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Armando De Santi, la nostalgia per il passato
1. La poetica
È molto significativo che a Urbino, all'interno della "Scuola del Libro", si affermi nel cuore del nostro secolo un maestro di assoluto prestigio come Leonardo Castellani, che evidenzia, entro una dimensione non mai esplicitamente avanguardista, un modo singolare di concepire le "forme figurate". Infatti, dopo il breve periodo futurista, egli si trova ad operare nel clima del cosiddetto rappel à l'ordre, dominato in Italia dai movimenti dei Valori Plastici e del Novecento, che proponevano una pittura figurativa priva di ogni deformazione sperimentale e ispirata a un robusto plasticismo, anche attraverso il recupero di un più denso e libero flusso pittorico o di modelli volumetrici di luminosa trasparenza cercati nella tradizione dell'arte italiana dell'Umanesimo e del Rinascimento, come la pittura di Piero della Francesca. Nei lavori di Castellani degli anni '20 e dei decenni successivi, si possono rintracciare tutte le componenti espressive della sua straordinaria tavolozza: l'attenzione quasi matematica ai rapporti delle forme elementari nello spazio nonché una certa tendenza alla sobrietà del colore, quale originale lascito del Cubismo; l'atmosfera rarefatta e sospesa, come eredità della Metafisica; infine la verosimiglianza della visione e il repèchage di una ricchezza pittorica, elementi questi ispirati dagli antichi maestri, in un arco che l'artista estese dai Carracci a Rembrandt, da Chardin a Corot a Cézanne. Castellani, naturalmente, non fa un cocktail di tutto questo, ma rifonde le varie componenti ispiratrici in una visione altamente personale, riuscendo a trasformare in modo radicale l'austerità e il rigore dei cubisti, da astratto teorema geometrico a sentimento di vita, e contemperando pure la forza dinamica ed intellettuale dei futuristi con il dettato della poesia e della sensibilità. In Armando De Santi il colloquio con la koinè classica appare meno teorizzato e più abbandonato, e lo stesso superamento della tradizione corre dietro la spinta di palpiti successivi: il fiume della storia, che significa consegna del passato nelle mani dell'avvenire. Un repertorio post-romantico, sia pure vissuto e fatto nuovo da una distinta intensità di visione, non esaurisce la portata lirica dell'artista urbinate. È qualcosa di più profondo e puro, invece, di più solennemente semplice e antico: la ricerca per dare a questo mondo e sentimento della vita, a questa materia soggettiva, un'espressione risolta compiutamente entro i termini della tradizione (ma non della convenzione) artistica. La fedeltà all'aspetto del vero e la fedeltà ai valori empirici del mestiere, sono due costanti fondamentali dell'opera di De Santi: come evita ogni troppo evidente elemento fantastico, ogni sottolineatura surreale o espressionista, così castiga qualsiasi effetto linguistico, ogni virtuosismo tecnico. La sua "metafisica" e il suo potere evocativo non sono affidati all'iconografia più o meno stupefacente, ma alla trama sottilissima della composizione e della superficie dipinta o scolpita. Tal quale la prosa algida, tagliente e densa di tormenti e trasalimenti, di un memorialista o di un moralista francese della fine del Settecento: una texture limpida e compatta, ma brulicante di molecolari sostanze contrastanti, come quella che egli scopre nei lavori dei suoi antichi maestri. Forme chiuse in armonie di rabeschi, vedute calibrate nella cornice obbligata di un cerchio o di un'ellisse, zonature che si rispondono nell'accordo di toni, volumi e à plat, che la luce unitaria rende concordi: sembrerebbe un alto impegno formalista, ed è piuttosto un traguardo umanistico nella più lucida e scoperta rivelazione dell'inconscio. Il neotradizionalismo di De Santi non ha le evasioni nel mito religioso, arcaico o decadente, dei suoi precedenti: è davvero un incontro appassionato tra l'idea estetica e il senso della realtà personale, esistenziale: per questa via si può arrivare a capire il vero significato della sua devozione e della sua struggente nostalgia per l'arte del passato, altrimenti incomprensibile.
