E' un piacere salutare l'avvio di questa mostra di Ebrahim Khalil Sarmad, artista che da tanti anni risiede ad Urbino, luogo nel quale egli ha studiato e dove ha trovato tutti gli elementi per rendere proficuo il dialogo fra la propria cultura d'origine e quella europea.
Le opere di Sarmad sono l'emblema di un abile confronto fra passato e presente, di un equilibrio fra classicità e ricerca di nuovi linguaggi espressivi. Il tratto pittorico, i colori, la scelta dei soggetti, ci fanno capire che l'artista assume un atteggiamento critico nei confronti della società moderna, e ci invita a compiere una riflessione, guardando all'interno di noi stessi.
Franco Corbucci
Sindaco di Urbin

Ci sono culture e luoghi del mondo che alcune volte si incontrano. Spesso si incontrano nell'arte, espressione di emozioni, di spiritualità ma anche di concretezza.
I volti, gli abiti, gli ambienti, comunicano questo incontrarsi, questo "ibridarsi", questo frammischiarsi delle diverse culture che Ebrahim Sarmad rappresenta con forza e nello stesso tempo con dolcezza nella sua ricerca, nella sua arte. Grazie, perciò, a questo artista che, attraverso le sue opere, ci trasmette messaggi tradizionali e di grande modernità.
Lella Mazzoli
Ass. Cultura e Turismo
Ebrahim Sarmad
II giovane iraniano Ebrahim, venuto in occidente circa trenta anni or sono, spinto dal suo spirito di ricerca del nuovo, dal miraggio di una civiltà completamente diversa da quella dove è cresciuto, dal mito dell'arte italiana come inesauribile sorgente di bellezza e armonia, ha portato con sé modi di percepire, di sentire e di esprimere derivati dal suo patrimonio di saggezza islamica - che inevitabilmente lo hanno condotto ad un incontro-scontro con la mutevole e complessa cultura figurativa europea. Proprio per questa particolare condizione l'opera di Sarmad si pone come mediatrice tra i due orizzonti estetici ed espressivi, non senza l'ansia di una continua ricerca che possa condurre ad una sintesi finale, fatta di figurativo e modernità, di richiamo al reale e trasfigurazione, di revisione della pittura europea dei secoli XVI-XVIII e aggiornamento dei canoni classici per l'oggi. È certo comunque che egli rigetta l'informale estremo e l'arte violenta, che negano la bellezza, vero scopo dell'arte. Tuttavia nell'incontro con la cultura occidentale, Sarmad si è come trovato in contro tempo: l'evoluzione fin troppo dinamica della nostra civiltà, sempre più accelerata e sempre meno tesa alla meditazione, ha prodotto nell'ultimo secolo la consapevolezza dolorosa della catastrofe dei valori, che nell'arte si è manifestata in mille modi difformi, in mille tentativi di "ricerca", dei quali mai nessuno ha dato - né poteva dare - il modello estetico definitivo, avendo come comuni caratteri il rifiuto dell'armonia serenatrice e la negazione di ogni possibile salvezza per l'uomo, ma solo il tentativo di "trovare" qualcosa nel fare artistico, nell'atto materiale della poiesis. Il fatalismo orientale, la vita come attesa e meditazione, la certezza della stabilità e immutabilità dei valori umani hanno finito per scontrarsi con una realtà che non ha più tempo di sfoghi passionali in nome del sentimento e della bellezza intesa cc unico riscatto per la vita non solo dell'artista, ma di tutti. Eppure Sarmad non sa e non vuole consapevolmente rinunciare a questa positività dell'arte, alla sua missione civilizzatrice, all'edonismo che produce l'opera d'arte sia in chi la crea, sia in chi ne usufruisce. Non è più possibile d'altronde continuare l'esperienza ormai centenaria dell'astrattismo e di tutte le sue infinite varianti più o meno avanguardiste, più o meno informali: ormai è storia antica anche quella. D'altro canto non è cosa nuova che il ritorno al figurativo si sta riaffermando urgentemente in modi nuovi, sempre personalizzati, ma aggiornati alle più recenti aspettative: bisogno di piacere di vivere, di ritrovare la fiducia nell'uomo, di fare luce in un mondo che rischia di oscurarsi sotto il peso del materialismo più banale e sciocco, alimentato dai media e dall'interesse economico. In tale contesto, Sarmad vuole essere se stesso come artista senza accodarsi alla tendenze d'avanguardia, che giudicano superata la figura e la disdegnano: egli non vuole essere un allineato alle tendenze estreme attuali propugnato dalle accademie, ma si definisce un "accademico tradizionale ma contemporaneo", intendendo dire che la verità nell'arte non la possiedono solo gli "avanguardisti", coloro che "ricercano" freneticamente, ma tutti figurativi e non - che operano; una scelta estetica motivata, generata anch'essa da una ricerca, ma fondata su ciò che il cuore detta dentro e che la realtà suggerisce, in una continua dialettica tra sentire e vedere. Ne deve sempre risultare un "messaggio” altrimenti il prodotto uscito dalla mano dell'artista non ha ragione di esistere.
