PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA


Apologia delle implicazioni cromatiche

   di Chiara Strozzieri

 

Artista talentuoso, fortemente apprezzato da pubblico e critica in tanti anni di partecipazioni a importanti eventi culturali, Gianfranco Zazzeroni risponde al bisogno di un'ampia panoramica sulla sua attività creativa con una monografia che mette in luce ogni più piccolo passaggio della sua ricerca. Nella sua vastità la raccolta delle opere segue due fili conduttori determinanti, che rappresentano poi l'essenza stessa del pensiero artistico a cui si legano. Prima di tutto in ogni singolo lavoro è riscontrabile l'utilizzo di un nero assoluto, le cui tanto variabili combinazioni portano a risultati stupefacenti, in cui si alternano momenti di totale protagonismo e ruoli di accompagnamento/accorpamento con altre realtà cromatiche. Il secondo elemento caratterizzante invece, è la grande difficoltà che l'opera crea allo spettatore nel sostare di fronte ad essa.

Tale difficoltà nasce dalla natura stessa del quadro, dal potere di carpire il pensiero e la mente di chi osserva, in modo da infine avere la meglio su di lui e proiettarlo nel rappresentato. Poco importa che si tratti di trasposizione dell'anima dell'artista, anzi a maggior ragione il tentativo di guardare e capire è devastante, il coinvolgimento fin troppo profondo da volerlo affrontare. Ci si ritrova in questo modo in quelli che per molti non sono luoghi fisici, quanto piuttosto paesaggi della mente, in cui tuttavia si possono a volte riconoscere degli elementi reali, come alberi o complessi di antiche architetture. E possibile che si tratti di rielaborazioni di flash spazio-temporali che Zazzeroni ha tenuto dentro per chissà quanto e che proprio nel preciso istante dell'atto creativo sono tornati a galla e si sono riversati sulla tela. La drammaticità di questa operazione si ritrova in uno dei più forti utilizzi che l'artista fa del nero: parlo di carte straziate da pennellate informi, i cui segni sembrano impossibilitati a riflettere un pensiero definito e diventano prigionieri di incubi diurni come fantasmi.

Da subito dunque, Gianfranco Zazzeroni confessa un legame con l'Espressionismo Astratto di matrice prima di tutto concettuale, quando all'esasperazione del dato emotivo della realtà unisce un'estetica antifigurativa. Tuttavia la sua trattazione difficilmente è riconducibile a qualche esponente, se non ad alcune sperimentazioni di Willem de Kooning con l'approccio della tela a tutto campo, e questo fa della sua ricerca pittorica una geniale novità assoluta. Non si può certo negare quello stesso modo di imprimere la propria coscienza sulla realtà oggettiva, né tanto meno il totale asservimento alla libertà di pensiero, tuttavia i modi e i toni avvicinano piuttosto Zazzeroni a motivi dell'arte contemporanea.

Ciò che lo accomuna a de Kooning è poi la ricerca di punti fermi nel caotico magma cromatico, la scelta di nuovi rapporti di equilibrio tra le parti, che creano un certo ritmo e soprattutto danno armonia all'insieme. In particolare il modo per farlo è giocare con le spatolate, tanto da dare l'impressione che esse siano date su vetro e non su carta. L'effetto è di forte significato avanguardistico, nel senso che Zazzeroni pone al centro della pittura una voglia di provare forme d'arte nuove, e scopre alla fine un vero e proprio metodo con cui poter ovviare al superamento della superficie piatta. Infatti o il foglio di carta viene iper-appiattito fino alla scomparsa del segno, oppure il colore si addensa in grumi percepibili persino a livello tattile. È il caso, quest'ultimo, di opere materiche che facilmente prendono i toni del sabbia, facendo riferimento, volente o nolente, a questo elemento granuloso. Addirittura in un'opera l'artista utilizza proprio materialmente la sabbia, mischiandola a colla e versandola in complicati intrecci sul piano.

Molto, Gianfranco Zazzeroni, deve anche all'astrattismo di Paul Klee. Espliciti sono alcuni riferimenti al maestro per cui "l'arte non riproduce il visibile, ma rende visibile", vere e proprie tracce di riavvicinamento alla realtà oggettiva, seppure nella convinzione di non doverne dare precisa rappresentazione, bensì una metamorfosi che ne spieghi i meccanismi più segreti. Ecco allora il ripristino del geometrismo, fase di passaggio in cui non sembrano ancora chiari quei moti dell'anima che successivamente arriveranno sul quadro senza mediazioni. Il momento è significativo, perché pone basi concrete (cosa c'è di più concreto della geometria?) per il raggiungimento del culmine della sua ricerca artistica, costituita a mio avviso dal ciclo degli arancioni.

