|
La bellezza dell'antico
Ti ascolto limpido cielo sento il tuo canto di minuti uccelli, erbe mosse al vento di foghe d'oro, solenne trama d alberi fantasmi, ombre Spazio senza fine (Armando De Santi, Nel cielo)
Con ben predisposta frequenza ricorre nei manuali la stima della pittura del nostro Rinascimento montefeltresco, tanto nel Quattrocento come nel secolo seguente. Ma averla avvicinata e conosciuta da vicino, quasi de visu e averne rintracciato e riconosciuto toni e forme nel paesaggio circostante è un privilegio concesso unicamente agli urbinati. La luce di Piero della Francesca è infatti la stessa, metafisica e radente, che tagliando e penetrando le colline e 1 costoni erbosi si eleva a volte all'improvviso di fronte al riguardante attento e fortunato. In ugual guisa lo sbattimento di luci e colori che dislaga sulle tele e sui cartoni barocceschi è scrostato dai tratti tempestosi che la stagione, specie quando dura e pungente, accorda ai luoghi. È secondo si è detto più sopra ciò che conoscono per prova diretta e manifesta i residenti, (nativi, ospiti o anche transitanti per un esiguo tempo d'ore). Urbino, del resto, porta impressa in sé l'essenza ritentiva della propria grazia e perfezione; e, come se il suo mondo e l'immagine che ne viene avessero spiritualmente elaborato i segni suoi più ricordevoli dalla temperie di quattro secoli addietro, è rimasta magicamente ancorata alla cultura di pensiero ed alle consuetudini manuali e pratiche cresciute molto copiosamente in età rinascimentale, fermandosi persino nel tempo. Tanto che è potuto sembrare a certuni che, in ragione di ciò, gliene restasse impedito ogni ulteriore accostamento 33 alla piena modernità. Ma è questo poi il destino dei luoghi connotati in maniera forte. La vita tratta in luce dalle radici materne e native ha potuto avere il dono di cesellare e incastellare le strade e i palazzi, le campagne e le persone. Il paesaggio urbinate, anche quello architettonico, si è in questa scia venuto trasponendo in un paesaggio interiore e mentale, dove ognuna delle parti si è come scambiata distillati di mondi intellettuali e metaforici. Al fondo, è risultato naturalmente che ciascheduno declinasse il rapporto con se stesso nel legame con le immagini affondanti nella elettiva locazione del passato. Ma più di ogni altro, sono stati gli artisti (e gli artigiani, che numerosi hanno abitato e vivacemente animato gli abitacoli ed i vicoli della città) a riuscire in quelle stesse conseguenze. Operando nel loro presente dell'Ottocento, del primo e del secondo Novecento, anche di questa fine secolo (e millennio) ma in una solidale congiunzione con quella grande civiltà, umanistica e rinascimentale, che ha in definitiva come uniformato e sorvegliato le forme e i contenuti delle loro esperienze espressive. Col passato urbinate e montefeltresco, c'è stato insomma un continuo, produttivo interscambio. Questa ideale luminosa discendenza Armando De Santi l'ha voluta privilegiare e marcare già nel modo in cui, ingenuamente ma anche poeticamente, ha inteso nella gran parte dei casi di firmare le sue opere: "De Santi da Urbino" (che in sé, si licet exemplis in parvo grandibus viti, sedimenta e ripete il suono di quel "Raphael urbinas" con cui il più grande urbinate rivendicava, già celebre e ammirato, le sue ascendenze culturali e geografiche). Proprio attraverso un tale tramite la sua scrittura, pittorica e plastica come pure incisoria, ha scelto di apparire perfettamente e compiutamente limpida quantomeno nei moventi, avventurandosi non già nella compitazione alta e affilatamente addottorata della tradizione ma invece nel riflesso che questa teneva e ancora tiene in un racconto snodato e naturale. Ciò in quel modo medesimo con cui le architetture rurali del circondario, o anche dell'invaso di territorio girante intorno alla città, riescono