Nella pittura di Sarmad si possono individuare tre orientamenti di fondo. Uno è l'attrazione per la modernità, che è proposta come rielaborazione figurale di immagini e percezione del reale attraverso il filtro della metafora, ma sempre mediante l'uso della finissima tecnica dei classici. Un secondo aspetto, a prima vista prevalente, è il legame con i grandi classici dal Rinascimento fino a Picasso, come è possibile notare dalle numerose "rielaborazioni" di celebri dipinti del passato. Questi quadri nascono dall'idea di "rifare" con una tecnica raffinatissima (colori diluiti, effetti smaltati, grafismi sottili) l'immagine originale con lo scopo di modificarne il messaggio, di sperimentare le potenzialità espressive di una stessa figura attraverso modifiche dell'impianto disegnativo (fino a trasformare l'immagine in modo speculare) o modifiche ben più interessanti dell'insieme cromatico e luministico. Sono come dotte citazioni di grandi versi poetici, adattati a nuove esigenze espressive, come usava un tempo tra umanisti ed intellettuali. In questo caso il colore e le sue variazioni sono essi stessi mezzo d'espressione, significante in veste cromatica: è evidente l'eredità di Caravaggio, di Zurbaran, dei paesaggisti nordici, ma con altri intenti. A questa matrice possono essere ricondotti anche i non pochi ritratti eseguiti in tanti anni: l'artista, quasi come un uomo di corte, tende a nobilitare il personaggio raffigurato con sorprendente somiglianza - a rappresentarne le virtù positive, e, nelle figure femminili, affiorano richiami erotici più o meno palesi, ma sempre garbati ed eleganti. Infine c'è la dichiarata volontà di ricerca di una rappresentazione grafica e iconica tendente all'iper-realismo, inframmezzato da inserti simbolistici e trasfigurazioni allegoriche. Per Sarmad il reale non è sempre quello che banalmente è davanti agli occhi, ma contiene sempre dei rimandi a qualcosa d'altro, a qualcosa di non detto, che è in noi o sopra di noi; l'ossessiva ricerca di dettagli realistici, come spessore materico di taluni particolari, non è fine a sé stesso, ma va a supportare una percezione che non è nella cosa in sé, ma altrove. E questo sicuramente è un elemento derivato da una cultura secondo la quale il centro del sapere è la saggezza meditativa, non l'efficientismo dinamico del far presto. Ognuno di questi modi di fare dell'artista ha come fine, al di là della ricerca puramente tecnica, la volontà di comunicare un dettato etico, a prescindere dalla forma estetica: come il virtuosismo dei ritratti o delle nature morte rifatte dagli antichi vuole proporci l'indispensabile idea classica del bello inteso come categoria etica, così le trasfigurazioni modernistiche esprimono l'esigenza irreversibile di vivere l'oggi pur senza rinunciare alla forma, al messaggio positivo che la forma contiene e deve, sempre, necessariamente contenere.
CARLO INZERILLO
Storico d'arte