2. La ceramica
Ogni artista è destinato ad una propria materia d'elezione e ogni materia, insegna Bergson in Matière et mémoire, porta racchiusa in sé la propria vocazione formale. Armando De Santi ha trovato la propria materia nell'argilla bianca e bruna dal momento stesso in cui, incontrandola nel corso delle proprie esperienze attorno alla metà degli anni '50 ha prima intuito e poi chiaramente capito che egli non avrebbe potuto prendere ad usarla per dare forma a un pensiero preesistente, ma avrebbe dovuto invece accordarsi con la sua natura, favorirne le risposte e i comportamenti con un processo generativo di associazioni indotte dalla materia nei confronti della propria facoltà immaginativa. Quando De Santi riesce a dar vita alle sue peculiari creazioni, vasi o piatti o mattonelle, è facile intendere come la sua sia una sorta di opus magnum dove la creta greggia si trasforma quasi magicamente in sostanza sublimata, proprio come avveniva (o sarebbe dovuto avvenire) nella metamorfosi, nella metabolé, degli antichi alchimisti con la riduzione di minerali poveri in oro. In effetti, è dall'incontro tra terra-fuoco-colore che può prendere vita e diventare duratura e perenne quella che inizialmente era soltanto la larva di un'idea, l'immagine impalpabile di un sogno plastico. Certo, non tutte le opere di De Santi hanno la stessa intensità espressiva, non tutte si discostano da quello che di solito è il campo di azione della ceramica intesa soltanto come artigianato; ma chi consideri la maggior parte dei suoi colori esplosi, in specie l'arancio, può facilmente scoprire uno dei segreti di quest'arte: il suo rimaner legata alla natura anche nei profili più astratti e più lontani da ogni figurazione; e, al tempo stesso, il suo costante connubio con un'altra arte che di solito la scultura ignora o trascura: la pittura. 3La pittura La pennellata di De Santi, fluida fino a farsi atmosferica, con tocchi sgranati a rilevare la luce di un tal fluire, e con fenomenici timbri più intensi a sprofondare le ombre ma è uno sprofondare in superficie , finisce per creare una soffice consistenza dell'immagine. È una cifra figurativa soffusa, diffusa enplein air di cui è una specie di condensazione fisionomica; un'immagine si direbbe in cui la pennellata pare appartenere al filo ritorto delle Parche. Il fatto è che il pittore urbinate ha cesellato per anni il suo immaginare, togliendo di mano ad Atropo, e alle sue cesoie, il filo ininterrotto della vita: che s'è accumulato su se stesso come un serico ammasso, tra Lachesi e Atropo, in una specie di delirio di felice e precaria eternità che De Santi chiama la "bellezza dell'antico". Di fronte ai suoi vasi di fiori o ai suoi autoritratti si direbbe che la memoria è il dono terribile che la morte offre alla vita: per questo il "nostro" sembra sostituire alla memoria bergsoniana l'attimo fuggente, la sua scia lampeggiante. Quella di De Santi è coscienza tattile, carne coscienziale, sottilmente lavorata dalla luce che, mentre rivela l'essere creaturale nella sua acme obliosa, anche gli dona una nuance di malinconica pienezza, il frivolo ma struggente sentimento della propria elegante ma insopprimibile precarietà: il segno sottile del tempo che passa, come una nuvola sul sole, e dei tempi, con le loro mode passeggere come involucri, bozzoli serici entro cui l'anima, come una farfalla, un'anima psichica, sente spuntare le proprie ali.
4. La scultura
Negli esordi plastici di De Santi si avverte la sua risposta castigata, volutamente riduttiva (tanto da prediligere il bassorilievo al "tutto tondo"), all'informale dilagante, percorsa da una speciale insistenza di spiriti francesizzanti, in un'oscillazione tra eleganze stilizzatrici e verace naiveté. Ma già a partire dai primi anni Sessanta si vedrà prevalere nei suoi bronzi una costante idea di ritmica bellezza. L'originale pensiero di De Santi, se è lecito esprimersi in questi termini, è d'avere a un tratto nel contesto storico in cui operava, recuperato la grande scultura del secondo Ottocento: e non solo Medardo Rosso, ma anche Gemito, oltre a tutto un retaggio della scultura francese di sensitivo orientamento tardo-impressionista. La "bellezza delicata" dei nudi muliebri, il trepido rapporto fisico con gli animali e le cose, umili come offerte sacrificali e severe come trofei larvali nascono dall'esperienza tenebrosa della morte vissuta e superata. Quella di De Santi è una poetica del ritorno, come quella di Rilke; e la sua scultura elegiaca è scritta nel più bel latino della decadenza romana. In effetti il suo vero non può essere soltanto quello della "cosa vista", ma è anche quello della notazione psicologica della chambre hantée, che pure è tanto evidente in molti suoi lavori non solo scultorei.
5. La grafica
Nelle opere su carta e nelle incisioni di De Santi lo spazio è ben definito per la mise en oeil dei segni, che decidono veri grumi di note musicali di figurare al colmo del proprio calmo delirio, ma anche nel pieno della propria corrispondenza trasmissiva che pare elargire il silenzio stesso della posa-pausa da cui nasce la musica originaria di un'azione in potenza. Quest'ultima "s'affigge" nella sua attualità come il suono solitario di un oboe nel silenzio, risvegliandone tutta l'implicita enigmaticità. È il tempo, e cioè il senso del segno, che è invece lentissimo, riflessivo, e quasi sembra continuamente correttivo di se stesso, slabbrante l'immagine in un ombreggiato chiaroscurale che è come il cuscino degli anni su cui l'immagine si adagia con una calma orientale, indolemment, in uno spazio che, in quanto strutturale, è al contrario totalmente assegnato alla sua funzione, e dunque totalmente deciso. In realtà la sua neutralità reagisce alle minime sollecitazioni dell'immagine che vi si risveglia dalla sua indolenza esistenziale. Il suo apparire coincide col suo risveglio da questo cosmico sogno: è l'occhio che turba l'invisibilità del sentire. Perché, sì, il delirio inventivo del segno desantisiano non esce dalla propria lira, dal proprio solco, mentre pare metterlo in crisi d'identità: e dunque lì acquista quella energia calma che è comune nei disegnatori più singolari quando non temono di designare disegnando.
Floriano De Santi
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