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Storia e Tradizioni: La caccia, "Le capannacce"

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Stampato in Urbania

nel mese di luglio 1984

dallo Stabilimento Tipolitografico Bramante

 

 

 

 

In copertina:
   
riproduzione di un acquerello di Guido Fiaccarini

 

 

 

La caccia al passo è una caccia d'attesa, di speranza, spesso senza risultati positivi: dimostra così la vera natura della passione venatoria.

All'inizio dell'autunno, in anni ormai lontani, trascorrevo quasi un mese intero, dall'alba al tramonto di ogni giorno, nella Caccia delle palombe dei Gasperini, sui monti della Cesana. I dieci chilometri che distano da Urbino alla "Caccia", si percorrevano dapprima in bicicletta, o meglio buona parte a piedi, svolgendosi la strada per lunghi tratti in salita; poi la motocicletta e l'automobile avevano eliminato tanto la scomodità della sveglia antelucana, quanto il sapore d'avventura legato ad essa.

Tuttavia alle comodità si era fatalmente affiancato un graduale deterioramento dell'esercizio venatorio e dei suoi risultati. Il passo si era di anno in anno ridotto e la presenza di molti cacciatori appostati in prossimità della "Caccia", arrecava un sempre maggior disturbo.

Nell'urbinate la caccia alle palombe è stata per decenni la caccia per definizione, forse per l'abbondanza della migrazione concentrata nella zona, forse anche per le eccezionali località di passo: "caccia"tra venuto a significare il luogo dell'appostamento.

La Caccia delle palombe dei Gasperini, nelle carte topografiche militari denominata "Le Capannacce", esiste dal 1883; nel 1983 la legge sulla caccia della Regione Marche noncurante, a differenza della legge del 1939, emanata — si noti — in pieno ventennio, dei diritti acquisiti e della conservazione di un patrimonio culturale di tradizione sicuramente agricola, ne ha interrotto e impedito l'attivazione.

La Caccia ha un capanno centrale in pietra a due vani seminterrati contigui, ma su piani diversi, seguendo il naturale declivio della collina; la torretta-pollaio per i piccioni è in mattoni e pietra; vari capanni di frasche sono uniti al capanno centrale da camminamenti in trincea coperti di vegetazione, chiamati "voltabotte".

Il capanno centrale non ha finestre, bensì feritoie orizzontali, munite di infissi in legno con sportellini scorrevoli, che aprono un foro, chiamato "ceccarola", attraverso il quale i cacciatori prima osservano la buttata delle palombe e poi sparano a fermo, con la duplice avvertenza di non tenere il viso troppo vicino alla "ceccarola" e di non far sporgere la canna del fucile, perchè un minimo movimento può spaventare le palombe.

Anche i capanni di frasche sono muniti di "ceccarole", oltre che di porta anch'essa di frasche, detta "sportella".

Delle due stanze quella inferiore è la cucina. Un camino quasi continuamente acceso, serve per scaldare e per cucinare.

Qualche seggiola, una panca e una specie di credenza bassa e lunga, ne costituiscono l'arredo; la credenza presenta in un angolo del piano due fossette rotonde, prodotte dal continuo schiacciar di noci ripetuto per anni negli stessi punti.

La stanza superiore era adibita a camera da letto, allorché la mancanza di rapidi mezzi di trasporto rendeva gravosi gli spostamenti e induceva alcuni cacciatori a dormire nella "caccia". Successivamente è stata adibita a stanza da pranzo.

Verso la metà di settembre, qualche settimana prima dell'inizio del passo, ha luogo la preparazione e l'organizzazione della "caccia".

Le prime operazioni sono dirette alla riparazione dei capanni, con frasche e ginepri e all'istruzione dei piccioni.

Questi, molto giovani e di colore simile a quello delle palombe, vengono addestrati dal "maestro", a volare dal capanno del "ritorno" o "parapetto", situato sulla sommità di una collina distante e separata dalla "caccia" da un profondo fosso, sino al capanno dei piccioni, collocato nella parte inferiore della "caccia", le cui querce sono disposte lungo il declivio della collina orientata a nord-est, verso il mare.

Avanti si apre un'ampia valle, che in un susseguirsi di colline, raggiunge il mare, visibile all'orizzonte soltanto nelle giornate più limpide.

