IL CAPITELLO

Cagliari

via  Barcellona, 9

 

incisioni di

bramante busignani

18-28 aprile 1964

 

L'arte incisoria ha il fascino e il rigore di una regola monastica. E' fatta di obbedienza ad una tecnica antica, di meditazione, poiché l'estro si condiziona alla disciplina delle morsure. E' fatta infine di umiltà e di rinunce alla vanità delle dimensioni, alla lussuria del colore, alla facilità creativa, alla estemporaneità.

Le poche vocazioni sono fatte però spesso di veri eletti.

Di questi «disciplinati» è Bramante Busignani, che dalle vallate urbinati, fatte di silenzi, ha appreso la poesia panica della natura, si è affinato a scoprire la vita segreta delle umili cose, a dar loro un'anima, un incanto, una vibrazione emotiva.

Nei suoi rami la campagna, quasi per un tremito di vento, perde la materialità esteriore e discolora in emozione di luce. Oppure, per fissità meridiana, quando la calura snerva la vita, la natura si spolpa in un trapunto di macchie come uno splendido arabesco.

La sua poesia rinuncia al registro dei tempi e dei luoghi: è lirica.

Sicché quando affronta temi drammatici, come «la crocifissione» o «la serrata della miniera», è lo stupore che dilata sul dramma.

Le «marie» di quella tragedia umana s'incantano al miracolo della miniera, che è tutto un gioco di tralicci, antenne e volani, e trasfigura in una fragile tela di ragno, senza appannature o fuliggine.

Così, nella Crocifissione, le pause dei vuoti, immense come le spaziature a fondo oro dei bizantini, diventano il liquido elemento per quella medusa fluttuante, che è la testa del Cristo.

In Busignani l'innocenza dell'infanzia sopravvive col suo candore francescano, ancora intonso da quell'ostinata problematica quotidiana, che ci ha reso ciechi e tormentati, e, ormai incapaci di godere come lui la semplicità poetica di un umile bricco con dei fiori e di credere che quelle calli possano salire al cielo come uno stuolo d'angeli.

Sabino Jusco