CAGLIARI 16 - 26 OTTOBRE 1974
GALLERIA ALBERTO SIMULA
PORTICO S. ANTONIO

PRESENTAZIONE DI MARIO CIUSA ROMAGNA

 

Conosco Busignani da molti anni. Lo incontrai per la prima volta in una scuola di una frazione cagliaritana dove insegnava disegno e storia dell'arte. Io a quella scuola ero andato per dirigerla.

Busignani aveva, forse, appena superato l'ultimo gradino della fanciullezza. Dell'adolescente conservava calore e irrequietezza e una eccezionale carica di spontaneità. Fummo subito amici. Tutti i momenti compatibili con la vita della scuola li passava da me. Apriva ed entrava quasi senza far rumore. Io avevo ufficio in pochi metri quadri di spazio sottratti ad un ampio ed alto stanzone per mezzo di una parete di legno tirata su fino al soffitto. Mi pesava quella parete verdina. Me la sentivo addosso. Mi costringeva a star curvo sul tavolo come per difendermi da una ossessione che tendeva a chiudermi, a rinserrarmi.  Busignani con la freschezza dei suoi sentimenti mi liberava dall'incubo. E risollevavo la testa.  Di fronte si apriva un grande balcone che dava su una piazzetta quadrata, lastricata con mattonelle di cemento.  Un lato della piazzetta lo chiudeva la vecchia scuola; l'altro, di fronte, era limitato da muri bassi e bianchi da cui scaturivano edere e pampini verdi, su un terzo si allungava la facciata ampia di una chiesa, sormontata da una monofora campanaria, che emergeva più del necessario proprio per gli spioventi lunghi e piuttosto accentuati verso il basso.

Busignani, dicevo, il suo tempo libero lo passava da me a parlare d'arte e di lettere oppure e meglio a raccontare d'Urbino, sua città natale. Spesso, in immaginazione, entravamo assieme nel favoloso castello del Laurana. Era lui, in questi casi, che precedeva e illustrava. Gli itinerari potevano essere diversi, ma l'approdo portava quasi sempre alla «Madonna di Senigallia» di Piero della Francesca. Di fronte a quel dipinto scendeva in noi una pausa di estatica riflessione. La mia guida forse sognava quelle linee, quel sentimento assolutizzato, quella immobilità intima e pensosa dei colori; forse sognava di rievocarli nelle sue acqueforti.

In antico i giovani per imparare pittura si allogavano presso le botteghe dei maestri. Oggi la pittura la si impara, o si pretende di impararla, da soli. Con disprezzo, anzi, dei maestri. E già! Prima dal maestro si partiva per iniziare, quando si aveva cuore, la propria originale avventura. Oggi, molti, senza cuore e senza apprendistato, approdano subito alle quadricromie dei pittori famosi. Imitano la piattezza della stampa senza vagliare storia e cultura degli originali; senza essere preparati a pensare e giudicare il presente. Il cammino, molti pittori, lo hanno rovesciato. Partono dalla meta senza aver più strada da percorrere.

Busignani, invece,  opera con estrema umiltà. Insegue i suoi maestri, li cerca con costanza, li studia con attenzione.  Le ragioni della sua arte nascono, appunto, prima di tutto dentro la tradizione urbinate «La Madonna di Senigallia», chi ha cuore e polso, è logico che se la porti dentro, tutta la vita. Così, come anche le invenzioni originali dei ceramisti. Certi fondi di piatto, o di scodelle che trovano serrata logica nella loro stessa illogicità di segno e di colore, rimangono nel sangue, specie in chi su quei piatti e dentro quelle scodelle ha mangiato fin da bambino.

Busignani, ripeto, entrava da me per il bisogno di parlare d'arte e dei suoi sogni, ma anche, e avveniva sovente, per starsene lì, in piedi, in silenzio, a guardare fuori.  Dal finestrone pioveva luce diffusa e acquosa. Che creava, pur nella modestia dell'ambiente, come un piccolo mondo lontano, isolato, in cui si poteva liberamente inseguire il passato e il futuro. Busignani diventava per me elemento di quel luogo, di quella solitudine che nulla, pareva, potesse turbare. Parlava più che con la bocca con le dita, con i moti della testa e del corpo.  Le parole, quando le diceva, le assaporava, le pesava. Venivano, più che dalla lingua, dritte dritte dalla coscienza. Sono così anche le sue acqueforti.  Vengono, nascono prima di tutto come atto della sua coscienza, come manifestazione di una interiorità morale e umana che vive nel passato, con la memoria, ma anche con tutte le reazioni e le sofferenze del mondo attuale. La sua sincerità come uomo e come artista è totale e perciò anche dolorosa.  Accetta o reagisce, insegue visioni in cui possa trovarsi pace e serenità.

Ma è soltanto nostalgia e desiderio, questa aspirazione?  Nella realtà è altra cosa.  Pur così equilibrate le sue stampe più che le pitture, tradiscono tensione interiore, angoscia non sempre rassegnata, desiderio di quiete mai raggiungibile. Il bisogno di verità è dato da quei segni così sottili e impressi che determinano gli oggetti, che pare quasi li ritaglino con la lama di un coltello bene affilato. E tutte le virgolature, frante o assiepate, quelle minuterie di piccole cose che si dispongono su vasti spazi bianchi della carta, sono tutti precisi, nitidi, ma carichi di interiorità. Sono illuminati e mossi dal di dentro. Le figure, le case, gli alberi e le nuvole non sono più descritti come nel passato. Sono diventati ormai rivelazione, una epifania interiore in cui si può dire che le prospettive, lo spazio, siano assorbiti da una temporalità che dura, che emerge e s'immerge appunto nella coscienza. Per questo il linguaggio grafico di Busignani è, oggi, così sensibile e toccante, così finemente risolto. Si può dire proprio che i desideri e le nostalgie che cercava quando quasi ancora ragazzo veniva a conversare con me, in quella piccola stanza soffusa di luce acquosa e remota, abbiamo trovato soluzione nella realtà, visione nelle stampe qui esposte. Certo in lui permane una memoria decadente: l'arte come conoscenza ed esistenza.

Non a caso certe simpatie di impaginazione e temi possono richiamarci Degas o Matisse, Modigliani o Morandi. Ma sono affinità elettive più che formali o tematiche. Perchè se volessi trovare vere e proprie affinità le cercherei, come ho già accennato, nella stessa Urbino, in quella del passato e in quella attuale. E penserei ad uno scrittore, prima di tutto; a Paolo Volponi amico anche del Nostro. Molte stampe e pitture pare proprio discendano, siano la figuralità delle «macchine del mondo» del Volponi.  Realtà e irrealtà contemporaneamente. Passato e presente. Contemplazione e tormento. Saggezza e pazzia. Ma lo stesso Busignani, tutto intero, come uomo e come artista, non potrebbe essere uscito dal «Memoriale», o dal «Corporale»?

La sua essenza è sempre, infatti, in quello stesso ambiente lontano e vicino, d'altri tempi e di oggi, che si chiama «Montefeltro». Il quasi ragazzo di una volta è ormai un uomo. Ma, in fondo, è rimasto anche quello di prima con i suoi discorsi spezzati, i lunghi silenzi, le stesse improvvise gioie e le stesse frustrazioni pure improvvise. Ma oggi ha trovato di questa sua coscienza, di questa esistenzialità sofferta, la rivelazione piena nella sua arte matura, equilibrata e sensibile.

Mario Ciusa Romagna