L'ammaestramento dei piccioni è un lavoro non semplice: si procede a ritroso lasciando i piccioni uno alla volta da punti successivi sempre più lontani dalla piccionaia e sempre più vicini al "ritorno", in modo che gradualmente imparino, appena lasciati liberi, a volare e a posarsi sul pollaio del capanno dei piccioni.

Quando comincia il passo, nei primissimi giorni di ottobre, un avvisatore deve portarsi qualche centinaio di metri lontano dalla "caccia", lungo la valle, onde avvisare l'arrivo dei selvatici, con qualche anticipo e consentire ai cacciatori di ripararsi nei capanni; il cacciatore che si trova al "ritorno", dovrà lasciare alcuni piccioni affinchè le palombe "degnino" e si posino sulle querce.

L'avvisatore pur lontano, non è tuttavia solo, perchè di tanto in tanto viene sollecitato all'attenzione da quelli della "caccia": «Han tirat avantii! Guarda veeh!!» Oppure: «Aria bonaa!! Guarda alt e bass!!».

L'avvisatore oltre ad avere una vista molto acuta, deve avvisare con passione, creando quell'incredibile atmosfera di emozione, che caratterizza, nei momenti salienti, ogni tipo di caccia. Un avvisatore insuperato è stato «Giacinti».

L'avvisata, in dialetto, con tono di voce gridato ma armonioso come un canto, indica la direzione di provenienza delle palombe ed i punti precisi che man mano vengono sorvolati: «Sopr' al valonee!! In faccia a mee!! En na diecina !! Dai el pcionee!! Sopra la ginepraraa!! Sopra la piantataa!! Sopra le genghee!! Sopra la schinaa!! Sopral cepp brusciat!!».

Subito dopo la prima avvisata entra in scena il regista della "caccia", il cacciatore appostato al "ritorno" o "parapetto"; questi libera uno alla volta alcuni piccioni addestrati a volare di lì sino al capanno dei piccioni, per fare da zimbello al branco di palombe in arrivo.

Il cacciatore del "ritorno" segue ed avvisa ai compagni di caccia, già entrati precipitosamente nel capanno grande o nei capanni di frasche sparsi sotto le querce, i movimenti delle palombe: «Sopr'al panaretee!! davanti al capan di pcionee!! ma 'l foss dla tassaa!! soprai parapetti!! sopr' al foss dla viddicaa!! Guarda chdegnen veeh!! in faccia alla cerqua neraa!!».

Le palombe ingannate dalla vista dei piccioni, si dispongono ad interrompere il loro viaggio obbligato, per posarsi sulle querce della "caccia", fitta oasi di verde, che il sereno volare dei piccioni, ha fatto apparire del tutto priva di pericoli.

Il branco fa ala, rotea sulla valle, scende, infine, a spirale, posandosi velocemente sulle querce. L'avvisata continua rapida: «Tla cerqua nera, tla cerqua bassa, ti ramoncin, tla cerqua aguzza, tle cerque del capan grand, tla cerqua d'ascon, tla cerqua da cima, ti carpin, tle cerque del capan di pcion, tle cerquolin dla la palpa», indicando, ciascuna con il proprio nome, le querce ove le palombe si sono posate: «Atenti alla conta! Una, due è...» La scarica di schioppettate conclude la conta, tenendo luogo del "tre" e mette in fuga precipitosa le palombe superstiti, che riprendono il loro volo allargando ed alzandosi nel cielo.

Altre volte, invece, le palombe non degnano; allora l'avvisata ha un tono indispettito: «En han voia! Van via de battuta! Ma la falascaraa! Van sò ma 'l rimpiment!».

* * *

 La caccia a fermo alle palombe, come si praticava e si continua a praticare da qualche raro appassionato, sulle colline dell'appennino urbinate, richiede la scelta di un luogo di passo, con un gruppo unito di querce di alto fusto, l'uso di piccioni che vengono addestrati a compiere un volo predeterminato e una paziente attesa per giorni e giorni, che un tempo assicurava numerose giornate di divertimento e che oggi può far sperare soltanto in qualche rara mattina di passo sostenuto.

Il passo della prima mattina viene chiamato "passetto"; il passo molto sostenuto, "bottaccio"; la sera all'imbrunire passano delle palombe più piccole e di colore molto scuro, senza "spalline" e senza "collarino", chiamate "piccionacci".

