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Vinia Tanchis

VINIA  TANCHIS:  Hanno scritto

 

Verdi visioni ed esplorazione
del mondo attraverso il ricordo

 

Note di Anna Maria Capraro

 

Leggere le pagine di Vinia, prosa e poesia, significa farsi guidare dal filo conduttore che porta alle sue tele: uno sguardo limpidamente verde.   Verde come le sue iridi e la giovinezza del suo animo.

Da questo verde trae origine l’opalescenza che ne caratterizza gli acquerelli, così come il tocco struggente e delicato dei versi, il quale nei racconti si traduce in partecipe evocazione dei mille paesaggi e figure che hanno animato il suo tempo e il suo mondo.  Si tratta di una giovinezza recuperata intatta dal filo della memoria perché custodita da una maturità che ha conosciuto la vita ed elaborato il dolore.

La ritroviamo nei flash-back, tra i passi ed i pensieri “strascicati“ di un’umanità dolente cantata nei versi; o nel profumo del caffè che proustianamente fa rifluire, nitido e vivo, tutto un mondo perduto; o ancora nella protagonista de Il mare dai “capelli spruzzati di bianco” che percorre a ritroso il cammino degli anni trascorsi …

L’io narrante segue sempre, o quasi, il filo della memoria, sia che parli direttamente o attraverso i personaggi che ne costituiscono la proiezione.  Questi non vivono tanto, infatti, per determinare lo snodarsi di un intreccio, anche se questo esiste, e neppure per fornirci lo studio di un carattere, lo scavo di un sentimento, che pure emergono chiaramente.

La narrazione di Vinia sembra tesa a ricreare, in un linguaggio terso, ampio e scorrevole, ma tutt’altro che scarno, l’esplorazione del mondo attraverso il ricordo.

E’ quest’ultimo, infatti, che ne costituisce il nucleo più fecondo, come testimonia l’incanto dei vicoli napoletani brulicanti di una folla sgargiante e variegata.

Sono, a mio parere, le pagine più belle quelle che rivivono nell’atmosfera di una Forcella rivisitata con intatta adesione e curiosità.

Ne emerge un’umanità ormai perduta, segnata ma soprattutto disegnata dalla quotidiana fatica del vivere, riscaldata dal calore di un tempo altro, scandito su un ritmo sicuramente più lineare e meno problematico di quello che emerge dalle contraddizioni dell’oggi.

Il tono leggero dell’autrice si colora spesso di tenerezza e di commozione, senza mai cadere nella scontata iconografia del bozzettistico.

Vinia sa come evitarne il pericolo, e lo fa talvolta con un semplice guizzo, un cenno ironico, una frase, un richiamo apparentemente banale alla realtà, della quale non perde mai la consistenza.

Penso alla mordace,intuitiva semplicità con la quale “il bimbo dagli occhi stellanti” chiude la narrazione de Il Caffè, o alla sofferta rinuncia alla TV che ne Il venditore di caldarroste motiva il cambiamento dell’esistenza per la vedova di Don Luigi.

La capacità evocativa dell’autrice nasce da una profonda consapevolezza del reale, che si traduce in accettazione, mai passiva, della vita in tutta la sua complessità. E’ appunto di fronte alla vita che ella costantemente si incanta, ricreandone le gioie e i dolori attraverso la celebrazione di persone semplici, stigmatizzate nella consunzione del quotidiano.

Vinia non sembra indulgere sulle note paesaggistiche, ma le sue pagine ne rivelano comunque le doti di pittrice, sia che tratteggi brulicanti quartieri cittadini, sia che dipinga grandiosi sfondi naturali.  La melodia di tali pennellate non si accampa però mai a protagonista, si fa bensì sottile e sapiente controcanto che accompagna ed esalta la variegata gamma delle emozioni e dei comportamenti umani.

Ciò accade quando “le rocce e gli imponenti massi di granito” de Il bandito sottolineano le lacerazioni della colpa e del dolore, purificate poi da una catartica primavera, ma anche se il male di vivere si chiama solitudine.

E’ questo, il caso de Il mare, nel quale l’incessante fluire delle onde, che è il fluire delle cose, diventa soverchiante rispetto agli elementi narrativi.  L’acqua, topos letterario simbolo di vita, sembra cullare , ritmare le aperture emotive di Fenia, la protagonista.  Il mare si fa così sottile e malinconica metafora del cerchio esclusivamente umano della vita e della morte, al di là di ogni possibile trascendenza.

Il sogno di Fenia è quello di una donna che ha vissuto prima e poi perduto l’amore come scoperta del mondo, dell’altro da sé , tanto che alla fine della narrazione, oltre l’incanto del paesaggio sottomarino, reso con ammaliante levità, resta impigliato , nelle “bianche ghirlande di gabbiani”, il sapore amaro della fragilità umana.

Vinia non sta a guardarsi dentro, non urla, non si impone, perché la sua vena più autentica, vera essenza di una pur fremente individualità , consiste in effetti, a mio parere , nel canto corale: “storie di vita, alcune belle, altre tristi che - lei afferma - mi hanno arricchito dentro …” ( Il Caffè..).

 

Oristano- Marzo 2006

 Anna Maria Capraro Torrente

Critico letterario già Docente

di Lingua e Letteratura Italiana

 

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