a far dialogare il nitore delle loro superfici con quell'assoluto che il palazzo lauranesco impersona, arrivando fino a divinizzare e parimenti a laicizzare l'universo. Nullameno, di una siffatta attitudine alla tradizione è insopprimibile in De Santi l'effetto ispirativo: lo straordinario ascolto dell'antico che incontra la grazia di un segno pomellato e leggero, che a tratti si inalba a fronte della letizia del passato, di cui riprende e itera alcune dolci movenze, a tratti invece si imbuia dentro un reticolo pittorico appena appena accennato e pennellato, non compiuto e quasi non dicibile appunto alla stregua degli autori nostri più moderni. L'arte del passato diventa per tal via il sogno stesso dell'arte: come se ogni cosa che adombrasse o riflettesse le forme dell'estetico avesse poi a stampigliarsi dentro una precisione accorta e rigorosa, però anche subito incline a sfumare e a sfioccare nell'iridata polvere della meraviglia individuale di fronte alle cose. Lo schermo del Rinascimento, liberamente vissuto e sentito, diventa la visione tramite cui il pittore-bambino (e ingenuo) offre spontaneamente l'abbrivo alla propria fantasia. La punta del tema, formulato in questi termini, preme così alla creazione di scenari e figuranti dalle fattezze pastorali, ingentiliti in torsioni appena accennate e in movimenti suadenti e lievi, tutti caldi di un fiato musicale mai forzato o sovraccentuato. Il senso ascensionale, suggerito intentivamente dalla direzione degli sguardi e dalle mani spinte su a indicare qualcosa che trascorre e vibra nel cielo, a cogliere un frutto o un fiore, o a fermare un istante di bellezza, incontra il corrispettivo formale nei manufatti di ceramica allungati e strinati in direzione dell'altezza, oppure nei fogli incisi su cui naturalmente vanno a imprimersi i paesaggi frondosi e pittoricamente lavorati. L'elaborazione è ovviamente ritagliata su un gusto che sa di tradizionale, ma se questo è pur sempre il fulcro ispirativo, la trattazione (come è evidente in certi esiti più recenti) è invece impressionistica e veloce. Il retaggio culturale del luogo, sentito finalmente con una piena risolutezza e convinzione, trova nel picchiettio delle linee e dei colori un moto subliminare che sente il desiderio ma cerca al tempo stesso la dispersione. In breve, il tratteggio essenziale legato all'antico si scioglie nel movimento di una mano che ama la fiorettatura ed il decorativismo come egualmente la figura al par del vero, ma sempre in una chiave immaginale e fantasiosa. In una simile fruttuosità di spunti e di investimenti memoriali, il Rinascimento si ritrova illeggiadrito e attualizzato, ricondotto alla sintonia con la nostra sensibilità di moderni ma rifuso in un linguaggio volante ed estatico. Presente mantenuto vivo e rifugio a un presente cui si deve sfuggire. Il fatto è ci pare che tanta immediatezza e tanto candore esprimono alla resa dei conti una peculiare estraneazione dal tempo contingente: che in un artista come Armando De Santi si direbbe acrono, consegnato a un sovramondo che ha le impronte di quella realtà, culturale e antropologica, ma anche infine consapevole (senza mai professarlo apertamente) dell'irraggiungibilità e irripetibilità di quel modello. Che infatti non viene ripreso e copiato; ma bensì riguadagnato alla nostra temperie e sensibilità e infine, pur nella libertà dei tratti primari, "tradotto" nella trama e nello stile costitutivo della koinè montefeltresca. Il flusso psicologico e pulsionale, diciamo pure la felicità e ariosità del disegnare, sono come fermati in quel reticolo straordinario di oggetti e immagini, e nella particolare intersezione delle occorrenze espressive, che le antiche categorie del Rinascimento ancora definiscono e organizzano con acuta e comprensiva capacità di lettura alla distanza di cinque e più secoli. Ma anche questo