La palomba, o colombaccio, è un volatile dal portamento altero, dai movimenti rapidissimi, sospettoso e vitalissimo; il grigio delle sue piume, interrotto dal collarino e dalle spalline bianche, sfuma nell'azzurrino sul dorso e nel bruno sul petto. Emigra in branchi di qualche decina di capi o in branchi enormi, in gergo "a tele" e attraversa l'appennino marchigiano in ottobre, provenendo dal mare.

Una passione, quasi una follia, ho visto accendersi ogni anno, al sopraggiungere dell'autunno, in mio padre, in mio zio, nei loro cugini di Canavaccio (Checco e Giovanni) e nei loro amici (Gino, Guido), che, nonostante le delusioni degli anni precedenti (dagli anni '50 l'emigrazione delle palombe ed il passo hanno subito una massiccia ed inspiegabile riduzione), non potevano rinunciare a quel rito antico della preparazione della "caccia", quasi un obbligo religioso di presenza, con il gusto sempre rinnovato di emozionarsi nel sentire il grido dell'avvisatore, nel vedere le palombe far ala, e degnare, nel sentire la conta, la scarica delle schioppettate e nel raccogliere sotto la quercia, la palomba calda con le fitte piume cineree stillate di gocce di sangue: quasi un segreto carpito alla natura, che impone ogni anno, nell'autunno, a questi migratori di attraversare l'Appennino per portarsi in terre dal clima più temperato.

I detti sul passo delle palombe, in uso fra i cacciatori, erano vari: alcuni si ispiravano al tipo di vento, altri alle date, altri ancora ai santi commemorati nei giorni di ottobre; «Levante, palombe tante; Corina, palomba vicina; Tramontana, palomba lontana; Santa Teresa, palombe a distesa; San Luca, palomba perduta».

L'assegnazione delle postazioni avveniva a seconda delle attitudini. Nel capanno centrale ed in quelli limitrofi si fermavano i cacciatori che preferivano sparare a fermo; nei capanni più marginali gli appassionati del tiro a volo.

Il "ritorno" era normalmente il posto di Checco; alto segaligno, sempre scettico sulle possibilità del passo, ma generoso di racconti sulle abbondanti migrazioni e sui carnieri degli anni più lontani, quando si potevano fare più conte successive su varie buttate di palombe, senza uscire dai capanni per raccogliere quelle abbattute e la polvere nera sparata dai fucili ad avancarica, lasciava una nebbiolina negli avvallamenti della "caccia".

Checco era anche un ottimo tiratore: raccontava di aver abbattuto cinque palombe una dopo l'altra, con cinque colpi.

Chi ambiva molto ad occupare la postazione del "ritorno" e a dirigere le operazioni, era "el sor Gino", che era entrato a far parte della "caccia" dei Gasperini, dopo che la sua "caccia", quella del Monticello, era stata abbandonata. Aveva una voce baritonale e partecipava alla caccia con una seriosità pesante. Gli inviti all'attenzione e le lamentele erano continue e immotivate. Tuttavia era anche il più burlone della compagnia, quando il passo languiva ed il suo umore era buono. Un pomeriggio assolato, mentre Gino era al "ritorno", Nando avvisò il passaggio di un uccelletto: «Verdone al parapetto!» Gino immediatamente replicò: «Merdone sarà lei!».

Il distacco e la calma serafica, pur nella grande passione venatoria, hanno, invece, sempre distinto mio padre, Nando; quando occupava la posizione del "ritorno" dimostrava di conoscere meglio di ogni altro e senza vanterie, la tecnica da seguire per far degnare le palombe. Era il miglior organizzatore della "caccia" a cominciare dall'addestramento dei piccioni: non per nulla era stato soprannominato "il capitano" e con questa autorità governava la "caccia'". Un giorno che si trovava al "parapetto", inspiegabilmente non ebbe a sparare ad una palomba passata proprio sopra alla sua postazione. La risposta che intonò, quando dalla "caccia" gli chiesero: «Nando, perchè en 'i è tiratee!!», fu lapidaria e indiscutibile: «Cacavee ! ! ».

