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Presumūt unviār
Za a' si insede tal cour il ricuart dal sorźli. L'arbe 'a si č fate pluj grīse davņur dal Dogāl (*). L'ajar al mene cocāj sł dal mār, liseirs tanche stras o penseirs, vźrs dome pal lōr crut piuicā.
Davņur dai
Vārs (*), l'aghe
Il vencjār tal
grivi dal sīl
Za al si piart
intal cour
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Presunto inverno
Gią si incista nel cuore il ricordo del sole. L'erba si č fatta pił grigia dietro il Dogale. Il vento porta gabbiani dal mare, leggeri come stracci o pensieri, veri solo per il loro crudo gemere.
Nelle rogge, l'acqua non specchia pił occhi d'uccelletti, ma nidi gią abbandonati. Qui non accadrą pił nulla, nulla potrą pił accadere.
Il vincastro nel greve del cielo incide a graffi la sua storia di ieri. Č stato forse meglio non averti pił amata.
Gią si perde nel cuore il ricordo del sole. Perché? Siamo verso il tramonto? Puņ darsi. Tra poco, una notte, potremmo essere d'inverno.
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(*)
Dogai e Davņur dai Van
sono due localitą di Vanno, mio paese natale. Vars letteralmente:
fiumi, fontanili, rogge, luoghi palustri - č toponimo prelatino.
Originariamente significava tutto ciņ che č umido, investendo uno
spettro |
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