Io ero appena stata “traslocata” dall’ufficio stampa all’ufficio rapporti istituzionali, senza che nessuno si fosse preso il disturbo di informarmi, tanto meno di chiedere il mio parere.

 

Musica jazz, cucina, insoddisfazione per il proprio lavoro sono sufficienti per scrivere una storia d’amore? No di certo, ma hanno rappresentato l’incipit di un libro che, con il passare del tempo, si è arricchito di nuove pagine. E mentre scoprivamo con piacere di avere  opinioni politiche simili, di fuggire entrambi da ipocrisia ed arroganza, si palesavano di volta in volta anche le nostre immancabili differenze.

Prima fra tutte la sua origine. Il babbo, infatti, ha trascorso i primi vent’anni della sua vita a Falconara Marittima, piccola cittadina a ridosso di Ancona, prototipo della provincia italiana, un po’ chiusa, un po’ ostile alla “vita cittadina”.

Io ero quella di città, senza radici e tradizioni, ingabbiata fra cemento e automobili assordanti, ignara dei valori della campagna e del vivere genuino e libero dalle convenzioni. Lui, che è cresciuto all’ombra della raffineria API, respirando gli effluvi mefitici di ciminiere sempre fumanti, era, al contrario, il portatore di sani principi, come il rifiutare la giacca e la cravatta perché simboli di una vita costretta da regole assurde, sostituite da improbabili maglioncini e giubbetti, pantaloni scoloriti e scarpe da ginnastica.

Io ero quella ossessionata dalla pulizia e dall’estetica; lui viveva in un appartamento in affitto, semibuio e polveroso, dove gli unici oggetti di sua proprietà erano un computer portatile, libri e cumuli di carte, accatastati alla rinfusa in una stanza chiamata “studio”.

Lui era quello intriso di solide tradizioni, prime fra tutte l’assoluto asservimento ai voleri della “famiglia”, che già dopo poche settimane dalla nostra conoscenza, reclamava la mia presentazione ufficiale in quel di Falconara.

Io ero quella libera e indipendente, vivevo da sola già da anni, senza l’ombra di una qualche predisposizione al matrimonio e tanto meno alla maternità.

 

Eppure siamo partiti per lo stesso viaggio, senza conoscere bene la meta, è bastato prenderci per mano, guardarci negli occhi ed accorgerci della stessa luce che improvvisamente si era accesa nei nostri cuori, illuminandoli e riscaldandoli di un calore nuovo, inaspettato ed intenso. Le lunghe giornate di disperata solitudine che ci avevano accomunato inconsapevoli, erano state travolte da una euforia sconosciuta, di chi si sente finalmente a casa, dopo un lungo e faticoso viaggio per vie desolate e vuote, fredde e inospitali.

Il sorriso si è impadronito dei nostri volti, esplosioni di allegria incontrollata hanno accolto i nostri risvegli. Gesti ripetitivi e anonimi si sono trasformati in esperienze uniche ed intense, come il ritrovarsi seduti allo stesso tavolo a sorseggiare il cappuccino del mattino, ad assaporare una cena preparata insieme, a godersi un aperitivo di fronte ad un mare infuocato dal sole di settembre che sta per scomparire in una notte stellata.

 

Poi sono arrivate le esperienze che hanno provocato svolte radicali. Da impiegato metalmeccanico il babbo si è trasformato in docente universitario, dopo anni di duro lavoro e soprattutto di tenace ostinazione, per la quale è veramente uno specialista. Soltanto la sua perseveranza e la sua indifferenza alle molteplici umiliazioni cui è stato sottoposto, gli hanno consegnato il traguardo di un lavoro che ama e al quale si dedica con entusiasmo e passione, senza mai perdere quell’ingenua modestia che gli fa affrontare ogni prova ed impegno con la stessa trepidazione degli inizi. Anno dopo anno ha conquistato prestigio e fama, sconfiggendo i pregiudizi e le avversità di coloro che lo consideravano un “estraneo” al mondo accademico, trattandolo come “garzone di bottega”, sottovalutandone le capacità e le competenze. Ma alle parole lui ha contrapposto i fatti che, come quasi sempre accade, riescono ad avere il sopravvento, anche se con maggiore fatica e dispendio di energie.

 

Dalla discoteca del sabato sera, dal pranzo domenicale in famiglia con fidanzata al seguito, dalle corse podistiche per le strade della provincia, dalle gare di pesca sulla riva di qualche fiume, si è lasciato facilmente distrarre, per accogliere con una certa sorpresa, serate a teatro o al cinema, passeggiate culturali alla scoperta delle meraviglie di Roma, gite per l’Italia, nuovi amici, viaggi verso altrove lontani e sconosciuti.

La sua intelligenza ha abbattuto barriere culturali altrimenti insormontabili, lo ha accompagnato nella scoperta di un nuovo modo di vivere, lo ha liberato di ciò che è risultato superfluo, sostituibile o semplicemente eliminabile.