Se, come specificato all'inizio, la sperimentazione di Zazzeroni comincia proprio dal colore, probabilmente egli ha trovato nell'arancione il modo della rappresentazione del sé. In esso si concentrano i tratti salienti dell'uomo e dell'artista, due figure sovrapposte, entrambe portatrici di un'energia vitale interiore forzatamente sopita, ma pronta a esplodere in qualsiasi momento. Dietro a una spinta vorticosa che lo proietta in avanti, c'è una calma solo apparente e quasi impossibile da immaginare e accettare. Il suo è un pubblico che ama le esagerazioni cromatiche, che freme alle sue tonalità incandescenti e riconosce l'azzardo nella ricerca dell'unicità. Ciò che gli permette di trovarla è una combinazione, stavolta paritaria, tra quegli arancioni e i neri: per la prima volta questi ultimi non opprimono i primi, né tanto meno si arrischiano ad abbandonare la scena, piuttosto i due toni convivono, si abbracciano, si fondono. L'opera si fa molto intensa, troppo per dare la stessa cura ad ogni area pittorica, per questo tutta l'azione si concentra in un punto del foglio, lasciando un resto bianco che possa far respirare.

Di nuovo abbiamo a che fare con un'espressione interiore attraverso un mezzo esteriore, ancora una volta dunque il coinvolgimento è totale e inevitabile. È qui che si fa particolarmente difficile l'approccio con l'arte di Zazzeroni, perché si interiorizzerebbe con maggiore tranquillità una pittura più rappresentante che rappresentativa, e questo non è assolutamente il caso. Piuttosto siamo di fronte a disegni empatici che avviluppano e non danno possibilità di scelta, perché costringono all'osservazione. Probabilmente l'artista comprende questo difficile rapporto con chi è fuori dal quadro e viene risucchiato al centro della scena, per questo applica un addolcimento di metodo e per la prima volta fa una scelta puramente estetica. Mi riferisco a quegli interventi di turchese riscontrabili in diverse opere e che sicuramente creano un freddo contrasto con le tonalità a cui egli ci aveva abituati.

Zazzeroni chiarisce subito di non voler rinunciare a quella frenesia che ha dato frutti insperati di rappresentazione interiore, per questo non approda ad un serafico celeste, ma rinvigorisce l'opera con tutta l'energia del turchese. Il cambiamento quindi non costituisce un compromesso, è a tutti gli effetti un'aggiunta stilistica al culmine della sua ricerca, apprezzabile soprattutto per quella elasticità mentale che l'artista dimostra di avere. Per l'osservatore è l'occasione di un appagamento interiore non indifferente, quasi un traguardo raggiunto dopo aver attraversato un travagliato viaggio per le vie creative dell'autore.

Tutto questo è a dimostrazione di un'incredibile varietà di approcci, in cui sono ben amalgamati periodi differenti e a cui si può ascrivere l'unica nota statica nel raro utilizzo della tela, lì dove piacerebbe al pubblico ammirarne nuove prove.

Infine un giusto riferimento alla serie di ritratti, che completa la monografia di Gianfranco Zazzeroni e conferma la teoria secondo la quale un vero astrattista è sempre stato prima un eccelso pittore figurativo.

L'autore riesce in qualcosa di estremamente complesso, ovvero nella capacità di cogliere gli sguardi e in fin dei conti l'anima nascosta dietro occhi che sempre conferiscono ai soggetti una strana fissità. Anche qui si tratta di attirare a tal punto l'attenzione dell'osservatore, da lasciargli intravedere il trascorso dei protagonisti: le figure sembrano statiche, ma non lo sono affatto, perché mosse da moti interiori che trasmettono sensazioni le più svariate, nonostante prevalga quasi sempre un tono drammatico. Anche quando mostra, Zazzeroni non fa vedere, essendo il suo non soltanto un ritratto, ma il racconto di una storia, lo sviluppo di una vicenda umana che emerge dalla fisicità delle persone. Ecco perché la sua attenzione si concentra tutta nei volti, talmente importanti da essere volentieri ripetuti in un angolo del foglio, magari soltanto accennati, ma comunque forti del loro carattere indicativo. Rimane da precisare che questi disegni a matita non sono mai ritoccati a colore, ponendosi in antitesi con quelle esplosioni cromatiche che fanno parte della ricerca astratta. Del resto la purezza del bianco e nero perfettamente si abbina all'eleganza del disegno, mai sporcato da segni eccessivamente marcati, bensì vissuto da tratti sempre precisi ed essenziali.

Una trattazione dell'arte così attenta, una combinazione di cicli pittorici così differenti, eppure mirati a soddisfare una necessità comune come l'espressione del pensiero senza filtri di alcun genere, sono esemplari di una innata natura artistica che spontaneamente sta seguendo il suo corso. Di quest'indole non si può che rimanere affascinati, soprattutto cogliendo tutti quegli elementi di originalità rispetto ai fin troppo numerosi approcci contemporanei all'arte. A ragione possiamo aspettarci da qui in avanti che qualsiasi atto esecutivo di Zazzeroni costituisca sempre e comunque un atto creativo puro, perché unico e distinguibile.