dice lo splendore della nostra tradizione. Lo stesso temperamento soggettivo dell'autore, ben noto a chicchessia, (il suo vivere in parte slegato da qualsivoglia regola e soggezione, in primis verso la società e le consorterie artistiche: il non sentirsi comunque vincolato ad alcun apriori culturale) consuona a una simile impressione. S'intreccia in fatto alla scrittura visiva e plastica, alle improvvisazioni, ai versi buttati su carta con naturalità e rapidità d'ispirazione, alla ricomposizione istintiva e sentimentale del Rinascimento, una tendenza che potremmo dire anarchica: da intendere come affermazione di una personalità, che nelFaffermare la propria piena libertà muove per ciò stesso obiezione alla rigidità così de\Yestablishment artistico (bellamente ignorato e anche corrivamente sottovalutato) come parimenti della lingua espressiva stretta nei vincoli del tempo e dei codici da esso volta per volta definiti (gli "ismi" variamente ritornanti nella storia della cultura, specie delle arti e scienze figurative). Tutto quanto, o almeno molto di ciò che compone l'orizzonte delle attese artistiche, e che su di esso si dispone, viene insomma da De Santi fondamentalmente allontanato e rimosso. Il che, in tutta evidenza, reca linfa alla sua genuinità e fluidità di discorso, ma ne segna anche il limite. Un limite (sia chiaro) che subordina l'esperienza espressiva ad una straordinaria forza di suggestione e di trasmissibilità (con notevoli riflessi sulla immaginazione e sulla mente del pubblico non smaliziato e non troppo internato nei problemi dell'arte), ma anche la consegna ai contrasti e alla malconsapevolezza della ricezione, il più sovente approssimativa in sede concettuale e critica. Tanto che si potrebbe assai pacificamente ma anche non meno paradossalmente sostenere, essere questa antologica, questo omaggio ad una vita e carriera, la prima vera occasione presa quasi al balzo per un finalmente attendibile consuntivo. Il rifiuto delle regole imposte anche dall'alto o per meglio dire l'abbandono a una vitale e anarchica sregolatezza non viene così facilmente e indulgentemente perdonato. E del resto non esistono valori che non derivino dalle nostre sentenze giudiziali. Va infine da sé che anche la ricerca artistica, con le sue prove, le ambiguità e irresoluzioni, i risultati conclamati e accettabili, giunga infine a controtiparsi sulle cose e sulle forme elettive: con quelle interfoliandosi e dialogando. Tutto questo importa ribadirlo mette in chiaro l'edificio emozionale e sensibile (e non di meno intellettuale) di De Santi, della sua vicenda umana (che chi qui scrive ben conosce essendogli nipote) e ugualmente creativa. Così, al limite, la formula che sa meglio folgorare le sue posizioni è quella che riannoda l'efficacia della mano e del fare concreto al modo attivo di sentire e comporre. Si ritorna allora al passo con la nostra tradizione, giusta i procedimenti sopra indagati e compulsati di un modo artigianale ravvivato da un intenso pensare artistico, cioè di un pensare coi sensi. Ma, per Armando De Santi, sono quelle altrettante fasi che è impossibile ed incongruo scomporre, mai scioglibili in classificazioni, non dicibili con le formule consuete. E, in fondo, se è vero che solo una frazione del nostro passato può venire tradotta, il dato argomentativo che sembrerebbe più pesare sul piano ermeneutico e valutativo è infine l'asserzione di una raggiunta e raggiante coesistenza tra un'esigenza osservante della perizia esecutiva e, per converso, il linguaggio espressivo, capace nel suo modo di formulare un proprio mondo e la sua vivente interiorità. Un buon artista non è sempre un uomo consapevole della veridicità di cultura e di tradizione. Ma per questo il suo linguaggio espressivo dev'essere il linguaggio stesso dell'esplorazione e della scoperta poetica. Gualtiero De Santi
|