Vincenzo, lo zio di Lodi, non mancò mai di tornare in ottobre a Urbino, per la caccia delle palombe, riservando a tal fine le sue ferie. Al "ritorno" faceva molta confusione per il suo temperamento emotivo e per il tono della voce, che nell'avvisare diventava o strozzata o lamentosa. Una volta nel corso di un'avvisata, mio padre gli chiese a gran voce a notevole distanza: «Vincens, sa fè, piagni?». Come tiratore era, comunque, eccezionale, specie nei tiri improvvisi d'imbracciata. Si dedicava nei giorni di passo morto ad esercizi ginnici, utilizzando un bastone come giavellotto o clava; riusciva persino a distendersi sopra i grandi cespugli di ginepro per scaldarsi al sole. Il suo capanno era nei pressi della "cerqua nera".

In Marcello, il figlio minore, mio coetaneo, si è trasmessa la passione per la caccia del padre e, quindi, la sua partecipazione alla caccia delle palombe è continuata sino ad oggi.

Guido aveva cominciato a frequentare assiduamente la "caccia" dei Gasperini, dopo una parentesi di assenza da Urbino per ragioni di lavoro. Tornato fra gli amici, la passione per la caccia si era ancor più rinvigorita; ma i suoi interessi erano molteplici: la pesca, la pittura, la ceramica e la buona cucina. Il suo passato di ufficiale gli conferiva molto fascino ed il tempo trascorso sulle Alpi gli aveva consentito di sperimentare la caccia al camoscio, al daino, alla pernice bianca, al cedrone e al forcello: i racconti erano avvincenti.

Giovanni era già a quell'epoca notevolmente sordo e accadeva di vederlo aggirarsi per i sentieri della "caccia' fischiettando, mentre venivano avvisate le palombe. Le insistenze degli amici per indurlo ad acquistare un apparecchio acustico, non avevano mai raggiunto lo scopo, in quanto sosteneva che l'udito gli era calato della metà e che se l'interlocutore avesse parlato il doppio più forte, l'intesa sarebbe stata perfetta. A volte Gino, con voce baritonale, e Giovanni con voce da contralto improvvisavano duetti, cantando brani di operette.

Un altro cacciatore, anch'egli a nome Gino, occupava un capanno nella parte orientale della "caccia"; non se ne allontanava quasi mai e partecipava raramente ai discorsi ed agli scherzi degli altri.

Ai cacciatori stabili, soci della "caccia", si aggiungevano normalmente amici ed ospiti: Bramante, Paolino, Bebé, Tino, Ennio e molti altri.

Fin verso il 1960 si ebbe la costante presenza ottobrina sulla Cesana di don Bramante, appassionato uccellatore, che aveva impiantato il paretaio in corrispondenza del valico di Cufà, distante circa un chilometro dalla Caccia dei Gasperini.

Di domenica mattina diceva messa per i cacciatori e gli abitanti del luogo, nella chiesetta di S. Vitale, ora trasformata in dacia unitamente all'annessa casa colonica. La partecipazione era notevole: oltre a noi delle Capannacce, affluivano quelli della caccia del Sette (i Cossi) e numerosi cacciatori sparsi nelle località di passo della zona. La fila di doppiette appoggiate dai cacciatori, prima di entrare in chiesa, alla parete esterna di pietra concia era l'immagine della tregua.

La durata della messa era sempre contenuta e addirittura brevissima nei giorni di passo, perchè il richiamo della caccia induceva il celebrante ad accelerare i tempi.

Se la fama della "Caccia dei Gasperini" è venuta man mano scemando per i risultati venatori, è tuttavia progressivamente cresciuta per la dedizione all'arte della cucina e per gli eccellenti risultati. Nando, il Capitano, nel mese di ottobre, nella "caccia" si trasformava in cuoco. Quindi dalla poco raccomandabile minestra di fagioli, che nei tempi più lontani veniva abitualmente preparata, si era passati alle paste asciutte con sughi elaborati, ad arrosti allo spiedo, a grigliate di carne di ogni genere ed anche ad arrostite di pesce.

Il venerdì il sugo magro veniva confezionato da Gino, con molto sussiego e altrettanti ingredienti.

Il pranzo di chiusura, poi, era una gara di squisitezze: cappelletti preparati dai Basili di Canavaccio, tacchino alla "gusutta" cucinato da Nando, vini e dolci a non finire.

Nei commenti al pranzo che occupavano le conversazioni anche dei giorni successivi, non mancava mai il detto tipicamente urbinate: «el galinac è bon cald e giac, arost e a less è bon listess».