Presumūt unviār

 

Za a' si insede tal cour

il ricuart dal sorźli.

L'arbe 'a si č fate pluj grīse

davņur dal Dogāl (*).

L'ajar al mene cocāj sł dal mār,

liseirs tanche stras o penseirs,

vźrs dome pal lōr crut piuicā.

 

Davņur dai Vārs (*), l'aghe
no spegle pluj vōj di usseluts,
ma nīts za bandonāts.
Chi a' nol vignarą pluj nuje,
nuje nol podarą pluj vignī.

 

Il vencjār tal grivi dal sīl
al sgripģe la sō storie di īr.
Al č stāt forsi miōr
no veti pluj ulūt ben.

 

Za al si piart intal cour
il ricuart dal sorźli.
Parse? Sino sote il scuri?
A' poi stāj. Dibot, 'ne gnot,
'i podin jessi d'unviār.

 

 

 

Presunto inverno

 

Gią si incista nel cuore

il ricordo del sole.

L'erba si č fatta pił grigia

dietro il Dogale.

Il vento porta gabbiani dal mare,

leggeri come stracci o pensieri,

veri solo per il loro crudo gemere.

 

Nelle rogge, l'acqua

non specchia pił occhi d'uccelletti,

ma nidi gią abbandonati.

Qui non accadrą pił nulla,

nulla potrą pił accadere.

 

Il vincastro nel greve del cielo

incide a graffi la sua storia di ieri.

Č stato forse meglio

non averti pił amata.

 

Gią si perde nel cuore

il ricordo del sole.

Perché? Siamo verso il tramonto?

Puņ darsi. Tra poco, una notte,

potremmo essere d'inverno.

 

 

(*)  Dogai e Davņur dai Van sono due localitą di Vanno, mio paese natale. Vars letteralmente: fiumi, fontanili, rogge, luoghi palustri - č toponimo prelatino.  Originariamente significava tutto ciņ che č umido, investendo uno spettro
semantico amplissimo.